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Il Rock Contest resta un’oasi di qualità in un mondo che va troppo veloce – Intervista a Giuseppe Barone (Rock Contest)

Dal 1984 tanta ne è passata di acqua sotto i ponti (e il Ponte Vecchio in particolare in questo caso) e tanta musica è passata dai palchi dei club indipendenti di tutta Italia: parte del merito per cui alcune proposte di qualità (dagli Offlaga Disco Pax a Emma Nolde, fino a Lucio Corsi per citare alcuni nomi) sono arrivate a un pubblico maggiore è del Rock Contest Controradio, storico concorso dell’emittente fiorentina che anche quest’anno darà l’opportunità a giovani band e artisti di farsi notare e di avere qualche soldino in più da spendere nei propri progetti in caso di vittoria.

Ne abbiamo parlato con il direttore artistico del concorso, Giuseppe Barone, in vista della finale che si svolgerà al Tenax di Firenze il prossimo 14 dicembre.

Ciao Giuseppe, intanto grazie del tuo tempo: che effetto fa tornare al Tenax per il Rock Contest 2025, dove tutto è iniziato ormai molti molti anni fa?

Guarda, in quel leggendario 24 febbraio 1984 io ancora non ero a Firenze, ma già ero spettatore nell’edizione successiva, oltre che spettatore di tanti incredibili concerti che in quegli anni passavano dal Tenax (tra i tanti The Jesus And Mary Chain, Cocteau Twins, Killing Joke, Echo & The Bunnymen…). Erano anni in cui la dimensione della musica emergente italiana era pionieristica ed eccitante, anche se un po’ naïf, e Controradio la seguiva e la diffondeva così come continua a fare tutt’oggi, una vera “missione”. Oggi, sebbene viviamo un periodo di “riflusso” per quanto riguarda la musica indipendente e alternativa al mainstream, gli artisti e le band sono estremamente consapevoli e preparati. Sono curioso anch’io di vivere questa serata confrontando la realtà con i ricordi.

Il Rock Contest è una realtà ormai longeva, che ha visto negli anni tutti i cambiamenti possibili e immaginabili credo nella scena musicale italiana: c’è qualcosa che ti manca rispetto al passato e qualcosa che invece riconosci come peculiare in queste nuove generazioni di musicisti?

Beh, come accennavo prima, quello che manca è quella sensazione di “espansione” del bacino di utenza di certa musica. Pensavamo di poter conquistare il mondo e, negli anni ’90 (gli anni dell’esplosione grunge in cui la musica alternativa era diventata mainsteam) in parte è stato così. Oggi, nonostante i gruppi e gli artisti che si cimentano con un certo tipo di proposta non commerciale siano tantissimi manca totalmente l’attenzione dei mezzi di comunicazione di massa su una scena che, tenuta fuori dai riflettori, sembra non esistere. Eppure è la scena che riempie le platee dei festival estivi, sempre più ricchi e numerosi, molti dei quali sono nostri partner. Quello che invece noto in questa generazione è che, probabilmente grazie alla fruizione digitale, attingono senza limiti di genere o temporali ad una infinità di stimoli diversi, rendendo sempre poco classificabile la proposta musicale, oltre ad essere, come dicevo, estremamente preparati anche da un punto di vista tecnico e tecnologico. L’altra grande differenza è la possibilità di sperimentare la propria musica dal vivo; fino a qualche decennio fa le occasioni di salire su un palco in giro per l’Italia erano tantissime, oggi vediamo partecipare al Rock Contest band che, pur con progetti validissimi, esordiscono su un palco vero e con un serio supporto tecnico proprio alle nostre serate di selezione. Questo è un grosso problema per la crescita della scena.

Negli anni avete dato spazio ad artisti che poi sono diventati cardine per la scena musicale italiana, dagli Offlaga Disco Pax ad Emma Nolde, fino a Lucio Corsi: che caratteristiche deve avere un progetto per “colpire” gli ascoltatori di Controradio e di conseguenza poi avere successo al Rock Contest?

La personalità, la determinazione e le idee chiare, e sono cose che quasi sempre si riconoscono immediatamente; quella capacità di riempire lo spazio fisico dei live con il proprio mondo immaginario, che è un po’ il contrario della ricerca dei like con prodotti ruffiani che vogliano piacere a tutti. 

Spesso si accusa la musica attuale di essere costruita per il “mordi e fuggi”, l’ascolto da playlist: ritieni che ci sia ancora il giusto spazio per la canzone autoriale, che porti anche alla riflessione? Ti chiedo questo visto che poi voi premiate anche i migliori testi.

Il testo è importante, ma solo se è supportato da una buona idea musicale e da una buona scrittura, altrimenti è meglio dedicarsi alla poesia. Per questo nell’attribuzione di quei premi non prescindiamo dall’elemento compositivo, devono essere buoni testi, ma prima di tutto buone canzoni. Quanto alla tua domanda specifica la risposta è sì, c’è spazio per tutto, basta saperlo vedere, dargli la giusta attenzione. Per questo ritengo i mezzi di comunicazione di massa profondamente “colpevoli” di questa diseducazione musicale e culturale tout court cui stiamo assistendo.

Chiudo chiedendoti se c’è invece qualcuno che ha poi avuto più successo di quanto ti e vi aspettaste e che quindi sia un piccolo rimpianto per il Rock Contest e invece un nome a cui sei particolarmente legato tra tutti gli artisti passati, anzi un consiglio di ascolto magari tra i nomi meno noti passati dal concorso.

Rimpianti? direi di no. Più o meno siamo sempre riusciti a valorizzare i progetti rispetto allo stadio in cui erano quando sono passati sui nostri palchi, che poi alla fine sono una grande vetrina in cui l’aspetto competitivo è (per noi) marginale. Ci sono stati invece tantissimi progetti davvero interessanti che, ahimè, non hanno avuto il riscontro che meritavano. Per altro in una fase iniziale la carriera musicale vuol dire spendere, energie e denaro, e molti senza sbocchi concreti prima o poi abbandonano. Se devo fare un nome di un artista che magari se fosse stato inglese o americano sarebbe stato valorizzato diversamente, direi un esordiente Samuel Katarro, che proseguì la sua breve carriera musicale come King of the Opera.
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