Fadi: “Quando canto cerco di sintonizzarmi con quello che ho dentro” [Intervista]

Una voce grande e potente, capace di emozionare e commuovere, quella di Thomas O. Fadimiluyi in arte FADI. Italo-Nigeriano della riviera romagnola, può considerarsi la nuova promessa del cantautorato italiano. Un albero genealogico che è un canto meticcio. Il padre è infatti originario dell’etnia Yoruba. Arrivato in Italia nei primissimi anni ‘80 per imparare l’arte del design di automobili e per coltivare la sua passione verso i motori, mette su famiglia e inizia a gestire insieme alla moglie un albergo a Riccione, in cui crescono FADI e i suoi fratelli fra un “Ciao ciao mare” e una “Romagna mia”. La sua storia sembra un romanzo.

Durante il tragitto casa – scuola, nell’autoradio del padre suonano le canzoni di Marley, Ray Charles, Fela Kuti. In quella della madre i grandi cantautori italiani: Battisti, Dalla.

È questo ciò che possiamo immaginare nella musica di Fadi, un crocevia di tradizioni, suoni e linguaggi.

Si è fatto notare prima per la sua interpretazione di “Rimini” nel tributo a De André “Faber Nostrum” e successivamente sul palco di Sanremo con “Due Noi”, dove ci ha emozionati cantando l’amore nelle strade di Bologna.

È da poco uscito il suo album omonimo, di cui parliamo in questa intervista a cura di Egle Taccia.

Le tue origini romagnole sono state ben messe in luce durante la tua partecipazione a Sanremo, ma c’è anche una componente Yoruba nella tua musica. Come riesci a fondere questi due mondi nelle tue canzoni?

Riesco a farlo unendoli musicalmente. Ad esempio in “Owo” abbiamo messo insieme questi due mondi. Mi ha aiutato anche un po’ il fatto di essere cresciuto con un certo tipo di sonorità che poi ti trascini dietro, che di conseguenza col tempo vanno a confluire nella musica.

Quando ero alle elementari, andavo a scuola con la macchina del mio babbo e c’era dentro Fela Kuti, Marley, tutto questo tipo di musica. Con mia mamma, invece, c’erano i cantautori italiani. Forse, essere cresciuti così, da una parte e dall’altra, mi ha fatto venire fuori in questo modo.

Come definiresti il risultato ottenuto unendo questi due mondi?

Io sono contento del risultato, di come sia venuto fuori.

Nella tua voce c’è una drammaticità commovente. Usi la musica per tirare fuori quello che non riesci ad esprimere altrimenti?

 Beh, sì. Come dire, la musica è uno strumento per cercare di comunicare. Nelle canzoni cerco sempre di sintonizzarmi con quello che ho dentro, con quello che sento. Quando sento che la mia voce deve andare in un certo punto, vado in un certo punto, dipende da quello che provo. Canto e quello che sento poi scappa fuori in un modo o nell’altro. La musica è un modo di comunicare, è una figata.

Nella nostra società si fa sempre più strada l’intolleranza. Sei mai stato vittima di razzismo?

Sono dell’idea che c’entri tantissimo il modo in cui si è stati educati, c’entra tantissimo il rispetto che si dà alle cose in generale. Credo che molto dipenda da questo. Si ha sempre timore di ciò che non si conosce, ma bisogna sempre prendere il meglio. Io faccio così, cerco di considerare che anche l’ultimo può insegnarti qualcosa.

È una domanda, questa, che è molto molto particolare, soprattutto in questo periodo. Non so se posso definirmi una vittima, dipende. Da quando sono venuto fuori, le vedi, te le senti addosso certe cose, ma è una roba che penso dipenda proprio dal rispetto e da questo tipo di educazione. Il razzismo non è un problema degli ultimi anni, ma qualcosa che va avanti da un botto di tempo e che c’è sempre stata, ma con il tempo bisogna capire ancora di più che con le moderne connessioni, con internet, diventa tutto molto vicino e ancora di più dovremmo cercare di non costruirci sopra dei problemi.

Anche tu hai una passione per i motori come tuo padre? Sei un tifoso Ferrari?

Mio padre ha trasmesso la sua passione per i motori a tutti in famiglia. Sì, mi piace molto quel mondo lì.

Sei cresciuto sulla costa adriatica, che rapporto hai col mare?

Il mare ce l’hai lì e ti fa orientare, da un certo punto di vista è un punto di riferimento, quando vuoi fare una passeggiata ce l’hai accanto, il suo odore, tante cose… è casa.

Ti abbiamo conosciuto anche grazie al tributo a De André. “Rimini” è un brano che parla di pregiudizi, aborto, maldicenze. Come mai lo hai scelto?

L’ho scelto perché prima di tutto, oltre al racconto di quella canzone, sono stato super mega onorato di prendere parte a un progetto come “Faber Nostrum” cantando una canzone del genere. Quando ho cantato quella canzone, l’ho cantata pensando alla mia di storia, alla mia vita. Ti dico soltanto che quando la cantavo pensavo veramente a casa.

Com’è stato calcare il palco di Sanremo?

Diciamo che il palco di Sanremo è stata veramente una bellissima esperienza. Sono rimasto molto contento, ho pensato che è stato un modo per cercare di eliminare tutte le emozioni che ti girano in testa in quel momento, imbrigliarle e tirar fuori il bello, soprattutto perché di emozioni ce n’erano veramente tantissime, meglio che nei film. Sono stato troppo contento, non l’ho vissuta come una sfida canora, ma come una sfida verso me stesso, cercando di risintonizzarmi sulle frequenze che mi hanno fatto tirare fuori la canzone, sulle stesse emozioni di quando è nata. È stato veramente incredibile suonare una mia canzone lì ed essere su quel palco.

 

Domanda Nonsense: Se potessi riportare in vita un mito della musica, chi sceglieresti?

No, li riporterei in vita tutti, è una roba fighissima. Non posso sceglierne uno. Se ci penso, ascolto più gente che se n’è andata che gli altri, quindi non potrei mai sceglierne soltanto uno.

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!