No Review – Negramaro: “Amore che torni” e che non passi mai

Negramaro “Amore che torni”

Etichetta: Sugar music

Uscita: 17 novembre 2017

Avevamo lasciato i Negramaro nel 2015 a cantarci di un’imminente rivoluzione, con un disco aperto, live (nel senso dell’attitudine) che, sulla scia degli inediti presenti nella raccolta “Una storia semplice”, dava la netta impressione di essere stato scritto direttamente su di un palco, con-e-per l’emozione della gente all’ascolto. Con “Amore che torni”, settimo album in studio dei Negramaro, il processo sembra essere inverso. L’ascoltatore è, infatti, rapito e trasportato su di un nuovo ed inedito hovercraft musicale, realizzato dalla band, all’interno dell’intimità più fragile e pura di Giuliano Sangiorgi, compositore dei brani. Il disco suona compatto, con un’ identità forte data dall’ inconfondibile voce di Giuliano, dagli arrangiamenti, sensibilmente differenti da quelli degli altri dischi della band e dall’equilibrato dosaggio di elettronica, che colora i brani di un sinth-mood da “Goodbay Seventies”, e monolitica carica strumentale del gruppo.
C’è un sottile filo rosso concettuale che attraversa tutti i brani. “Amore che torni”, infatti, è un concept album, la cui “circolarità” è costruita sulla voce di una bambina che nel brano di apertura, Fino all’imbrunire, parla di futuro, di una speranza viva dopo un periodo buio e pieno di insicurezza mentre nel commovente brano di chiusura, Ci sto pensando da un po’, cerca di “rassicurare le nuvole” sul domani e sul nuovo inizio che sarà. I due brani si rincorrono emotivamente e più che inizio e fine sono le “cerniere” che stringono e tengono insieme, compatti, tutti gli altri pezzi. L’atmosfera tesa e buia dell’incipit, costruita su una batteria secca e dritta che “gira” il ritmo vorticoso del sinth, si scioglie, infatti, nella dilatazione e nella delicatezza del brano di chiusura, un personalissimo “uscimmo a riveder le stelle” steso su emozionante crescendo di archi. Nel mezzo del disco il senso del “ritorno”, verbo molto utilizzato da Giuliano in questo disco, è declinato in diverse sfumature. Ritorno di qualcosa (un ricordo, un pezzo di sé smarrito chissà dove e quando), ritorno verso qualcosa (un luogo o una persona da cui volutamente ci siamo allontanati), ritorno a qualcosa (un tempo in cui siamo veramente stati al centro di noi stessi, ma che per un attimo sembrava essere perso definitivamente).

Questi argomenti si distendono lungo tutto il disco pur nella varietà delle atmosfere delle singole canzoni. Da Ridammi indietro il cuore, pezzo rock e carico di energia, con un suo particolare cantato su arpeggio di chitarra alla De Andrè, a L’ultima volta, canzone dal ritmo sincopato della strofa che contrasta, “alla Negramaro”, con l’andatura rapida e aggressiva del ritornello passando per Pezzi di te e il suo toccante finale. Il ritmo è ora incalzante come in New york e nocciola e in La chiave, le virtù e l’arroganza e il suo particolarissimo funk/rock elettronico ora cadenzato come in La prima volta, canzone sull’ineluttabilità del tempo e del suo divenire. Per uno come me è piccolo cristallo di intimità incastonato all’interno del disco, una richiesta di fede e fiducia incondizionata all’amata, mentre le aperture melodiche evidenziate dal ritmo di grancassa e crash alla Sigur Ròs di Mi basta, mi ricordano le emozioni provate al primo ascolto di Sole. L’anima vista da qui e lo struggente grido del ritornello e Amore che torni, sono, infine, brani dal testo profondamente simbolico con umore malinconico di fondo, marchio inconfondibile della band salentina.

Mi piace immaginare che questo disco sia una lunga dichiarazione d’amore e che la seconda persona a cui spesso si rivolge Giuliano sia la musica stessa e la felicità condivisa che essa ha rappresentato e rappresenta per i Negramaro in quanto gruppo. Quella felicità, o la continua ricerca della stessa, che li ha tenuti stretti insieme anche in un periodo in cui sono stati sul punto di sciogliersi. Perché come dice la dolcissima voce in chiusura del disco: “A volte può sembrare che tutto sia finito, un attimo dopo ti guardi le mani le sollevi al cielo e copri le nuvole afferrandole le riporti in giù nascondendole dietro la schiena, in un prossimo sole, fino su al suo imbrunire, per vedere meglio le stelle e rassicurarle che domani sarà ancora un nuovo inizio”.

Gianluca Quarta

 

Autore dell'articolo: Gianluca Quarta

Gianluca Quarta
Gianluca Quarta nasce a Lecce il 15.04.1978. Cresciuto musicalmente negli anni '90, ha creduto che dopo "OK Computer" la musica potesse finire, poi è arrivato "KID A". Legge, ascolta, osserva. In ciclo continuo