No New – Con Krank alla scoperta di “Un posto dove nasconderci”

Krank è il moniker di Lorenzo Castiglioni, cantautore nato a Macerata nel 1978. Un posto dove nasconderci è il titolo del suo nuovo disco autoprodotto, uscito a fine dicembre. Un album nel quale riesce semplice trovare un proprio spazio, una propria isola.

Ricordi il momento in cui hai deciso di dare vita al progetto Krank?

Sì, lo ricordo distintamente. Con i Drunken Butterfly, il mio gruppo di sempre, abbiamo fatto tantissimo negli ultimi anni: la sonorizzazione di un film muto, un paio di dischi che son piaciuti e che ci hanno permesso di girare molto live in tutta Italia, collaborazioni importanti, remix. Insomma, probabilmente era il momento giusto per prendersi un momento di pausa, siamo all’incirca ad Aprile del 2016. Se invece parliamo dell’idea di fare qualcosa da solo, beh quella ce l’ho praticamente da sempre. Mi ha sempre incuriosito poter vedere cosa ero in grado di fare senza avere la possibilità di potermi appoggiare ad alcun musicista, avere la completa responsabilità del processo creativo e della sua messa in opera.

“Un posto dove nasconderci” è stato pubblicato da poche settimane, come hai vissuto il periodo antecedente all’uscita?

Un posto dove nasconderci, a mio avviso, è un disco a cui si sta lavorando molto bene in termini di marketing. Se ne è cominciato a parlare praticamente già un anno fa con una serie di report dallo studio di registrazione. Poi sono usciti tre singoli, a distanza di un paio di mesi uno dall’altro, con i rispettivi video. C’è stato anche un release party in anteprima a Bologna. Ho vissuto profondamente tutte queste fasi e mi sono goduto tutti questi piccoli passi che mi hanno pian piano avvicinato all’uscita ufficiale.

A proposito del titolo, hai un luogo in cui preferisci “nasconderti” mentre componi?

Ho costruito la mia base operativa nel soppalco di un garage dove c’è solamente l’essenziale: un bagno, un letto e tutta la mia strumentazione. Un posto dove nasconderci è nato così, da notti trascorse in questo luogo sotto terra dove non ci sono finestre, dove ci sono pochissimi rumori e comunque i pochi che arrivano sono piuttosto ovattati, dove regna una bellissima atmosfera fatta di luci basse e molta intimità.

Quell’elettronica scura a cui sei affezionato in questo disco si fa ogni tanto da parte, penso, per esempio, al brano “In preghiera” nel quale la tua voce è la vera protagonista…

La tua osservazione è giustissima. Il progetto Krank, forse per certi versi è stato normale così, è partito con un legame piuttosto forte con i Drunken, molte delle canzoni che avevo nel cassetto prima di iniziare questo nuovo percorso non avevano ancora un destino ben definito. Poi Krank è cresciuto, ha cominciato a percorrere la sua strada in autonomia e, di conseguenza, ha raggiunto una sua identità ben precisa. Krank è multiforme, può passare da momenti più duri e violenti di rock industrial ad atmosfere più intime e rarefatte, passando per tutto quello che può esserci in mezzo.

Esiste creatività senza sofferenza?

Non so darti una risposta che valga in assoluto. Per quello che mi riguarda, però, posso dirti che certamente quando tutto scorre liscio, quando la mia vita attraversa quei rari momenti di tranquillità e spensieratezza, di sicuro non sono particolarmente incentivato a scrivere. Su di me la composizione, così come pure i concerti, hanno un effetto terapeutico, è come se mi liberassi di una zavorra e la gettassi via. È quasi un processo di espiazione e di epurazione.

Se ti dico Sonic Youth cosa mi rispondi istintivamente?

La mia adolescenza, tanti ricordi che serbo nel cuore con una grande tenerezza. Ho iniziato ad ascoltarli a quindici anni assieme ai Nirvana, nello stesso periodo in cui ho iniziato a suonare la chitarra. Io venivo da studi classici di pianoforte e scoprire che le chitarre potevano essere usate in quel modo, produrre quelle sonorità, per me fu sconvolgente. Ovviamente tutto questo è strettamente connesso ad una fase della tua vita in cui ti stai trasformando in un uomo, e quindi ogni sensazione è amplificata all’ennesima potenza.

Domanda Nonsense: se dovessi descrivere la tua musica cromaticamente che colori metteresti sulla tavolozza?

Nero e rosso. Nero perché la maggior parte delle mie composizioni sono in minore, comunque hanno delle atmosfere piuttosto plumbee, la mia non è esattamente una musica solare. Rosso perché c’è sempre molta forza nei brani, la volontà di voler produrre nell’ascoltatore un forte impatto, in modo che non possa rimanere in alcun modo, in positivo o in negativo, indifferente.

Intervista a cura di Cinzia Canali

Autore dell'articolo: Cinzia Canali

Cinzia Canali
Cinzia Canali nasce a Forlì nel 1984. Dopo gli studi, si appresta a svolgere qualunque tipo di lavoro, ama scrivere e ha la casa invasa dai libri. La musica è la sua passione più grande. Gira da sempre l'Italia per seguire più live possibili, la definisce la miglior cura contro qualsiasi problema.