Jack White

NoReview – “Boarding House Reach”, la terza rapsodia in blu di Jack White

A distanza di mesi dalla release ufficiale, ancor oggi risulta difficile classificare “Boarding House Reach”, l’ultimo atteso LP di Jack White: nonostante il chitarrista di Detroit sia personaggio abituato a stupire, erano in pochi ad attendersi un album bizzarro e sperimentale come questo, la cui pubblicazione ha profondamente diviso i giudizi  a livello di pubblico e critica.

Ovviamente pubblicato per la “Third Man Records”, affermata label di proprietà dello stesso White, l’album prosegue il “periodo blu” dell’artista già a partire dalla copertina, che stavolta ritrae  uno spettrale primo piano femminile su uno sfondo di cupi nembi blu scuro: viene spontaneo domandarsi se, alla luce dell’importanza simbolica attribuita dall’artista al numero III – al punto di firmare sempre con “Jack White I I I” – questa terza release “in blu” rappresenti per il nostro un’occasione particolare per fare un punto sulla propria carriera, o sia addirittura la chiusura di uno dei suoi più importanti cicli artistici; benché avremo la risposta solamente al momento della prossima pubblicazione di inediti, la peculiarità assoluta di quest’opera pone inevitabilmente parecchi interrogativi all’ascoltatore.

Pur riconoscendo la difficoltà dell’ascolto, qui dubbi non ne abbiamo: “Boarding House Reach” è un album che si presta a molte chiavi di lettura, ma analizzandolo nel suo ricco complesso ci sembra impossibile non apprezzarne il valore artistico, figlio da un lato di una profonda furbizia da parte dell’autore, dall’altro naturalmente della sua inventiva e del coraggio di mettersi alla prova un po’ con tutta la grande musica prodotta negli USA nel corso degli anni.

La “furbizia”di Jack risiede anzitutto nel fatto di aver impresso su questo splendido calderone musicale la sua inconfondibile cifra stilistica, nata dal SUO personale sound chitarristico intriso di  distorsioni garage e dalla sua voce ruvidamente acuta. Egli ha difatti saputo catturare la nostra attenzione fin dalla pubblicazione dei primi single nel gennaio 2018, con  la doppia release “Respect Commander” / “Connected by Love” che ha inevitabilmente fatto salire l’hype del pubblico, stuzzicando l’interesse generale con due perfetti pezzi garage rock: il primo è un blues psichedelico caratterizzato da riff massicci e distorsioni stoner, mentre il secondo una struggente ed appassionata ballata blues, già divenuta un classico del suo repertorio, nella quale Jack è accompagnato al coro da voci gospel.

Solo col senno di poi possiamo dire che questi due pezzi siano stati un trailer che ha anticipato la principale caratteristica di “Boarding House Reach”: era difficile ipotizzare che i rimanenti pezzi sarebbero stati qualcosa di completamente diverso e che in quest’opera avremmo assistito alla commistione di un po’ tutti gli stilemi della più grande musica made in USA, dal blues al rock, dalla black music alla psichedelia e al folk, il tutto all’interno di un solo 33 giri della durata di 45’ scarsi.

Ma torniamo alla musica: il viaggio di “BHR” inizia proprio grazie a “Connected by Love”, per poi portarci subito indietro nel tempo con “Why Walk a Dog?” e “Corporation”, due efficaci song che, con un sapiente uso di chitarra e di sintetizzatori capaci di restituire il caro vecchio sound analogico, ci riportano alla psichedelia degli anni ’60, quella dei grandissimi Byrds e di artisti oggi meno noti come Quicksilver Messenger Service e Kaleidoscope. I brani si susseguono mantenendo tuttavia un sound moderno e brillante per tutta la durata dell’album: non è una banale “operazione nostalgia” e l’intento di Jack sembra più quello di condurci all’interno di un percorso storico, piuttosto che portarci all’interno di un’esercizio di sperimentalismi musicali.

Nonostante l’apparente frammentarietà compositiva lasci basiti ai primi ascolti, facendo pensare ad un lavoro completamente sperimentale e fuori da ogni schema, “BHR” risulta sempre un album godibile, nel quale l’artista e la sua band alternano momenti folk – come “Abulia and Akrasia” ed “Ezmerelda steals the show”, due brani per voce parlata accompagnati rispettivamente da violino e chitarra –  ad altri legati alla black music più avanguardista ed elettronica: “Hypermisophoniac” e “Get in the mind Shaft” ricordano i momenti più sperimentali di Gil Scott-Heron e Prince, o addirittura certe atmosfere che lo stesso Kendrick Lamar ha recentemente ereditato da questi indiscussi maestri. Non mancano i brani che ci fanno assaporare il classico stile orientato al minimale rock dei White Stripes o dell’ottimo precedente lavoro “Lazaretto” (il single “Over and over and over” e la funkeggiante “Ice Station Zebra”). Come non apprezzare, inoltre, la chiusura inaspettatamente dolce del disco, con due stupende ballad come “What’s done is done” – che parecchio ci ha ricordato classici senza tempo come “I’ve been living you too long” di Otis Redding – e la delicata “Humoresque”, dolce nenia folk che chiude l’album sfumando in una serena, romantica atmosfera notturna (“Into my soul you’ll strike a note /of passion with your melody”).

Ci sembra un’opera coraggiosa e furba, “Boarding House Reach”, nella quale Jack White contrappone stili, ritaglia note, crea atmosfere a tratti dissonanti, riuscendo alla fine a riunire tutti questi elementi in maniera completa ed armoniosa realizzando un lavoro compiuto ed affatto frammentario: Jack non distrugge le classiche forme della canzone rock, ma ci gioca dando vita ad improvvisazioni lucide che portano, letteralmente, tante note di freschezza a generi consolidati, diversi fra loro ma uniti nel percorso storico ed evolutivo di rock e blues. 

La storia di questi due generi si unisce alle influenze musicali più recenti ed all’inventiva di White all’interno di un’opera complessa e piacevole, al punto da poter considerare ogni singolo pezzo come una piccola jam che contiene elementi di continuità con gli altri brani dell’album, che viene ad essere a sua volta una riuscita jam session che abbraccia l’intera storia della musica USA a partire dal blues degli anni ’20 fino ad oggi.  Tutti i brani possono essere apprezzati nella loro peculiare singolarità, ma è a nostro avviso il contesto in cui sono inseriti a valorizzarli ulteriormente: ascoltando l’album per intero, è impossibile non apprezzare i riferimenti intrinseci che legano ogni singolo pezzo, al punto che il risultato complessivo è quasi una suite progressive nella quale ci viene raccontato il grande universo del rock d’oltreoceano. 

Il grande merito di Jack White in tutto questo sta  nell’abilità con cui è riuscito a realizzare questo mix armonioso di stili senza venir meno al proprio, ad ulteriore dimostrazione del suo genio artistico e del fatto che egli sia senza dubbio uno dei numi tutelari del rock moderno. Pur alla luce di una complessità che ha inevitabilmente diviso i giudizi del pubblico, riteniamo che “Boarding House Reach” sia da considerare come l’opera più significativa dell’ex leader dei White Stripes almeno per quanto riguarda la sua carriera solista.

Non ci resta che dire “Suonala ancora, Jack!”, sperando in un suo ritorno sui palchi italiani.

 

 

Tracklist

1. Connected By Love

2. Why Walk A Dog?

3. Corporation

4. Abulia and Akrasia

5. Hypermisophoniac

6. Ice Station Zebra

7. Over and Over and Over

8. Everything You’ve Ever Learned

9. Respect Commander

10. Ezmerelda Steals The Show

11. Get In The Mind Shaft

12. What’s Done Is Done

13. Humoresque

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola