No Report – Il Sacro Fuoco di Robert Plant

Coperta da una coltre di foschia all’orizzonte, durante l’ultimo appuntamento del riuscito “Milano Summer Festival”, l’attesa eclissi lunare non è stata visibile dall’Ippodromo. Tuttavia, il fatto che a chiudere la rassegna sul palco fosse presente una leggenda come Robert Plant, ha regalato comunque esperienze mistiche alla marea di spettatori presenti per questo grande evento.

Anche stavolta, come per la precedente data di Alanis Morissette, oltre che dal caldo e dalle immancabili zanzare, siamo colpiti dalla quantità e varietà del pubblico: ad accogliere Plant ed i suoi “Sensational Space Shifters” troviamo difatti persone di ogni età, tutte frementi a modo loro in trepidante attesa, con un piacevole clima interpersonale in cui persone più mature e adolescenti si trovano a discutere su cosa attendersi da parte di questa leggenda del rock, che nell’agosto 2017 ha di nuovo sorpreso tutti con un lavoro di altissima fattura tecnica e compositiva come “Carry Fire”.

L’apertura del live è affidata a mezz’ora di esibizione “en solo” di Seth Lakeman a partire dalle 20:00, polistrumentista della band (viola, violino, chitarra tenore, ecc…), il cui raffinato e coinvolgente folk rock accende già l’entusiasmo dei presenti, che trovano nei suoi ottimi brani tracce del sound dei recenti lavori dell’ex frontman dei Led Zeppelin.

Dopo aver tributato i doverosi applausi a Seth, che avrà modo di riceverne molti altri anche nel resto della serata, non resta che attendere le 21, quando con perfetta puntualità british, il super impianto del Milano Music Festival interrompe la musica di sottofondo, per iniziare a suonare una intro tribale che annuncia inequivocabilmente il ritorno del Re: fa quindi il suo ingresso la band e subito dopo ecco che arriva Robert Plant in persona, con passo sicuro e aria sorniona.

L’ouverture avviene con un grande classico, “The Lemon Song” da “Led Zeppelin II”, un perfetto esempio del miglior rock blues in cui già scorgiamo quelli che saranno i due leitmotiv della serata: la bravura dei “Sensational Space Shifters”, band affiatata e tecnicamente mostruosa, che gioca meravigliosamente coi classici di ieri ed oggi dando loro energia e vitalità, e ovviamente la presenza scenica di Robert Plant. Il cantante inglese infiamma gli animi con una voce che si è certamente modificata negli anni, abbassandosi lievemente in cambio del mantenimento della capacità di emozionare col suo inconfondibile timbro, ancora sensuale ed appassionato e in grado di “sparare” degli acuti da pelle d’oca, a dispetto dei ormai settant’anni alle porte.

Plant si muove ancora con un buon dinamismo, gioca con l’asta del microfono e si gode l’adorazione del pubblico con la consapevolezza della rockstar matura, che pure mantiene dentro di sé quell’entusiasmo giovanile che la porta ancora a calcare i palchi del mondo intero per diffondere il vangelo del rock e del blues… avendo ancora molto da dire a proposito di musica, anzi, proponendo una setlist apparentemente breve che tuttavia racchiude in sé la storia dei due generi.

Ciò che ci ha difatti colpito è stato il modo in cui artista e band abbiano infiammato la platea proponendo sia i classici degli Zep, sia cover blues/bluegrass, sia soprattutto estratti dagli ultimi lavori solisti dell’artista, senza che  venisse mai meno l’entusiasmo dei presenti.

Sarà il grande assolo di chitarra di “Turn it up”, sarà lo spettacolare dobro di “The May Queen” accompagnato dall’incessante battito di mani del pubblico, sarà il british humour di Robert, che si compiace del clima italiano “proprio freddo come quello UK”, ma i minuti passano lieti, apprezzando i virtuosismi della band che allungano considerevolmente la durata dei brani, che cambiano a tratti forma e sound sorprendendo piacevolmente tutti.

Plant, furbescamente, ha costruito una setlist perfetta, ed ecco che, giocando di nuovo con l’asta, attacca con l’inconfondibile “Black Dog”, il cui sound sembra adeguarsi agli standard più attuali senza tuttavia alcuna variazione sull’esito dell’esecuzione: pubblico a dir poco in delirio e jam finale a suon di blues, a ricordare che tutto il rock è nato da lì.

Plant, da sempre accostato a figure cavalleresche per il suo aspetto, nel 2018 sembra davvero un re normanno calato in Italia per una facile conquista: che proponga un altro classico degli Zep come “Going to California” (di cui abbiamo apprezzato la bella intro acustica ed i sussurri del cantante) o una vecchia cover come “Please read the letter” riproposta nella chiave bluegrass già apprezzata nell’album in duo con Alison Krauss, il risultato è il tripudio dei presenti, ai quali sembra di presenziare ad una lectio magistralis sulla storia della musica.

C’è spazio per un esplosivo omaggio al blues con “Gallows Pole”, con tanto di tributo di Plant a quel Leadbelly che ne fu uno dei più eccelsi esecutori, per l’esecuzione della mistica “Carry Fire” in cui il nostro eroe si tramuta in uno sciamano moderno e poi quello che forse è il colpo di grazia per tutti, con quel concentrato di nostalgia e passione intitolato “Babe I’m gonna leave you” che sorprende ed ammutolisce per due buoni minuti il pubblico, che esplode quindi in una standing ovation a cui segue la presentazione di ogni singolo membro del gruppo.

Il set principale si conclude con due brani tradizionali e la band esce, acclamata subito per i bis da parte di un pubblico che ancora non ne ha avuto abbastanza. I brani sono stati solo 11, ma la loro intensità e le dilatazioni dovute alle improvvisazioni strumentali hanno fatto sì che quest’ora e 10 di concerto sia stata un’esperienza totale e soddisfacente, alla quale non rimane che una chiusura in grande stile.

C’è quindi tempo per una dolce e nel contempo appassionata esecuzione di “Rainbow”, dal penultimo “Lullaby… and the Ceasless Roar”, e per un medley finale a base di Led Zeppelin ricco d’improvvisazione, nel quale “Whole lotta Love” la fa da padrona dando il colpo di grazia ad un pubblico in delirio, al quale non resta che dare il doveroso tributo alla band che si presenta per il classico inchino, augurando la buonanotte a tutti.

Si chiude così il concerto di Robert Plant nonché la rassegna “Milano Summer Festival”.

Una doverosa considerazione va fatta sulla manifestazione, molto ben organizzata ed affiancata ad altri eventi milanesi come il TRI.P, l’i-days  e i concerti della rassegna “Estate Sforzesca”, che hanno portato nella metropoli lombarda un’ampia serie di artisti della scena nostrana ed internazionale per gli amanti di ogni genere musicale.

Sul cantante inglese cosa dire di più… gli aggettivi per descrivere la performance e la presenza scenica di questa leggenda del rock si sprecano: Plant ha portato con sé umiltà, simpatia, carisma e bravura, conquistando tutti e dando la dimostrazione di essere ancora oggi uno dei migliori frontman di sempre. Impossibile chiedere di più, perciò grazie ancora, Robert, e ti prego continua a portare nel mondo il fuoco sacro del grande rock.

 

 

Setlist:

  1. The Lemon Song (Led Zeppelin)
  2. Turn it up
  3. The May Queen
  4. Black Dog (Led Zeppelin)
  5. Going to California (Led Zeppelin)
  6. Please Read the Letter
  7. Gallows Pole (Led Zeppelin – Leadbelly cover)
  8. Carry Fire
  9. Babe, I’m gonna leave you (Led Zeppelin)
  10. Little Maggie (traditional)
  11. Fixin’ to die (traditional blues)
  12. Encore #1 – Rainbow
  13. Encore #2 – Bring it on Home / Whole Lotta Love / Santianna /Whole Lotta Love reprise (medley)

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola