I Dirty Noise sono una giovane band emergente italiana, selezionata per la rassegna “Carne Fresca”, ideata da Manuel Agnelli insieme a Giovanni Succi, Gianluca Segale e Francesca Risi, pensata per dare visibilità a nuovi talenti della scena indipendente italiana tra i 15 e i 29 anni. La band è stata selezionata tra moltissimi progetti provenienti da tutta Italia e si è esibita dal vivo sul palco del Germi LDC di Milano, un luogo diventato punto di riferimento per la nuova scena rock indipendente, dove per tutta la scorsa stagione, per tre sere al mese, si sono alternate band di artisti giovanissimi con progetti totalmente differenti, per accendere una nuova luce al sottobosco musicale italiano e dare vita a una nuova scena, che potrebbe far tornare la musica alternativa italiana al centro dell’attenzione, sovvertendo le logiche di mercato che la stanno avvelenando.
I Dirty Noise sono anche tra le 18 band scelte per la raccolta “Carne Fresca (Suoni dal Futuro)” uscita nel luglio 2025 per l’etichetta Woodworm, nella quale sono presenti con il brano “Limiti”. La compilation documenta un autentico momento di energia e innovazione nella nuova scena indipendente italiana, ritraendo i Dirty Noise come una realtà fresca e animata da uno spirito fortemente emotivo e creativo, slegato dalle logiche commerciali tradizionali.
“Carne Fresca” è stata anche trampolino per alcune band, tra cui i Dirty Noise, che hanno avuto la possibilità di aprire i concerti del tour celebrativo “Ballate per piccole iene” degli Afterhours, consolidando visibilità e futuro nella scena alternative.
I Dirty Noise si distinguono per il loro approccio diretto e sincero alla musica, offrendo performance dal vivo dense di energia e senza filtri, incarnando in pieno lo spirito della rassegna.
Questa partecipazione li posiziona tra le realtà più promettenti della musica emergente italiana, simbolo di una generazione che si fa avanti con idee nuove e molteplici influenze, in cerca di uno spazio autentico, lontano dagli automatismi dei media di massa.
Intervista a cura di Egle Taccia
Cosa vi ha spinto a candidarvi per la rassegna “Carne Fresca”?
Ci ha spinti il desiderio di partecipare ad un’iniziativa fresca e giovane, dove potevamo trovare i nostri 20 minuti di rivoluzione sul palco. Ci ha spinti la voglia di farci ascoltare sia come band che come parte di un nuovo movimento e la voglia di lasciare una traccia.
Com’è stato il percorso che vi ha portato ad aprire il concerto degli Afterhours?
Il nostro percorso è stato lungo e vario. Siamo passati dagli scantinati dei centri sociali ai festival di cittadine fuori dal mondo. Vantiamo anche qualche concerto nelle scuole e in strada e mai pensavamo di arrivare ad esibirci su palchi così importanti. In ogni caso siamo grati a tutti quegli spazi che ci hanno dato l’occasione di suonare, perché ci hanno dato modo di adattarci a qualsiasi situazione, anche la più precaria.
Che emozioni avete provato quella sera, davanti ad un pubblico così vasto?
Un’emozione totalmente nuova. Non ci eravamo mai ritrovati davanti un pubblico così vasto. É uscita la fame e la voglia di prenderci ogni centimetro di palco e dare sfogo a tutta l’energia che abbiamo dentro sin dai nostri primi passi nel mondo musicale. È prevalso un senso di libertà e di abbandono: via la timidezza, via le paranoie. In un certo senso è come se ti sentissi libero anche da te stesso. Su quei palchi non c’è tempo se non quello per mostrare chi sei veramente. Il palco sublima qualsiasi emozione o pensiero.
Come sono i rapporti con gli altri musicisti di “Carne Fresca”?
I rapporti con le altre band sono di genuina amicizia: con molti di loro ci sentiamo profondamente legati e non perdiamo mai l’occasione per riunirci e fare qualche jam session. È bello sapere che la musica non è solo una nostra allucinazione: sapere che ci sono altre persone che sono coinvolte tanto quanto è meraviglioso. Ci tocca nel profondo la possibilità di far parte della nascita di una nuova scena e di legarci in amicizie che magari dureranno una vita.
Pensi che da questo partirà un movimento, una scena, che potrà cambiare in qualche modo la musica italiana?
La scena esiste già e sta già provando a cambiare il sistema, a partire anche delle più piccole realtà. Siamo tutti gruppi sconosciuti, tanti piccoli microbi che continuano a muoversi e moltiplicarsi affinché piano piano qualcuno ci noti e sappia cogliere la novità, l’energia e la voglia di rivoluzionare un mondo che li ha già marchiati come realtà trascurabili. Al momento non conta quanto sei conosciuto o apprezzato, conta soltanto la musica che è al centro del tuo mondo. Questo già riesce a farti dimenticare qualsiasi algoritmo o classifica e stando tutti insieme capisci davvero che la musica è l’unica cosa che conta, perché ci fa vibrare tutto o restare in silenzio assorti o perdere il controllo. La musica è la via per arrivare al vero “sé”.
In che modo Manuel Agnelli e il suo team vi stanno supportando nel vostro percorso?
Manuel ci sta supportando molto: ha a cuore il progetto e ne parla ogni volta che ne ha l’occasione, che sia nelle interviste, sui social e sul suo stesso palco. Non ci ha scelti come supporto per poi lasciarci da soli a combattere le nostre battaglie. Non siamo un suo progetto, ma siamo una forza che spinge per arrivare sui palchi più grandi e Manuel dimostra che non è solo una nostra voglia, ma che possiamo arrivarci se esistiamo e continuiamo a suonare. Ci sta crescendo un po’ tutti come avesse scoperto una nuova variante del virus diffuso tra gli anni ‘80 e ‘90.
Gli siamo molto grati, è l’unico che ci rivolge uno sguardo veramente serio e pieno di speranza e che opera attivamente per il nostro futuro.
Mi raccontate di come avete iniziato a fare musica?
Ognuno di noi ha un passato diverso, un’educazione musicale diversa e influenze diverse. Si suonava per divertisti oppure rispondere alle ansie dei noi quasi bambini, mentre scoprivamo quanto era grande per noi la musica, che non era più solo un gioco, ci aiutava a capire chi fossimo e ci dava una forte spinta emotiva.
Poi grazie ad amicizie di una vita ed incontri insoliti ci siamo conosciuti e abbiamo scoperto che eravamo mossi dalla stessa necessità di espressione che con l’ultima formazione ha saputo parlare al meglio.
Conoscendoci meglio, ognuno di noi ha saputo inconsapevolmente contaminare l’altro con nuovi suoni e nuove modalità di fare musica.
Se poteste descrivere la vostra musica con una parola, quale usereste?
Forse acerba, perché ancora in evoluzione: la versione migliore di noi deve ancora arrivare.



















































