Assistere a un concerto di Nick Cave con i suoi Bad Seeds è sempre un’esperienza, un rito di catarsi collettiva in cui il reverendo Nick benedice tutti gli astanti e gli ricorda che, per quanto sia doloroso, vivere è ancora bello e ne vale la pena e che qualsiasi dolore è fatto per essere attraversato, accettato e perdonato.
Nello scenario de La Prima Estate, a 50 metri dal mare, in questa caldissima notte di giugno, il rito si è compiuto nuovamente e Nick, nel suo completo perfetto, nonostante i 40 gradi percepiti, ha ancora una volta lavato le nostre coscienze con i suoi versi.
L’highlight della serata si è avuto certamente su “Oh children” quando Nick ha fatto salire su con sè un bimbo sul palco, un bimbo che dapprima sembrava intimorito e poi semplicemente lo ha abbracciato e i due si tenevano stretti in un’immagine che resterà per sempre nella testa dei presenti e di quanti conoscono la storia personale di King Ink.
Siamo anime perdute che, ascoltando le sue canzoni, tornano a casa, questo pensavo mentre “Stugger Lee” risuonava di fronte a me, mentre Elvis si manifestava nelle liriche di “Tupelo” e, infine, mentre Nick ci salutava con “Into my arms”, l’apoteosi della sua funzione, il suo “Ite missa est” poeticamente inarrivabile.
Essere lì, mentre lui si fa toccare, si rende percepibile, si fa umano, poterlo guardare negli occhi e pensare “lui sa cosa ho passato e io so cosa ha passato lui” è una sensazione unica, un’immersione nel blu (o forse nel nero) più profondo per poi riemergere, fallibili eppure migliori e continuare a vivere fino al prossimo concerto.




















































