Lo sguardo alla notte di Gianluca De Rubertis [Intervista]

Gianluca De Rubertis ha recentemente pubblicato un nuovo album dal titolo “La Violenza della Luce”, edito per Sony Music (RCA Numero Uno / Sony Music). Il nuovo lavoro è disponibile negli store digitali e sulle piattaforme di streaming, oltre che in formato fisico nei negozi di dischi.

Dopo “Autoritratti con oggetti” (2012) e “L’universo elegante” (2015), “La violenza della luce” è il terzo album solista di Gianluca De Rubertis. Come proprio del suo linguaggio musicale, il nuovo album mostra una cifra stilistica che a una “semplicità” pop unisce una scrittura raffinata e profonda. Con “La violenza della luce” l’autore riflette, nel modo più autentico possibile, sul potere maieutico dell’oscurità, su come nel “buio” di una condizione esistenziale difficile si possa raggiungere una presa di coscienza insperata.

Intervista a cura di Egle Taccia

 

“La violenza della luce” è il tuo nuovo album. Cosa ha ispirato questo lavoro?

Non c’è un punto di ispirazione preciso, ci sono momenti in cui le canzoni arrivano, quel momento è stato sicuramente particolare, perché ho scritto il disco durante la notte, da qualche parte c’era una sete di luce di cui sentivo la mancanza. Il disco è venuto da quel tipo di emozione e di emotività. Non saprei dirti da dove arrivano di preciso le ispirazioni, è un discorso troppo complicato, non si può ridurlo in quattro parole, ma anche parlandone giorni non si riuscirebbe a cavare nulla, sono cose inspiegabili che hanno a che fare col mistero, per fortuna.

La luce è solita svelare la vera essenza delle cose. Dobbiamo aver paura della sincerità?

No, non credo. Certo può fare molto male, la luce può abbagliare. Si ha in realtà molta paura, perché tante volte la paura è anche quella di scoprire delle cose di noi che non ci piacciono oppure delle cose di noi che sarebbero molto più belle, ma che non vogliamo accettare, perché vogliamo continuare a mantenerci in uno stato di “disgrazia”. Nonostante questo, non si dovrebbe avere paura.

Sul disco possiamo vedere il marchio della Numero Uno. Cosa hai provato nel pubblicare per questa storica etichetta?

Chiaramente è una cosa particolarmente bella, perché viene fuori un marchio storico che è stato fondato da Mogol, Battisti, insomma, per me che avevo girato già con Leo Pari, Lino Gitto e Dario Ciffo per il progetto Lato B, e quindi Battisti lo conoscevo molto bene, lo abbiamo suonato tanto, è stata anche una coincidenza particolare il fatto che la Sony abbia rispolverato e riportato alla luce un marchio così bello, con tantissima musica di qualità, con tanti cantautori di qualità. È una cosa particolarmente emozionante. I nomi che ci sono adesso oltre al mio promettono bene, quindi speriamo che diventi ancora una volta sinonimo di cantautorato di qualità.

Molti brani raccontano l’intorpidimento della notte, l’alcol, i balli sfrenati, ma sembrano riferirsi al sonno della coscienza e della ragione, sbaglio?

La realtà è molto più complicata. Si scrivono delle cose, ci si risveglia in quell’attimo, anche se non mi sentivo molto dormiente prima. Il disco critica quegli aspetti dell’uomo in cui anch’io stesso vivo e convivo, però scrivere un disco così non significa che poi non farai mai più quelle cose. Si scrive, si prende coscienza, si maturano delle idee, si imparano a scrivere delle cose nuove, si anela a una luce superiore, ma poi si continua a vivere. Non è che poi uno non beve più una bottiglia di vino perché ha scritto questo disco, non è che sono diventato santo all’improvviso, ecco.

Che aspetto ha l’amore che ci racconti nel disco?

L’amore è sempre un po’ disperato, un po’ ricercato, anelato, ma poi come si evince dalle canzoni, non ne resta molto. La favoletta dell’amore che va a buon fine, felice, non c’entra. È un amore sconsiderato verso l’umanità in generale e verso chi soffre, anche per amore, ma mi riferisco a una sofferenza in generale; poi c’è semmai uno sguardo nostalgico a tutto l’amore che si è avuto in passato per una persona in particolare oppure per tante persone o per l’umanità intera. È questo l’amore che sento più importante rispetto a quello della favoletta del ci siamo innamorati e ci sposiamo, che non credo sia qualcosa che mi riguardi tanto, per indole ma anche per intelletto.

Ancora una volta ci dimostri come un cantautorato raffinato possa vestirsi di abiti pop senza snaturarsi. Pensi che la musica italiana abbia perso la capacità di raccontare la vita per andare dietro ai gusti del pubblico?

Quella capacità non è che si perde, o ce l’hai o non ce l’hai. Più che altro la moda fa sì che tante persone che non sono capaci di raccontarla, vengano considerate grandi artisti, però se c’è un pubblico che segue quell’altro modo di scrivere una canzone va bene anche così. Non credo che il pubblico possa mai avere torto, nel senso che un artista può andare anche contro il suo pubblico o criticarlo, però alla fine i risultati, quelli reali, concreti, di divulgazione di un album che si scrive, di un’opera d’arte, vengono dati dalle scelte che il pubblico fa.

Come pensi che ne uscirà la musica da questa pandemia? Tutto questo silenzio potrà cambiare il modo di concepire i live e avvicinare gli artisti al pubblico?

Non so perché un artista dovrebbe avvicinarsi così tanto al pubblico. Una volta che vai a suonare sei già vicino al pubblico, non è che dobbiamo diventare amici con tutti quelli che vengono ai concerti. Penso che gli artisti debbano fare il loro lavoro e stare per i fatti loro, non ci dev’essere questa simbiosi. La trovo un po’ utopica questa vicinanza, la comunione tra artista e pubblico. Se parliamo di fare pochi live nei palazzetti invece che un lungo tour per locali, è un discorso che non mi riguarda, ancora devo cominciare a farne uno di concerto. Sicuramente non ho i numeri per fare quattro palazzetti e basta, quindi farò più concerti e nel mio caso la vicinanza al pubblico sarà scontata. Non ti nascondo che se io potessi fare 5 palazzetti e guadagnare tanti soldi lo farei, non capisco per quale motivo dovrei rinunciare a fare tanti soldi con un mestiere che svolgo da molti anni. A un certo punto sarebbe anche giusto che una persona possa guadagnare seriamente da quello che fa, non mi sento di criticare chi fa quelle scelte.

Domanda Nonsense: E’ meglio una notte da leoni o un giorno sotto il sole di Pantelleria?

Se stai un giorno sotto il sole di Pantelleria, a meno che non arrivi la mattina e parti al tramonto, passi anche la notte lì, quindi fai entrambe le cose.

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!