No Interview – Dimartino: Afrodite è una dea psichedelica

“Afrodite” è il nuovo album di inediti di Dimartino e il primo per 42 Records in collaborazione con Picicca. Con la produzione di Matteo Cantaluppi, che ha dato una nuova spinta alle sonorità ricercate dell’artista, questo nuovo album è uno dei più ispirati della sua carriera, grazie anche alla scoperta della paternità.

Intervista di Egle Taccia

Chi sono ( o chi è ) Dimartino oggi?

Più o meno è lo stesso di prima, si cerca sempre di evolversi in qualche modo, di cambiare vestiti, però in realtà si rimane sempre uguali…mi sa che sono sempre lo stesso. Tra l’altro la band che suona con me, i Dimartino, sono sempre gli stessi di prima, quindi non c’è nessun elemento, nessun altro di nuovo, la band mai come adesso è proprio fatta da quelli che hanno dato vita a questo progetto, quindi Simona Norato, Angelo Trabace, Giusto Correnti. In questo live saremo tutti e quattro. Potrebbe essere cambiato il vestito delle cose, però in realtà tutto quello che è questo progetto è una cosa familiare, una famiglia che racchiude questi elementi e che in qualche modo cerca di evolversi.

A cosa dobbiamo il ritorno di Simona, che vi aveva lasciati per un periodo?

In realtà è come se Simona dalle mie canzoni non se ne fosse mai andata, abbiamo sempre fatto delle cose insieme anche ultimamente, per esempio ho suonato il basso nel suo ultimo disco, Giusto ha suonato la batteria, per cui anche negli anni in cui sembrava che se ne fosse andata, abbiamo sempre fatto le cose insieme. Lei ha avuto un periodo in cui ha fatto dei dischi suoi, ha portato avanti i suoi progetti, ma anche adesso sta portando avanti il progetto del suo secondo disco mentre fa il tour con me, quindi diciamo che non ci siamo mai veramente allontanati.

“Le canzoni leggere si scrivono nei giorni buoni”?

È un’affermazione di cui non mi sento responsabile (ride). Ne sono responsabile, però non so fino a che punto è vera. Sicuramente nei giorni buoni sono sempre più motivato a scrivere, quando sono ottimista. Di solito si dice che quando soffri scrivi cose più interessanti o hai più pathos, per me è quasi l’opposto, io per scrivere devo essere preso bene, quando sono preso male non faccio niente.

Che volto ha la tua Afrodite?

La mia Afrodite ha le sembianze di una dea psichedelica, fosforescente, non ti so dire di preciso il colore di capelli, ma l’ho sempre vista quasi avvolta da dei puntini colorati, delle fasce di colore che girano, una specie di avatar, una specie di dea che non puoi toccare ma che esiste quasi come un ologramma. Questa è più o meno l’immagine che mi sono fatto di lei.

Ho avuto l’impressione che, in questo album, volessi parlarci di un amore vissuto in un contesto di odio e intolleranza. È così?

Sì, sicuramente c’è questa atmosfera dovuta al fatto che essendo diventato padre ho stimolato in qualche modo un senso di protezione nei confronti di mia figlia, dell’essere umano che è nato nella mia vita e che non avevo prima. Quando si è da soli si ha un senso di protezione verso se stessi, con un altro essere umano è come se, volendo proteggerlo, si cominci a percepire l’orrore del mondo come qualcosa che possa in qualche modo ledere la tranquillità del tuo nido familiare e quindi cerchi di proteggere l’amore, cerchi di proteggere quello che sta attorno a te e quindi vedi anche le cose del mondo con un altro occhio, con un’altra prospettiva, la prospettiva del padre, che è spesso quella dell’uomo alla finestra che guarda quello che accade sotto casa e che cerca di proteggere la sua casa, il suo nido.

Ascoltando i suoni noto delle novità, ma anche un rispetto per il tuo passato. Che tipo di lavoro hai fatto con Matteo Cantaluppi?

È stato un lavoro abbastanza spontaneo e naturale ed è un lavoro che abbiamo fatto in tre, in realtà, io, Matteo Cantaluppi e Angelo Trabace. È stato un disco che abbiamo capito sin da subito, perché ho fatto una prova con Matteo quando ci siamo conosciuti. Ci siamo detti facciamo una prova, se ci piace andiamo avanti, se non ci piace ci molliamo qui. In realtà la prova che abbiamo fatto è andata molto bene perché è come se lui avesse capito subito e tutti i presenti nella sala, io, Angelo e lui avessimo capito dove stava andando questo disco, che sonorità dovesse prendere. I phaser nella chitarra, lunghi sotto le canzoni, questo sapore un po’ di fine anni ’70, queste chitarre un po’ Seventies, c’erano già nella preproduzione, in quella prima fase c’erano già tutti gli aspetti del disco, quindi è stata abbastanza immediata come direzione.

Come dicevamo prima, è un disco che parla anche di paternità in “Feste comandate”, un’esperienza forte che hai deciso di racchiudere in un brano. È un pezzo che è nato insieme a tua figlia oppure ci hai messo un po’ ad elaborarlo?

In realtà è nata prima, è nata proprio nei mesi in cui aspettavo la nascita. Il periodo dell’attesa è il periodo in cui entri più in confusione rispetto a quando nasce l’essere umano. Aspettare una nascita è come stare in una galleria e vedere la luce molto lontana, perché in qualche modo non sai cosa sta per accadere, però senti che quello che sta per accadere è qualcosa di veramente forte, potente, che avrà una potenza devastante nella tua vita, però in un certo senso non la vivi ancora, per cui è una canzone che parla quasi dell’attesa dell’amore, è un amore che immagino, ma che ancora non è arrivato. È una canzone che parla di attesa.

“Lo Stato ha chiuso l’amore in un decreto ministeriale”. Cosa vuoi dirci con questa potentissima frase?

Mi sto ricordando che in quel periodo era stata approvata la legge sulle unioni civili e che molti si erano opposti, ma era come se in un certo senso volessi fare entrare quel momento storico anche nella canzone. A dirti la verità non lo so a cosa mi riferissi in particolare, non so se fosse riferito a questa legge sulle unioni civili, non mi ricordo il periodo preciso, però volevo farci entrare un discorso legato a qualcosa di legale, in qualche modo, perché poi pure la nascita, assistere a un parto, è come assistere quasi a un passaggio legale, da uno stato a un altro, dallo stato di non essere vivente allo stato di vivente con la carta d’identità. C’è sempre qualcosa di legale nella nascita.

Domanda Nonsense: Qual è stato il pesce d’aprile più crudele che hai subito?

Che ho subito? (Ride) Crudele no, ma una volta un mio amico per il primo Aprile mi ha chiamato facendo finta di essere uno speaker radiofonico, io aspettavo un’intervista in quel momento, ero in Salento, e mi ha fatto un’intervista credibilissima, io ho risposto a tutte le domande, e poi ha detto “e ora ascoltiamoci una canzone di Dimartino” ed è partita “Guardia ’82” di Brunori e lì per lì ci sono rimasto un po’ male, ho ringraziato, ma poi lui mi ha chiamato dicendomi: Pesce D’Aprile!

Intervista a cura di Egle Taccia

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e Qube Music e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!