L’urgenza di comunicare senza dover sottostare a nessuna imposizione. Da questa necessità è nato Il DUbbio, progetto di Niko Lotti con la partecipazione di Gianfranco “Mode-G” Chieppa (alle voci e alle percussioni) e Fabio Lotti (alle chitarre). È uscito all’inizio del 2019 Evoluzione, il disco d’esordio autoprodotto del trio.
Niko ha risposto a qualche nostra domanda.
Il DUbbio è nato nel 2017, come ha preso vita questo progetto?
Il progetto nasce dalle jam session con la mia precedente band, Il Demone Meschino, in cui suonavamo post-rock. Un giorno provammo ad inserire delle basi elettroniche da me prodotte ma l’esperimento con la musica di quella band non riuscì. Quelle basi però continuavano a trasmettermi qualcosa di importante e quindi ho continuato a lavorarci in un progetto a parte. Così è nato Il DUbbio.
“Evoluzione” è il titolo del nuovo lavoro, un concept che parla di un cammino in una villa disabitata. Raccontami la genesi di questo lavoro.
I brani sono nati singolarmente e non mi sono posto particolari vincoli su cosa scrivere. Alla fine poi, quando ho riascoltato tutto nell’insieme, ho notato che i brani potevano essere tutti legati da questo sottile filo conduttore e così è nata l’idea del concept.
Nel brano che dà il titolo al disco ci sono due frasi, non certo le uniche dell’album, che inquadrano bene l’essenza di questo periodo storico: “L’evoluzione è inquinamento, l’evoluzione è solitudine”. Dove ci sta portando questa evoluzione?
Sì, in realtà il brano “Evoluzione”, uno dei primi nati, a differenza degli altri non è una narrazione di avvenimenti vissuti ma è proprio una mia personale riflessione sul fatto che la presunta “evoluzione” dei tempi moderni ci sta mettendo più su un cammino involutivo che non su quello di un reale progresso. Noto che oggi la gente è più “social” ma meno “sociale”: mette “smile” ovunque ma poi è più triste, ha 5000 amicizie ma in realtà di queste ne conosce ben poche… Spero che la situazione possa cambiare ma intanto questo è quello che appare.
La scelta di dare, nei pezzi, molto spazio al “parlato” nasce proprio dalla volontà di valorizzare al meglio il messaggio?
Sì, esattamente. Mi piace parlare e descrivere storie di realtà vissute e penso che il modo migliore e più diretto di farlo sia appunto tramite lo “spoken”, come si dice in gergo. Ciò permette di poter narrare una storia senza modificare metrica e melodia.
Cosa ritieni sia indispensabile per poter far viaggiare la propria arte?
Crederci. La prima cosa è credere in quello che si fa, poi confrontarsi costantemente con gli altri e trasmettere la propria arte tramite i vari canali disponibili (e questo è uno dei risvolti positivi che potrebbe avere la tecnologia moderna: permettere di raggiungere più persone in minor tempo).
Domanda Nonsense: la sigla di un cartone animato che oggi ricanteresti?
Direi quella de “L’uomo tigre”: il riff di chitarra era davvero carino e poi mi faceva sorridere all’epoca il fatto che la chitarra sembrasse scordata (a causa della pellicola rovinata che faceva distorcere i suoni).
Intervista a cura di Cinzia Canali