No Interview – Gold Mass: la fisica delle emozioni

Il mondo di Emanuela Ligarò si divide in due versanti: da una parte vi è l’attività di ricerca applicata all’acustica, dall’altra troviamo la sua vita di artista compositrice che si cela dietro al moniker “Gold Mass”. Forse entrambi ruoli si fondono, intersecandosi come parti complementari di un insieme omogeneo. Ad oggi Gold Mass ha pubblicato tre singoli estratti come anteprima di un album che uscirà a breve, prodotto dalle mani sapienti di Paul Savage. Della musica e delle radici dell’ispirazione abbiamo parlato con Emanuela.

La tua musica si fonde con una elettronica ombrosa e minimale, mai invasiva ed estremamente equilibrata. Ci potresti raccontare come si sviluppa la dinamica del tuo processo creativo nella scrittura dei brani?

Scrivo principalmente al pianoforte, perché è il mio strumento. Per quello che è il mio modo di scrivere oggi, per me è di fondamentale importanza che un brano risulti bello alle mie orecchie nella sua versione più scarna: se sta in piedi così, allora è buono. È solo in un secondo momento che trovo abbia senso andare a cercare suoni più adatti e suggestivi sul synth, una volta che la struttura del brano è già definita. Ma questo non significa che non sia possibile fare altrimenti, anzi ultimamente sto sperimentato tutt’altro metodo e devo dire che mi fa sentire allo stesso modo appagata. Un discorso a parte merita la creazione dei testi. Scrivo continuamente frasi e riflessioni che appunto su un’agendina ed è da questo materiale che attingo quando scrivo un brano. In questo modo credo si possa dire che sono costantemente sotto processo creativo, alla fine se ad una persona piace scrivere allora adora vivere in questa condizione.

Fino a questo momento ti sei presentata al pubblico attraverso tre singoli, mentre l’album “Transitions” uscirà prossimamente. La registrazione dei brani è stata curata da Paul Savage, nel cui curriculum compaiono collaborazioni con Mogwai, Franz Ferdinand ed Arab Strap. Peraltro, pare che Savage non sia stato l’unico a manifestare interesse verso il tuo progetto e che altri produttori come Luke Alexander Smith e Howie B abbiano dato la loro disponibilità a produrre il disco. Ci puoi spiegare le ragioni che ti hanno spinto a scegliere Savage e qual è stata la sua incidenza sul sound finale dell’album?

Quella con Savage è stata una bellissima collaborazione. Io non ho contatti o conoscenze particolari nel mondo della music industry e quello che ho fatto è stato semplicemente cercare sul web tracce che potessero ricondurmi ai produttori che avevano lavorato ad album che mi piacevano. Su internet si trova molto più di quello che si potrebbe immaginare. Ho inviato le demo pensando che non avrei nemmeno ottenuto risposta ed invece ho ricevuto l’interesse di alcuni produttori internazionali tra i quali ho potuto addirittura scegliere la sensibilità professionale che più si avvicinava a quello che stavo cercando per il mio disco. Savage è senz’altro un produttore di grande gentilezza, emotività ed eleganza, è stato fin da subito molto accogliente ed aperto all’ascolto. Ha voluto dare risalto alla mia personalità ed alle mie scelte di scrittura. In questo senso, abbiamo avuto diverse interessanti conversazioni in cui mi diceva che intendeva esaltare quelle parti in cui si evincevano influenze musicali derivanti dai miei ascolti e dalle mie radici, soprattutto quelle italiane, attente alla melodia e alla passionalità. È questo modo di lavorare che rende un disco autentico e riconoscibile. Io posso dire che al momento questo disco è la fotografia esatta di quello che io sono oggi. Domani si vedrà.

Dall’ascolto dei pezzi che sino ad ora hai pubblicato in rete percepisco una derivazione che risente della sensibilità dei Cocteau Twins (penso principalmente ad Elisabeth Frazer per l’uso “discreto” della voce) e dell’idea di un pop colto. Al di là dei riferimenti soggettivi, ci puoi dire qual è il tuo disco del cuore, quello da cui hai realizzato l’idea di creare un tuo mondo musicale?

È difficile isolare un unico disco da cui avrei tratto ispirazione per la mia propria composizione, direi anzi che l’universo musicale di un autore è sempre alimentato da un buon numero di influenze, anche molto diverse tra loro, che hanno lasciato un seme nel corso del tempo e della propria storia di ascolti. Questi contributi significativi formano delle stratificazioni che riemergono in modo inconscio al momento della scrittura, assumendo una forma personale e del tutto nuova. Nel mio caso posso senz’altro citare il lavoro dei Blonde Redhead, Nick Cave e Lou Reed le cui sonorità scure ed inquiete hanno sempre parlato e risuonato in modo familiare con la mia sensibilità. Vorrei aggiungere Patti Smith per aver messo in atto un esempio di femminilità dal carisma indiscutibilmente potente e suggestivo, la cui sensualità è stata da subito rivendicata in termini del tutto nuovi, ossia volontariamente slegati dal gusto maschile. Ma pensare che un autore riceva ispirazione solo dal lavoro di altri musicisti sarebbe forse riduttivo. Ad esempio io sono irrimediabilmente affascinata dal lavoro di ricerca fotografica di Francesca Woodman, dalla delicatezza e dalla sensualità naturale che si trovano nei suoi scatti. Così come sono attratta ed influenzata dalla scrittura di Pessoa e da ogni forma d’arte che nasca da una base forte di malinconia.

Sei laureata in fisica e ti occupi di ricerca e sviluppo nell’ambito dell’acustica. Quanto il lavoro di tutti i giorni interagisce idealmente con la tua musica? Essere ricercatrice sottrae qualcosa al tuo essere musicista?

Sicuramente il tempo. Per il resto può solo apportare un beneficio. Sono nata con la passione per la fisica e per la musica, da sempre coltivo entrambe con estrema dedizione. La preparazione nell’ambito dell’acustica e del trattamento dei segnali fa sì che io sia più consapevole di quello che succede al momento della registrazione, dell’elaborazione e della diffusione del suono, sia questo di natura meccanica o elettronica. Il cantare stesso è un processo di generazione del suono al quale ci si può approcciare solo con ingenuità e trasporto emotivo o si può gestire in modo più consapevole conoscendo il meccanismo della fonazione e dell’amplificazione del suono tramite le risonanze.

Da cosa nascono i tuoi testi? In fase compositiva quanta parte gioca la componente interiore e personale?

La mia scrittura è sempre autobiografica, scrivo solo cose che vivo in prima persona. Trovo che il risultato finale sia sicuramente più intenso. Non credo sia interessante cantare frasi che non abbiano un significato nella vita di un artista, non lo trovo sincero. Per me la componente interiore e personale conta in modo esclusivo. Quando scrivo, ho bisogno di sentire che quello che sto creando si porta via tensione ed inquietudini che accumulo e che riesco a placare momentaneamente attraverso il processo della scrittura. Per questo motivo, nei miei testi ricorre sempre un’attitudine alla confessione, al liberarsi di un peso per sentirsi finalmente sollevati. Per quando riguarda la ricerca del suono, che ogni artista tiene in considerazione quando scrive un testo, per me è un qualcosa che avviene generalmente di pari passo con il contenuto del testo ed in questo l’utilizzo della lingua inglese è di per sé un grande aiuto.

Una volta la musica era centrale nella vita dei giovani, mentre oggi la smaterializzazione dei supporti fisici ha reso tutto molto più superficiale e di breve durata. Per un musicista emergente, la Rete presenta più insidie o più vantaggi?

In verità, credo che la musica sia tuttora centrale nella vita dei giovani, personalmente non sono spaventata dal cambiamento in atto. Abbiamo vissuto ormai più di una rivoluzione del modo in cui è possibile usufruire della musica e da sempre la modalità d’ascolto è stata influenzata dal progredire della tecnologia. A cambiare è il supporto, dal vinile al cd ed ora lo streaming, ma in linea di massima ciò che ci spinge a cercare, ascoltare e scrivere musica è un nostro bisogno intrinseco che resta a mio parere invariato. Prima dell’invenzione del fonografo (1878) la musica non veniva nemmeno registrata, eppure abbiamo avuto i migliori compositori di tutti i tempi che hanno lasciato solo partiture di quello che hanno scritto. C’è qualcosa di più nella musica che la tipologia di ascolto che se ne fa. Non è mai una buona cosa essere diffidenti del progresso, direi piuttosto che a guardar bene, la direzione che ha tenuto è quella di andare verso una sempre più crescente accessibilità e comodità di ascolto (a dispetto della qualità). Io stessa da quando esiste lo streaming ascolto molta più musica nuova rispetto a prima e anzi aggiungerei che l’eliminazione del supporto fisico può solo fare bene, evitandoci quel feticismo all’oggetto di cui io stessa sono stata vittima nel collezionare vinili e cd. È consumismo, non musica. Più che nell’ascolto, la tecnologia ha un’influenza ancora più incisiva in fase di composizione della musica, ma questo è un altro discorso. Per quel che riguarda me, credo che la rete offra molti più vantaggi che svantaggi, specialmente per un autore autoprodotto. Diviene però molto importante avere del buon talento imprenditoriale e comunicativo per utilizzare la rete come veicolo per presentarsi al pubblico. Al di là delle opinioni personali sui cambiamenti in atto, ognuno deve giocare con le carte che ci sono sul tavolo e che quel momento storico ha reso disponibili. Per questo motivo ad esempio con lo streaming potrebbe diventare completamente anacronistico pubblicare un album intero e in tal senso per il futuro io sto valutando l’idea di rilasciare periodicamente nuove uscite senza che siano pensate per essere confezionate in un album.

Passiamo ora alla domanda nonsense: visto che ti occupi di acustica, qual è il posto migliore della casa dove registrare una canzone?

Beh diciamo subito che non è il bagno, con grande delusione dei più. Ammettiamo pure che sia piacevole cantare e suonare in quell’ambiente per via del sostegno al suono dato dal buon livello di riverbero presente, per via delle pareti riflettenti di mattonelle e vetri della doccia. Ma come regola di base si preferisce registrare in un ambiente in cui ci sia un buon assorbimento del suono ed un buon isolamento dall’esterno ed aggiungere solo in un secondo momento elaborazioni del suono quali il riverbero. Direi quindi che il miglior posto dove registrare è una qualsiasi altra stanza dove ci si senta a proprio agio, magari avendo l’accortezza di migliorare l’acustica con qualche pannello assorbente, coperte o tappeti e soprattutto quando i vicini non stanno dando una festa.

Intervista a cura di Giuseppe Rapisarda

Autore dell'articolo: Giuseppe Rapisarda

Giuseppe Rapisarda
Avvocato, appassionato di musica. Da quando il padre gli regalò la cassetta di "Outlandos d'Amour" dei Police non ha più smesso di comprare dischi. Sa essere concreto anche se, di tanto in tanto, si rifugia in un mondo ideale sospeso tra le canzoni di Neil Young e le divagazioni oniriche dei romanzi di Murakami.