No Book – Joy Division, la biografia e la ristampa di “Unknown Pleasures”

Manchester 15 Giugno 1979 – Resto del mondo, 15 Giugno 2019

Quarant’anni sono un arco temporale già di per sé notevole, ma il progresso o presunto tale degli ultimi decenni ci fa sentire così lontani e distanti da quegli anni da sembrare sia passato un secolo da quei tempi, in cui il contesto sociale, culturale e mediatico era così diverso da quello odierno. Nonostante ciò, vi sono alcune cose che rimangono attuali e senza tempo proprio per via dell’impatto dirompente avuto negli ambiti sopra menzionati, e l’arte e la musica sono certamente fra esse.

Crediamo sia essenzialmente questo il motivo per cui ancor oggi siano importanti, ascoltate ed amate le opere come “Unknown Pleasures”, che a buon titolo rientra fra quelle capaci di lasciare un segno indelebile in ambito musicale e che in queste circostanze meritano assolutamente di essere riscoperte tramite iniziative quali ristampe e la pubblicazione di libri ad hoc. In questi casi, la musica è sì qualcosa d’importante a livello culturale, tanto come divertimento quanto come ascolto, e l’anniversario di questa release merita davvero un approfondimento che vada al di là del semplice ambito dell’entertainment, perché i Joy Division, Ian, Bernard, Peter e Stephen, hanno sì rivoluzionato lo scenario della musica della loro epoca, ma è importante capire come una band proveniente da una delle città allora più degradate del Regno Unito abbia potuto fare ciò.

IL LIBRO – Quella che scopriamo è infatti una storia normale ed assolutamente umana, di quattro ragazzi che si incontrano con il solo desiderio di fare musica in piena libertà in una città proletaria dominata da un regime di polizia, all’alba dell’era thatcheriana. Chi meglio di Jon Savage, allora giornalista prima per una serie di fanzine punk, poi per NME, Sounds e Melody Maker, potrebbe raccontarci quest’appassionante vicenda?

Lo scrittore, già biografo di Kinks e Sex Pistols ed autore di numerosi testi sul movimento punk, si è lanciato nell’impresa raccogliendo materiale testuale e fotografico dal suo prezioso archivio, intervistando gli ex membri della band e radunando testimonianze da tutti coloro che hanno fatto parte dell’entourage della band, dai fondatori della Factory Records ai tecnici del suono, giornalisti, fotografi e parenti dei membri della band.

Il titolo “Joy Division – Autobiografia di una band” può sembrare strano, ma la scelta dell’editore non è affatto casuale, poiché essa coglie assai bene un tratto essenziale forse messo troppo in secondo piano nel titolo originale “This Searing Light, the Sun and Everything Else: Joy Division: the Oral History”, ovvero l’ultima parte: “the Oral History”, ovvero la cronistoria dell’avventura dei Joy Division raccontata direttamente dalla voce dei protagonisti, incluse alcune rare citazioni di Ian Curtis, mirata a ricostruire la parabola dei Joy Division come se fosse davvero un’autobiografia o, perlomeno, un documentario in cui l’autore si mette in secondo piano per dare piena voce ai veri protagonisti della vicenda.

Una storia importante, che ci riporta indietro nel tempo in una società lacerata dai conflitti sociali ed ancora alle prese con la ricostruzione post bellica – sì, è difficile crederlo, ma lo scenario in cui si aggira la band è quello di edifici fatiscenti ancora danneggiati dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale – lontana dalla più borghese capitale Londra ma desiderosa di emanciparsi e rivendicare una propria identità culturale.

In uno scenario in cui si aggirano altre band come Buzzcocks, Sex Pistols e Cabaret Voltaire, quattro ragazzi si trovano per caso, cercando di combinare qualcosa che li emancipi dalla loro grigia realtà, alcuni senza crederci troppo, altri, Ian soprattutto, mettendoci l’anima e prendendo “dannatamente sul serio la cosa”, mettendoci la propria ispirazione e talento.

È un’alchimia perfetta e nata dalla casualità quella dei Joy Division, una rivoluzione sonora nata per caso e di cui non vi anticipiamo altro, auspicando di avervi sufficientemente incuriosito e spinto a leggere quest’appassionante racconto di Jon Savage, certi del fatto che la storia vi conquisterà e lascerà molte cose su cui riflettere, perché è un importante affresco epocale quello a cui l’autore ha dato vita, ed è sempre bene riscoprire la storia del passato per meglio capire la nostra contemporaneità e perché certa musica non tramonti mai, nonostante ci troviamo ormai alle soglie del terzo decennio di questo secondo millennio.

LA RISTAMPA – Abbiamo scelto di accompagnare alla lettura l’ascolto sulla Limited Reissue di “Unknown Pleasures”, pubblicata da Warner Music in occasione del quarantennale del disco. A tal proposito, dobbiamo fare una prima ammissione, che è quella di esserci domandati “perché?” una volta ricevuto il vinile bianco, in luogo della classica forma d’onda con linee bianche su sfondo nero: la tentazione di urlare al sacrilegio è stata forte, ma in soccorso ci è venuto proprio il testo di Jon Savage. 

Peter Saville, art director della Factory Records, in un capitolo del libro ci racconta dell’artwork del disco, nato dalla fotocopia di un grafico contenente le onde di una stella pulsar – stella a neutroni che emette radiazioni elettromagnetiche all’interno di una breve ma assai regolare periodicità – e di come in realtà la band lo volesse “fuori bianco e dentro nero”, ma egli avesse fatto quasi il contrario.

Un’altro fatto che ignoravamo e a cui questa riedizione dell’album rende giustizia in maniera tanto celebrativa, quanto quasi filologica: non è nostro scopo metterci a recensire un capolavoro senza tempo del rock mondiale, ma, limitandoci a parlare di questa ennesima reissue, non possiamo che apprezzare il lavoro fatto dai curatori, consistito di fatto nell’idea di ricreare l’artwork come inizialmente inteso, riregistrare con sound perfetto i brani su vinile 180g e, soprattutto, mantenere l’essenzialità ordinata e funzionale, quasi in stile Bauhaus, voluta da Ian, Bernard, Peter e Stephen. Niente note biografiche, niente inutili bonus tracks, b-sides o quant’altro, solo la pura musica in sé e per sé.

L’unica concessione celebrativa, se vogliamo, può essere il colore “Ruby Red” trasparente utilizzato per la creazione del supporto, forse una mossa per invogliare i collezionisti, ma ci piace pensare come questa scelta possa essere stata fatta per evidenziare il fuoco e il sangue della musica dei Joy Division.

Ad ogni modo, il fatto di proporre questa reissue ad un prezzo standard attorno ai 20€, ovvero ad un prezzo decisamente basso per i vinili di qualità pubblicati oggigiorno, mostra come l’intento sia davvero celebrativo e rispettoso di quello che erano i Joy Division e del contesto in cui sono sorti.

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola

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