“LAURO”: LA LIBERTA’ DI ESSERE NEL NUOVO POP-ROCK FIRMATO ACHILLE LAURO

“LAURO”. Sceglie il suo nome, Achille Lauro, per il suo ottavo album in studio, pubblicato il 16 aprile scorso. Per essere sincero, nudo di fronte ai suoi ideali. Ci ha sorpreso nella 71esima edizione del Festival di Sanremo e, a dirla tutta, lo aveva già fatto nel 2019 con “Rolls Royce” e, un anno dopo, con “Me ne frego”. Achille fa discutere. In occasione della 69esima edizione della kermesse italiana, viene accusato di inneggiare all’uso di sostanze stupefacenti. Eppure, a distanza di soli dodici mesi, il pubblico televisivo si divide fra sostenitori e detrattori quando si presenta vestito da regina Elisabetta I (the “Virgin Queen”), baciando, alla fine della sua esibizione, l’amico e collaboratore di sempre Boss Doms, e quando si spoglia improvvisamente sul palco, interpretando un moderno San Francesco che abbandona tutte le sue ricchezze. Performance ricordate in “DIO BENEDICA CHI SE NE FREGA”, intermezzo incluso all’interno di “LAURO” insieme ad altri 5 (“LETTERA DEL MONDO ALL’UMANITA’” ; “DIO BENEDICA CHI E’”; “DIO BENEDICA CHI GODE”; “DIO BENEDICA GLI INCOMPRESI”; “DIO BENEDICA SOLO NOI, ESSERI UMANI”) e un “PREQUEL”. Lo spunto del “concept album” raggiunge qui lo sviluppo massimo. I brani si susseguono senza discostarsi troppo da un “trend” che è lo stesso presentato dall’artista nel corso delle cinque serate del Festival di Sanremo 2021, nelle quali è stato presente come ospite fisso. “Quadri”: così si è espresso, riferendosi alle esibizioni che hanno anticipato il progetto finale. Una forma artistica contaminata da tutte le altre. Un’idea che si fa musica, corpo, movimento e colore.

Il rap è stato la sua terra natale. Ci ha camminato per un po’, a suo agio fra i ricordi sporchi del suo passato e la voglia di rivalsa, tipica di un genere come l’hip hop. Cresciuto in un ambiente difficile, Achille Lauro- per molti il “cattivo esempio” da non seguire- ha raccontato nelle sue canzoni l’esperienza di una fortissima rivoluzione interiore. La droga, lo spaccio, gli amici che muoiono in strada. E poi la musica: la giusta alternativa. La salvezza, forse. L’intensa malinconia dei primi brani ha fatto posto al nuovo e Achille Lauro è cambiato insieme al suo stile artistico. Dopo “Achille Idol Immortale”, “Dio c’è” e “Ragazzi madre”, con “Pour l’amour” arriva la svolta, insieme all’invenzione di un genere innovativo: la samba-trap, in featuring con Gemitaiz, Cosmo, Rocco Hunt e Clementino. Nel 2019 è la volta di “1969” – pubblicato nella versione “Achille Idol Rebirth” nel 2020-, mentre un anno dopo escono “1990” e “1920”, in cui riprende vecchie canzoni- con arrangiamenti inattesi-, dando vita al personaggio-divo che ha calcato il palco di Sanremo lo scorso marzo.

Ciò che più meraviglia chi conosce ampiamente la discografia di Achille Lauro, sin dai suoi primi passi nel mondo della musica, sono decisamente le accuse di blasfemia nel corso della sua carriera. Eppure, il rapporto con la religione, sebbene elaborato in modo del tutto personale e scevro da convenzioni bigotte, è un elemento chiave della poetica dell’artista romano. E lo è anche nell’ultimo lavoro, come già accennato citando gli intermezzi presenti all’interno dell’album. In “LAURO”, Achille ribadisce il legame salvifico con Dio, trovando nella fede la possibilità di essere, vivendo la massima forma di libertà.

Essere: è forse questo il fulcro del suo nuovo progetto, in un’ottica egualitaria che si propone di insistere sulla bellezza di riconoscersi individui, diversi nella propria unicità. Essere, svincolandosi dalle regole non scritte che perdono autorità di fronte alle proprie inclinazioni naturali. Godendo, amando, fregandosene, con la consapevolezza di non poter essere compresi da tutti. Lauro scrive un inno alla fluidità, intesa non nel significato più strettamente sessuale del termine- o, per lo meno, non soltanto-, ma come capacità di non restare immobili, legati ad una sola idea, valida e universale. Cambiare, trasformarsi, vivere e scoprire, senza mai perdere di vista la propria identità. Perché, per quanto Achille Lauro possa vestire i panni di santi, cantautrici italiane, personaggi storici e regine, alla fine resterà sempre lui. Resterà, sempre e per sempre, “LAURO”.

Autore dell'articolo: Chiara Trio

Studentessa di Economia dei Beni Culturali e Dello Spettacolo, ha 19 anni ma al suo primo concerto era nel passeggino, mentre Ligabue urlava contro il cielo. "Il favoloso mondo di Amélie" è il suo film preferito, forse perché, come la protagonista, lascia la testa sulle nuvole, abbandonandosi a una realtà fatta di libri, musica, cinema, teatro e podcast.