No Review – Arctic Monkeys, welcome to the “Tranquillity Base Hotel and Casino”

Nel mondo dell’arte, ed in particolare modo in quello della musica rock, sono molti gli interrogativi che sorgono quando un artista di una certa caratura e notorietà decide di voltare drasticamente pagina: è un meccanismo che scatta sia nella mente degli ascoltatori comuni, sia in quella degli addetti ai lavori, poiché inevitabilmente legato sia a motivi sentimentali quali possono essere la delusione dei fan della vecchia guardia con relative, frequenti accuse di “svolte troppo commerciali”, sia a dubbi oggettivi sulla qualità dell’opera, quando il cambiamento stilistico è così evidente.  

Certo è che l’unica cosa che conti davvero sia la qualità intrinseca dell’opera prodotta, ed il nostro compito e desiderio consiste nel volerla subito inquadrar bene tanto nel contesto dell’evoluzione musicale dell’artista in questione, quanto in relazione ai gusti e alle tendenze del momento. In molti casi è perciò preferibile lasciar “decantare” per bene il disco di cui ci accingiamo a parlare, ascoltandolo per tutto il tempo necessario ed evitando di lasciarsi prendere troppo dalla passione per un determinato artista: meglio evitare giudizi troppo frettolosi e  riconoscimenti di valore artistico postumi, perché gli “errata corrige” non sono certo possibili se si vuole scrivere seriamente di musica all’interno di una scena brulicante di novità.

Il perché di questa lunga premessa l’avrete certamente intuito: dopo ben 5 anni dal capolavoro “AM”, ed un ottimo intermezzo con il progetto “The Last Shadow Puppets”, il buon Alex Turner è tornato con i suoi Arctic Monkeys, proponendosi in una una veste talmente nuova da risultare irriconoscibili, grazie ad una vena art pop dal gusto elegante e retrò, nel quale è quasi scomparso l’utilizzo delle chitarre.

Una scelta decisamente scioccante, ripensando a chi sia e a cos’abbia realizzato nelle ultime due decadi la band di Sheffield, e prima di esplorare le tredici tracce di questo lavoro  è interessante rileggere le parole dello stesso Turner, a proposito degli ultimi due anni di lavoro dedicati alla registrazione di “Tranquillity Base Hotel Casino”: dopo aver passato il tempo a comporre i brani al pianoforte ed essendo giunto al pressoché totale abbandono della sei corde per le particolari sonorità trovate, Alex ha voluto coinvolgere e catturare l’entusiasmo dei compagni di sempre, rifiutando l’idea di far uscire l’album come solista con il preciso intento di dare al pubblico qualcosa che non si sarebbe mai aspettato dagli Arctic Monkeys. Una scelta coraggiosa quanto rischiosa, perché questo disco è un taglio drastico con la  precedente discografia del gruppo, al punto da poterlo equiparare ad un secondo debutto per Alex, Matt, Jamie e Nick.

Non resta a questo punto che porci la domanda più scontata, seppur più difficile del solito: com’è “Tranquillity Base Hotel and Casino”? Anzitutto, è un album prodotto magnificamente, nel quale è impossibile rimanere indifferenti alla pulizia del sound ed alla resa morbida e patinata, nel quale viene resa giustizia al lavoro svolto a livello strumentale: infatti, la voce di Turner e le sue esecuzioni al piano non rubano affatto spazio al resto della band, che ha modo di farsi apprezzare nell’esecuzione di tutti i brani; in particolare la sezione ritmica di Matt Helders e Nick O’Malley, risultata spesso il valore aggiunto per via della verve aggiunta a molti dei brani presenti nel disco, altrimenti imperniato su atmosfere ultra-soft nettamente contrapposte a ciò che gli AM ci hanno proposto finora. Un lavoro orchestrale perfetto, dunque.

I paragoni con l’opera di altri artisti ispiratori si sono ad oggi sprecati, tirando spesso in ballo nomi  tanto altisonanti quanto improbabili: è questo lo scotto da pagare quando ci si arriva a cimentare da “Absolute Beginners” (sì, c’è chi li ha paragonati anche a LUI) con una grande tradizione musicale com’è quella dell’art pop britannico composto da voce, piano ed atmosfera. Se proprio dobbiamo anche noi cimentarci in paragoni azzardati, le somiglianze maggiori percepite in “Tranquillity Base Hotel and Casino” corrispondono anzitutto ai momenti più soft ed eleganti dei Roxy Music del secondo periodo, in Elvis Costello  – a sua volta debitore della grande tradizione UK soft pop -, ma potremmo cercare tracce di queste atmosfere patinate nell’opera di David Sylvian tanto da solista quanto con gli imprescindibili Japan; potremmo addirittura compiere un salto ancor più nel passato, riascoltando certi brani di Scott Walker, oppure fermarci al 2017 in un’altra stanza d’albergo, la “Room 29” del capolavoro assoluto di Jarvis Cocker e Chilly Gonzales. Alex e soci hanno, insomma, riconosciuto la grandezza di un genere al quale erano totalmente contrapposti e si sono sforzati di proporcene una versione assolutamente propria, che strizza l’occhio a molti artisti ma propone un’unica visione del genere: la propria.

Tutto ciò sembra a prima vista fantastico, ma all’interno di questo validissimo lavoro  emerge spesso la sensazione che manchi quel “quid” che consenta ai brani di spiccare il volo: per quanto l’ascolto scorra piacevolmente per la pur breve durata di circa 41’ ed il lavoro della band sia ottimo, la sensazione avvertita è quella di un Alex Turner prigioniero del suo stesso desiderio di chiudersi in questo labirintico hotel, osservando con disincanto e pacatezza il mondo circostante e la propria vita in generale.

L’iconico verso “I just wanted to be one of the Strokes” con cui il cantante apre il primo pezzo “Star Treatment” segna un’ulteriore cesura col passato e l’intero mood della canzone, intriso di nostalgia per un’epoca mai vissuta come i seventies, ci rivela, quasi sussurrando, già tutto quello che possiamo attenderci da TBHC, aumentando la curiosità verso i brani successivi.

Sarà l’atmosfera a tratti fumosa, sarà l’idea di trovarsi nella hall di questo particolare albergo, ma è facile immaginarsi gli AM intenti a suonare il sottofondo di tante storie di ogni giorno, basate ora sulla politica (“Golden Trunks”, “Science Fiction”), ora su una visione disincantata della quotidianità (“One Point Perspective” e lo stesso primo single “Four out of five”), ora più semplicemente sull’aspetto più disimpegnato, rappresentato dagli ultimi tre brani, forse il momento in cui questa nuova veste degli Arctic Monkeys si esprime al meglio.

L’ascolto finisce presto ed è indubbiamente piacevole, ma cosa rimane di questo sesto LP targato Arctic Monkeys? Anzitutto l’aspetto musicale, sempre piacevole e sofisticato, ricercato nei suoi riferimenti ma mai derivativo ed impersonale: Turner sembra a tratti mettersi in disparte, non soverchiando mai l’ottimo operato della band e facendo sì che questo lavoro, pur estremamente personale, si esalti grazie al gioco di squadra coi suoi compagni e amici, il cui lavoro prezioso fa sì che questo sia davvero un nuovo capitolo nella storia dei Monkeys e non solo la loro versione di altri clichés del passato; il rischio maggiore nel cimentarsi con un genere dal taglio decisamente più pop – seppur raffinato – ed il merito di “Tranquillty Base Hotel and Casino” consiste proprio nel riuscire ad essere un lavoro personale, nonostante frequenti momenti di “déjà écouté”.

Ciò che invece non ci ha del tutto convinto è lo stile adottato dallo stesso Turner nell’esecuzione di alcuni brani, intonati alla maniera di un crooner decadente e dimesso: scelta che da un lato riteniamo abbia penalizzato alcuni brani, in cui un piglio vocale meno soft avrebbe decisamente giovato (“One Point Perspective” e “Golden Trunks”): sono frequenti i momenti in cui l’ascoltatore si attende un incremento del pathos, ma il nostro “pianista da piano bar” prosegue mantenendo un aplomb d’altri tempi. Paradossalmente, potrebbe però essere proprio questo complesso gioco fra sonorità e vocalizzi sussurrati a far funzionare il disco, che  si lascia ascoltare più volte senza mai venire a noia, aumentando l’interesse ad ogni ascolto.

L’ultima parola spetta comunque al pubblico, la cui risposta – come ci conferma il bel NoReport del nostro Giuseppe Fossi sul concerto degli AM dello scorso giugno a Milano – è stata in ogni caso positiva, perciò anche in questo caso  ci sentiamo di premiare il coraggio artistico del gruppo, che ha spiazzato ogni aspettativa in un momento cruciale per la propria carriera.

In conclusione, cos’è “Tranquillity Base Hotel and Casino”? Il punto di svolta definitivo od un momento di “divertissement” estemporaneo ad opera di uno dei Golden boy del rock contemporaneo? Per quanto ci siamo sforzati, non riusciamo ancora a fornire una risposta che avremo solo con il prossimo capitolo dell’apprezzata discografia degli AM, tuttavia una cosa è certa: nel gioco del “divide et impera” con cui hanno sparigliato le carte in tavola, ci sentiamo di dire che i vincitori siano proprio loro, per cui godiamoci senza timore questo pregevole lavoro.

Tracklist

01. Star Treatment

02. One Point Perspective

03. American Sports

04. Tranquility Base Hotel & Casino

05. Golden Trunks

06. Four Out Of Five

07. The World’s First Ever Monster Truck Front Flip

08. Science Fiction

09. She Looks Like Fun

10. Batphone

11. The Ultracheese

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola