Un disco senza titolo, o meglio con solo il suo cognome in copertina, come usavano fare i grandissimi cantautori negli anni ’70 (da Dalla a De Andrè) ci restituisce, dopo circa un decennio, uno di quegli autori fini, misurati, poetici che negli ultimi 20 anni aveva saputo ricavarsi il suo sacrosanto spazio nel mare magnum della musica italiana (“Indossai” resta una perla che se non conoscete dovete andare subito a scoprire): torna Alessandro Grazian e lo fa con un lavoro sul più difficile (e il più abusato) dei temi, l’amore.
Il cantautore veneto ci racconta una storia, anzi dipana una relazione lungo 11 brani (+ uno strumentale) nei quali si racconta di innamoramenti, delusioni, ritorni, sensualità e disillusione, riuscendo a fare tutto questo attraverso un caleidoscopio di note che spaziano dal pop-rock al folk più classico, dai Beatles a Sufjan Stevens, ammiccando addirittura a Elton John: se il Grazian prima maniera era un folk-singer classico, qui siamo di fronte a un musicista navigato, che ha cesellato ogni nota, ogni parola e le ha incastrate con un amore straordinario, in quello che è compiutamente un lavoro di gruppo (dalla produzione di Davide Andreoni, ai fiati di Enrico Gabrielli, fino al violino di Franco Pratesi o al piano di Francesco Chimenti) assolutamente artigianale.
Finito l’ascolto di questi gioielli unici, la musica, in quest’epoca di produzioni massive e ascolti digitali mordi e fuggi, torna ad avere un senso e viene voglia di assaporare questo disco come si farebbe con un piatto gourmet.
E speriamo che Alessandro non ci faccia aspettare altri 10 anni per sentire qualcos’altro di così pregevole…
A cura di Alessio Gallorini



















































