No Review – Continua alla “Egypt Station” il viaggio artistico di Paul McCartney

Ci avviciniamo con rispetto e fiducia alla recensione di “Egypt Station”, ultima opera solista di Paul McCartney: il curriculum e la carriera di questo splendido settantaseienne non hanno certo bisogno dei nostri commenti, ma è forte la curiosità per questa sua diciassettesima release da solista (escludendo gli Wings ed altri progetti minori) e le recenti uscite pubbliche ci hanno mostrato un Paul decisamente in forma, sornione e nel contempo entusiasta come un bambino, ed il single “Come on to Me” uscito da qualche settimana si è rivelato una hit di successo mondiale. Pertanto, alla luce di tutto questo giustificatissimo hype, cosa possiamo aspettarci dall’ascolto di “Egypt Station”?

Se ripensiamo alla serie di album validi sfornati negli ultimi anni con buona regolarità  – dopo gli alti e bassi degli anni ’80 e ’90, in cui le nuove ondate di artisti e le evoluzioni di tecnologia, suoni e gusti dell’ascoltatore medio hanno certamente messo in crisi molti dei protagonisti degli anni precedenti – una prima risposta potrebbe essere che “anche questo è un perfetto LP in stile Paul McCartney”, in cui il baronetto ci propone le sue solite, splendide melodie, figlie della sua inconfondibile classe… tuttavia  ci sembra riduttivo limitare questo disco ad una definizione che condurrebbe a considerarlo o come semplice esercizio di stile per “affermare di esserci ancora” o, peggio, ad un’operazione per nostalgici, pensando anche alla possibilità  che questo potrebbe essere il “canto del cigno” di un artista che ha segnato quasi sei decenni di storia della musica pop e rock.

No, nulla di tutto questo, anzi, confessiamo subito che “Egypt Station” ci è piaciuto, in parte – ed è paradossale – proprio per via che in esso c’è un po’ di quanto abbiamo già detto, ma soprattutto perché ci siamo resi conto di trovarci di fronte ad un’opera ricca di spunti ed idee, che ha molto da dare e da dire all’ascoltatore. Infatti, Sir Paul gioca e si diverte parecchio con  le sue melodie pop/rock, riuscendo tanto a spaziare fra varie atmosfere sospese fra quotidianità e riflessività intimista, quanto a sperimentare contaminando e rinnovando il proprio stile grazie all’apporto del suo splendido team di musicisti.

“Egypt Station” è difatti un’opera ispirata e piena di entusiasmo, in cui lo stile McCartney si camuffa in maniera camaleontica pur restando fedele alla propria, familiare identità: possiamo difatti apprezzarne sia l’attitudine più genuinamente rock – come ci testimoniano tre pezzi notevoli come la già citata “Come on to me”, il fiammeggiante caleidoscopio chitarristico di “Caesar Rock” e la ruvida “Who cares” – sia quella più romantica ma mai mielosa di una serie di ballate “Instant classic” quali “I don’t know”, prima vera traccia dell’album, o l’intensa “Confidante” (semiacustica); abbiamo amato gli  immancabili/inevitabili  momenti beatlesiani raccolti in brani affatto scontati come “People want Peace”, in cui  Paul continua a portare avanti il messaggio di pace dell’amico John, la dolce ballad per voce e piano “Hand in Hand”, in cui non fatichiamo ad immaginare i protagonisti mano nella mano lungo una “Long and Winding Road”,  o ancora con “Do it now”, una canzonetta  così apparentemente semplice ma tuttavia capace di inchiodarci all’ascolto, cercando di cogliere il significato di ogni singola parola.

Ad ogni ascolto, si ha la forte impressione che McCartney da un lato si stia divertendo con un ritrovato entusiasmo, mentre dall’altro stia inevitabilmente traendo un bilancio della propria incredibile carriera, perché fra i sedici brani dell’album troviamo sia ulteriori citazioni del passato, su tutte una “Dominoes” che riecheggia il periodo degli Winds, sia altri riusciti tentativi di coniugare uno Stile consolidato con sonorità pop e linguaggi più attuali, come ben ci dimostra il successo del secondo single “Fuh You” (e anche questo ci rimanda a certi brani del passato come “Say, Say Say”, “Ebony and Ivory”…).

Che dunque sia il preludio ad un addio alle scene? Forse alla luce di quanto scritto, sembrerebbe logico concluderlo, non fosse che Sir Paul abbia scelto di chiudere le danze gettando benzina sul fuoco, mettendo come ultimo brano della tracklist un rabbioso ed esaltante medley/jam intitolato “Hunt you down/Naked/C-Link”, una conclusione che sfuma utilizzando note che ci hanno ricordato la parte strumentale di un classico monumentale come “Live and Let Die”. 

No, tutte le emozioni contenute in “Egypt Station” ci dicono solo che anche per questo genio non è ancora giunto il momento di appendere al chiodo il basso, la chitarra, ecc…  perché Paul McCartney, come altri artisti della sua generazione – vedi l’ispiratissimo e ancor ruggente Robert Plant, il sempre geniale ed impegnato Roger Waters, gli Stones, Iggy Pop… – è un artista che, nonostante abbia già segnato la storia della musica,  ama ancora la propria arte ed il contatto col pubblico. La dimostrazione di ciò sta nella sua attitudine saggia e, non finiremo mai di dirlo, entusiasta, oltre che in questo album ancora così ricco di spunti.

“Live and let Sir Paul Play”. 

 

 

Tracklist

  1. Opening Station
  2. I don’t know
  3. Come on to Me
  4. Happy with You
  5. Who cares
  6. Fuh You
  7. Confidante
  8. People want Peace
  9. Hand in Hand
  10. Dominoes
  11. Back in Brazil
  12. Do it now
  13. Caesar Rock
  14. Despite repeated warnings
  15. Station II
  16. Hunt You down/Naked/C-Link

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola