Pitchtorch

No Review – Pitchtorch, una luce sulle ombre dell’anima

Soffermarsi sulle possibili definizioni e classificazioni è quanto di più errato si possa compiere coi Pitchtorch: pur inevitabilmente tirando in ballo il folk americano e la psichedelia, facendoci pensare ad album di artisti come Bonnie Prince Billy, Mark Kozelek o al Beck più intimista, l’omonimo esordio della band italiana suona dal primo ascolto come un lavoro capace di toccare nel profondo, opera di un trio di artisti che quel genere di musica ce l’ha evidentemente nel sangue.

Mario Evangelista (già in The Gutbuckets e Riserva Moac), Danilo Gallo (Guano Padano) e Marco Biagiotti (The Vickers) definiscono la propria arte con l’immagine di una torcia di pece – Pitchtorch, appunto – che con l’intensità della propria luce e calore sembra voler illuminare gli angoli più reconditi dell’interiorità dell’ascoltatore, risvegliano sentimenti e ricordi sopiti dal tempo.

In mezzo alle atmosfere oniriche che ci conducono in un’interiorità inizialmente caotica, delicate chitarre folk e una voce sussurrata sembrano spingerci a sfogliare pagine sbiadite fatte di ricordi, impressioni e sentimenti, riassaporandone le emozioni con nostalgia nello sforzo di ridefinire i contorni di immagini che sembravano ormai dimenticate.

Con classe e delicatezza, i Pitchtorch hanno dato vita ad un primo album di otto brani in cui è la parte strumentale a predominare, tanto nei brani di apertura e chiusura del disco quanto in lunghi tratti delle rimanenti canzoni. Nonostante la bella voce di Mario, capace di conferire ai brani un perfetto senso di consapevolezza e lucidità in quei momenti in cui l’ideale protagonista dell’album sembra aver ritrovato le parole, sono proprio i momenti strumentali a definire la struttura e la personalità del disco.

In questo percorso di riscoperta, le parole sono il traguardo ultimo che corona il ricomponimento di questi ricordi frammentari, con l’emozione che torna a farsi voce alla fine di un percorso intenso e toccante. Non affatto casuale è la scelta del logo della band: un diapason vibrante e luminoso che sembra rischiarare l’antro di un alchimista, illuminandolo come una torcia (“pitchtorch”, appunto) e ristabilendo magicamente un’armonia. Un intento sicuramente raggiunto con questo debutto, che appassionerà gli amanti dei generi con cui la band ha sapientemente giocato, trovando da subito una propria personalissima alchimia.

 

 

Tracklist:

  1. Pitchtorch
  2. Perfectly In Tune
  3. Pictures Are Goin’ Wild
  4. Dear Old Seagull
  5. Not On Sunday
  6. Seashore
  7. Between You And Me
  8. Actually Is Fading

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola

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