No Review – Bill Callahan, bucolismi nordamericani

Ne è passato di tempo, Bill. Sei anni dopo l’ultimo album di inediti (“Dream River”, 2013), e l’inquietudine dell’era rumorista di SMOG se n’era già andata da un pezzo. Il Bill Callahan di oggi è un uomo tranquillo, felicemente sposato e divenuto padre nel 2015, che sembra voler indicare al mondo la sua personalissima via verso l’armonia. Ormai trasferitosi ad Austin, Texas, Callahan si è cimentato negli ultimi anni in una vita tranquilla fra famiglia ed arte – con film, mostre sui suoi dipinti e lo speciale sodalizio con la moglie Hanly Banks, fotografa e regista – prendendosi una pausa artistica da cui è riemerso solo a Giugno 2019, con il monumentale “Shepherd in a Sheepskin Vest”, album che consta di ben venti nuove canzoni.

Un Callahan sereno, che prosegue il suo viaggio in armonia con il mondo e la natura, osservati con sguardo serafico ed apparentemente vissuti in piena armonia: le distorsioni fra garage e lo-fi da tempo hanno ceduto il posto alla sola sei corde, dando vita ad una visione moderna del folk basata sull’essenzialità del dualismo fra la chitarra e la voce inconfondibile del cantautore che, profonda e magnetica come sempre, attrae il suo pubblico, conducendolo con le sue soavi note nell’oasi di serenità esistenziale tratteggiata sapientemente con i suoi racconti musicali.

Il racconto di questo suggestivo album – impreziosito dall’artwork, un surreale quanto bizzarro disegno dell’autore, che sembra cercare una via di mezzo fra i dipinti di Grant Wood e le strane creature di Hieronymus Bosch – si svolge in maniera quasi continua e monocorde, con il canto di Bill ormai trasformatosi definitivamente in una recitazione spoken words che ad un ascolto superficiale può sembrare una sorta di continua litania; in realtà, molto è affidato ai dettagli, con il canto che varia sensibilmente accenti ed emozioni in funzione del brano specifico da interpretare, sostenuto da musiche sulle quali viene svolto un raffinato lavoro sugli arrangiamenti, che pur messi in secondo piano rispetto alla voce sanno esaltare al meglio il differente pathos espresso in ogni singolo brano, esprima esso una vicenda personale od un pensiero sulla vita in generale.

Album che si colloca nel solco del grande folk rurale americano, “Shepherd in a Sheepskin Vest” è un’opera attesa e necessaria che segna l’importante ritorno sulle scene di un artista che in sei anni di silenzio ha trovato serenità accumulando molte cose da dire e, probabilmente, con la sua arte vuole cercare di trasmettere al mondo un messaggio per condividere la sua scelta di una vita semplice e dedicata all’arte ed al lavoro migliorativo su se stesso. Unico.

 

Tracklist:

  1. Shepherd’s Welcome
  2. Black Dog on the Beach
  3. Angela
  4. The Ballad of The Hulk
  5. Writing
  6. Morning is My Godmother
  7. 747
  8. Watch Me Get Married
  9. Young Icarus
  10. Released
  11. What Comes After Certainty
  12. Confederate Jasmine
  13. Call Me Anything
  14. Son of the Sea
  15. Camels
  16. Circles
  17. When We Let Go
  18. Lonesome Valley (cover di The Carter Family)
  19. Tugboats and Tumbleweeds
  20. The Beast

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola

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