No Interview – Alessio Bondì ci parla di “Nivuru”, tra esorcismo e black music

Abbiamo incontrato Alessio Bondì per parlare di “Nivuru” un album che, a dispetto del titolo apparentemente cupo, ha al suo interno tutti i colori di Palermo e della black music e rappresenta una nuova prova di ottima scrittura del nostro artista siciliano, che si prepara a varcare ancora una volta i confini nazionali.

Intervista di Egle Taccia

Parliamo del titolo. Come mai hai scelto di chiamarlo Nìvuru?

Non l’ho scelto io, l’ha scelto un amico in realtà, io ero indeciso tra altri due titoli. Ero ancora in fase di lavorazione del disco e di solito lo mando a degli amici, così mi danno la loro opinione, se ne parla un po’, ecc. Questo amico mio, che tra l’altro è uno scrittore, si chiama Carlo Loforti, è uno che mi segue da tanto tempo perché siamo amici, io seguo lui, ho letto i suoi primi scritti ecc. ecc., ora lui scrive romanzi per Baldini & Castoldi. Mi disse, secondo me non va bene nessuno di tutti e due i titoli che dici tu, te lo do io un titolo “Nivuru”. Alla fine ci ho pensato, ci ho ripensato, ed è giusto, perché questa immagine si ripete continuamente nel corso del disco, delle canzoni, e c’è sempre questo fondo, questo bordone nero nei pezzi, che poi a un certo punto ho capito che poteva essere il leitmotiv. È una metafora di tutto quello che non conosci, per cui ti addentri con una luce verso questo buio, questa notte, e provi a capire che cosa succede dentro di te. C’è questo, ci sono tante altre cose dentro l’album, perché sono canzoni scritte nel corso di anni e quindi poi tante cose si manifestano là dentro, però se devo dare una prima spiegazione è questa. Poi c’è quella della musica in sé, è molto influenzato dalla musica black, quindi “nivurazzu”.

Cosa ti ha portato verso la musica africana?

 Ci sono finito casualmente. A parte che noi siamo circondati costantemente da tutto quello che è musica africana, anche tutta la musica americana o quasi che ascoltiamo tutti i giorni ha una base africana. Ciclicamente, nella storia della musica moderna, ci sono delle ondate di Africa e noi siamo al centro di un’ondata africana e diciamo che è anche un po’ una moda, però mi ci sono avvicinato non so per quale motivo, perché ascoltando tanta musica prima o poi incappi in qualcosa di nuovo, ti piace e inizi a esplorare ecc. ecc., quindi ci sono storie personali, ma anche ascolti random.

Di cosa ci parli nei testi del disco?

Di tantissime cose, ci sono sia canzoni che parlano del rapporto di coppia, della fine, dell’inizio, del corteggiamento, o anche di una coppia diversa che può essere padre/figlio, o comunque un dialogo tra una persona più anziana e una persona più giovane, oppure dialoghi con entità misteriose o dialoghi con se stesso. C’è sempre un dialogo, anche quando c’è un monologo in atto è sempre rivolto verso una parte di sé che non si conosce e che quindi si vuole approcciare, come “Cafè” ad esempio. Ci sono tantissimi temi, poi ci sono anche canzoni più ironiche come “Savutu”, che è una canzone che parla di un guardone che spia la sua adorata mentre si spoglia e poi, a un certo punto, decide di prendersi di coraggio e di andare a toccarla oltre che guardarla, ma non ha fatto i conti col fatto che magari lei non voglia e che quindi gli scateni contro il suo bulldog. C’è un po’ di tutto questo, ma credo che siano dei testi molto allacciati alla musica, proprio perché sono in contrasto, quindi mi piace sottolineare il contrasto che emerge, il fatto che comunque ci sia una vena esorcista, da esorcista. Mi sono riallacciato un po’ alla vena popolare di meloterapia, ovvero l’esorcismo attraverso la musica, l’esorcismo con il ritmo, con il mantra, con qualcosa di ripetuto e forsennato, che può espiare da un dolore, da una colpa, da qualsiasi cosa.

Qual è il brano più rappresentativo del disco?

 Forse “Cafè” può essere una buona sintesi, anche perché è molto complessa, ha due parti, una più adrenalinica e una invece più lenta ma nervosa. Quindi sì, “Cafè”, decisamente.

Sei tra i 23 artisti che saranno supportati dall’Italia Music Export di Siae. Come affronterai questa avventura fuori dal confine?

L’ho già vissuta l’anno scorso, perché mi avevano già premiato, e adesso sono ritornato a vincere un’altra volta quel bando della Siae, quindi sono molto contento. Ovviamente non ci si abitua a queste cose, non è così. Sento che questo progetto può effettivamente avere questa risonanza, perché è sì un’operazione letteraria la mia, ma c’è anche tanta musica, tanta commistione, e quindi può funzionare nell’ambito della world music, e di fatto è un premio che è andato ad aggiungersi a quell’altro, quindi la Siae ci ha creduto, oltre al primo sovvenzionamento ha deciso di fare questo secondo sforzo e credo che ci sia un disegno in questo secondo premio che mi è stato dato. Ovviamente c’è tantissimo lavoro dietro, non è una cosa semplice, è bellissimo, però da quando arriva è una corsa contro il tempo per ottimizzare tutto, per portare a casa il bando, perché devi concretizzare tutto quello che hai proposto.

Domanda Nonsense : Il caffè con o senza zucchero?

Con lo zucchero, ma senza cucchiaino.

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e Qube Music e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!