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Sorry, “925” è un debutto adorabilmente sfrontato [Recensione]

Abbiamo atteso con una buona dose d’impazienza “925”, l’album di debutto della band (nord)londinese dei Sorry, annunciata fra le release potenzialmente interessanti del 2020. Dobbiamo dire fin da subito che, pur con qualche canzone ancora acerba, l’album è stato fin da subito una piacevole sorpresa: nati come duo formato dalla cantante Asha Lorenz e dall’amico d’infanzia Louis O’Bryen, ai quale rimane il ruolo di menti della band inizialmente chiamata “Fish”, i Sorry sono oggi un quintetto in seguito al reclutamento di Lincoln Barret, Campbell Baum e Marco Pini, aggiuntisi in seguito.

Capaci di catturare l’attenzione fin dal 2017 con i primi demo e la partecipazione ad alcuni importanti festival, i Sorry sembrano i classici ragazzi dall’aria mite,  ma in realtà sono degli artisti assai irriverenti nella forma e nel contenuto dei loro brani, che dichiarano apertamente di aver tratto ispirazione da classici della musica e della letteratura come Tony Bennett o Hermann Hesse (!) per poi mettere in atto la loro opera di decostruzione e riassemblaggio molto personale degli stilemi pop e rock.

Il sound dei Sorry unisce infatti le più corrosive istanze post punk all’orecchiabilità britpop, aggiungendo un tocco di atmosfere puramente bristoliane; il loro sembra un incrocio ideale e ben riuscito fra primi Garbage, Elastica e Portishead, una combinazione che negli anni ’90 avrebbe subito scalato le vette delle classifiche UK. Se i gloriosi nineties sono passati da un pezzo, non c’è di che preoccuparsi per i Sorry: con l’atteggiamento e le sonorità di una matura band old school ed una manciata di singoli capaci di catturare l’attenzione (“Starstruck”, “Right Round the Clock”, “Rock ‘n’ Roll Star”, “As the Sun Sets”…), Asha e Louis mostrano di badare al sodo e di sapere il fatto proprio.

Saggiamente ingaggiati da una label di riferimento come la Domino Records, i Sorry soddisfano le attese con un debutto solido e ricco di brani entusiasmanti, al quale perdoniamo le due uniche piccole defaillance (“Heather”e “Ode to Boy”), in attesa di tempi migliori in cui poter mettere alla prova in sede live il loro innegabile talento.

 

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