No Review – Birth of Violence: l’ultimo album della sacerdotessa del gothic rock Chelsea Wolfe

Ci sono tutti e quattro gli elementi, terra, aria, acqua e soprattutto fuoco in ‘Birth of Violence’, l’ultimo album della sacerdotessa guerriera Chelsea Wolfe, registrato dalla cantautrice statunitense nella solitudine della propria casa tra le montagne del Nord California.

A dispetto del titolo ‘Birth of Violence’, un chiaro omaggio al genere gotico, Chelsea Wolfe ha dichiarato in un’intervista che in un suo vecchio dizionario la parola violenza è descritta come ‘forza dell’emozione’ e che la copertina dell’album è un tributo a Giovanna D’Arco.

L’album infatti è esotericamente connesso all’energia spirituale femminile che con la forza dell’emozione può salvare il mondo. La cantautrice statunitense ha dichiarato che quando ha iniziato a scrivere l’album ha avuto una visione di questo personaggio femminile come una donna vittoriana che il mondo vedeva come una fanciulla, ma che voleva essere una guerriera, spiegando che si tratta di bilanciare quell’energia morbida e forte, leggera e pesante.

Di certo non si può dire che con l’ultimo album Birth of Violence la sacerdotessa del gothic rock abbia del tutto abbassato le armi: la cantautrice americana infatti è raffigurata in copertina con in mano un athame, il pugnale usato dalle sacerdotesse per compiere rituali esoterici magici.

Ed invero l’album sembra esprimere questo dualismo tra potere fisico e potere spirituale nella unione-eclissi tra il rock gotico espresso nelle tracce da guerriera come “The Mother Road”, “American Darkness”, “Birth of Violence” e “Deranged of Rock and Roll” ed il panteismo più folk e mistico di canzoni come “Be All Things” e “Dirt Universe”, ma anche “Preface to a Dream”, tracce in cui tuttavia non mancano innesti metal.

Su tutto domina l’energia spirituale esoterica della voce e dei testi della Wolfe, che celebra l’energia femminile e la grande madre terra con le sue sofferte preghiere e con i suoi rituali pagani.

Le sacerdotesse drudiche erano descritte da Tacito tra le alte sequoie delle foreste come “donne vestite di scuro che con i capelli lunghi e sciolti al vento agitavano fiaccole”: è esattamente questa l’immagine che sembra di vedere ascoltando Birth of Violence.Chelsea Wolfe

“The mother road” è la prima traccia dell’album ed il primo singolo estratto, un pezzo squisitamente rock alla PJ Harvey con una base di chitarra acustica con innesti di archi disturbati e disturbanti che si apre al drone metal nel finale esoterico in cui la cantautrice celebra, quasi fosse una dea pagana, la strada madre, la Route 66.

American Darknes” è una dolcissima e malinconica ballata rock su chitarra acustica dedicata all’universo femminile e alla sua debolezza che è l’unica forza, in cui la Wolfe canta con la sua voce magica un rituale d’amore. La cantautrice ha dichiarato che per scrivere il pezzo si è ispirata all’immagine di una vedova di guerra che balla da sola con il fantasma del suo amante perduto in battaglie lontane. Nel video ufficiale del singolo diretto dal regista Karlos Rene Ayala ciascun personaggio interpreta un arcano maggiore dei tarocchi e la Wolfe, neanche a dirlo, è la sacerdotessa ed il matto. La canzone è poetica e come di consueto in tutto l’album la cantautrice prende spunto da vicende personali (“My bad day are coming round again”) per evocare forze della natura ed eventi apocalittici (“River on fire and sun eclipsed”) utilizzati per compiere rituali esoterici (“When you came back to me”).

Segue “Birth of Violence”, la traccia che dà il titolo all’album. Anche questo è un pezzo decisamente rock molto orecchiabile con testi e voce sofferenti che evocano le sonorità di PJHarvey e la Patti Smith dell’album “Horses”.

Deranged for rock and roll” è la quarta traccia estratta dall’album. Un pezzo molto rock con voce cupa e testi dark – “Drink my dreams and sell my soul”-  in cui la cantante si confessa dannata dal rock, anticipando con questa traccia lo spirito del disco che complessivamente tende verso sonorità più rock e meno metal.

Con le tracce successive il disco si apre a sonorità più intimisticamente folk e vira verso atmosfere più cupe e sonorità più drone, con cadenzati colpi di cassa e ritmi lenti cantati dalla voce inquietante di questa Daeneris gotica a metà tra una sacerdotessa celtica ed una guerriera vichinga, Chelsea Wolfe.

Chelsea WolfeBe all things”, è una canzone monumentale che esprime il panteismo mistico della cantautrice e il suo tentativo di bilanciare il guerriero e la dea, di riconciliare il dolce e il forte, di voler essere tutto e niente allo stesso tempo.

Erde” è una bomba drone molto cupa e molto oscura, con un testo gothic che canta in tinte fosche e oscure le morti per l’avvelenamento del pianeta. La doppia voce alla PJ Harvey e i colpi di cassa doom esprimono in musica la sofferenza della sacerdotessa che a causa di questo estremo dolore si strappa il cuore (“rip my heart out”).

When Anger Turns to Honey” esprime la sofferenza per l’odio e la violenza nel mondo e si apre con la voce della Wolfe che mima l’ululato di un lupo.

Dirt Universe” è un pezzo rock sensuale e rituale pieno di energia femminile in cui la Wolfe canta “Sono la figlia del dolore, continua a cercare, mi troverai” (“I am the daughter of sorrow, keep looking, you’re gonna find me”).

Little Grave” è una ballata struggente in cui la voce sussurrata della Wolfe sui delicati arpeggi di chitarra acustica prega per la morte dei bambini durante le sparatorie avvenute nelle scuole in America: i testi della cantautrice rendono la tragedia una piccola bara che viene attratta verso sogni blu.

Preface to a Dream Play” è la storia di un amore finito – male – in cui la Wolfe ancora una volta si ispira a fatti personali per trasformare la rabbia in eventi apotropaici e fenomeni naturali apocalittici. Nel pezzo cova la rabbia della strega abbandonata che attraverso i profondi colpi di cassa si trasforma in un “inferno sulla terra” (“Hell is on heart”).

In “Highway” la cantante evoca il bisogno di fermarsi dal viaggio e fa riferimento al periodo in cui si esibiva dal vivo col volto coperto dal velo (“shade our eyes veil the pain”).

L’ultima traccia, “Storm”, è la registrazione di un minuto di temporale dalla sala di registrazione della casa californiana di cui la Wolfe ha lasciato la porta aperta incidendo i silenzi della natura: lo scroscio della pioggia e il rimbombo dei tuoni in lontananza.

Il disco è un’opera veramente intima e molto ispirata, in cui si respira l’aria fredda delle foreste del Nord e si rende grazie alla grande madre terra, con la consapevolezza che “l’inverno sta arrivando” e dovremo difenderci con draghi, sacerdotesse e guerriere.

Mariafrancesca Calabrini

 

Birth of Violence

1. The Mother Road

2. American Darkness

3. Birth of Violence

4. Deranged for Rock & Roll

5. Be All Things

6. Erde

7. When Anger Turns to Honey

8. Dirt Universe

9. Little Grave

10. Preface to a Dream Play

11. Highway

12. The Storm

 

Autore dell'articolo: francesca calabrini

francesca calabrini
Ragazza con un debole per le cause perse e una passione per la musica.