Dopo Distruggere un amore e Fragile, è disponibile dal 25 settembre per Artist First Naufraghi ed eroi, il nuovo singolo di Gloria Tricamo, il terzo estratto che anticipa il disco d’esordio Fuck, Marry, Die, in uscita il 23 ottobre.
Una ballad intima ed espressiva, costruita su atmosfere downtempo e una scrittura cantautorale che guarda al songwriting americano. Un brano sospeso e profondo, in cui la voce di Gloria Tricamo si muove all’interno di una produzione essenziale, lasciando spazio alla dimensione emotiva del racconto.
Naufraghi ed eroi riflette sul rapporto tra realtà e rappresentazione, in un tempo sempre più dominato dall’apparenza. La malinconia diventa quasi un salvagente, qualcosa che permette ancora di riconoscersi nelle proprie emozioni, mentre le illusioni rischiano di trasformarsi in una forma di dipendenza dalla finzione. Al centro resta la ricerca di una dimensione autentica, fedele alle proprie idee, ai propri valori e alla propria identità.
“Il mare fa parte dei luoghi in cui sono cresciuta e torna spesso anche nel mio modo di raccontare le cose. In “Naufraghi ed eroi” diventa più una condizione che un luogo. Mi interessava raccontare quel momento in cui qualcosa è ancora vivo, ma ha già cominciato a diventare un ricordo. Due persone rimangono sospese nello stesso desiderio, come fiori fermi tra le ombre. Forse è lì che il naufrago comincia a somigliare a un eroe”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Gloria Tricamo, in occasione dell’uscita del precedente singolo “Fragile”, che abbiamo avuto modo di ascoltare in anteprima in un mini-live tenutosi a Milano la scorsa estate.
Intervista a cura di Egle Taccia
“Fragile” è uno dei tre brani, che anticipano l’uscita del tuo album d’esordio. Cosa lo ha ispirato?
Una discussione con mio fratello. Subito dopo tornai a casa, presi la chitarra e provai a spiegargli quello che sentivo in quel momento, o comunque a tirare fuori quella sensazione di incomunicabilità e il bisogno di ritrovare una leggerezza che riportasse tutto a zero.
Il brano parla del fingere di essere felici per stare meglio. È questo il trucco per sopravvivere a questi tempi difficili?
Non so quale sia il trucco. Però il brano parla del fingere di stare meglio per riuscire a essere felici, non del fingere di essere felici. E parla anche del non credere a quella felicità apparente che ci trattiene come pesci rossi in un acquario, costretti a rifletterci sempre e soltanto nella nostra immagine.
È un po’ come l’“effimero panico” di Jodorowsky: fare in modo che il personaggio che interpretiamo entri nella persona per farla emergere.
La nostra felicità è davvero così fragile?
Penso che il carattere fragile della felicità dipenda da molti fattori e, soprattutto, dai valori su cui abbiamo costruito la nostra mente e da quanto siamo ancora capaci di immaginare il nostro futuro.
La felicità non è permanente, è più simile a un continuo bilanciamento di forze e spinte. E, qualche volta, il carico diventa eccessivo. Oggi credo che la nostra felicità sia fragile e compromessa. Io, come artista, ma anche come essere umano, sento addosso un peso gigantesco e questa società non mi aiuta a sostenerlo.
Mi hanno molto colpita i suoni che accompagnano il brano. Cosa ti ha portato verso questa atmosfera rarefatta e sognante?
L’astrattismo. Sono una persona che si butta facilmente nell’errore. È uno dei miei più grandi talenti, soprattutto nella musica e nella composizione. Io suono alla ricerca dell’errore.
A un certo punto, arriva qualcosa che ti prende per mano e ti conduce esattamente dove devi andare. Ho conosciuto poche persone capaci di farlo e le ringrazio, perché mi hanno aiutata a percepirlo. Benjamin lo sente moltissimo, continuamente: ci dialoga e lo usa durante tutto il giorno. Io non ci riesco ancora ma ci sto lavorando. È una sorta di superpotere imparare a lasciarsi andare.
Per “Fragile” hai collaborato con grandissimi musicisti. Cosa ti ha lasciato questa collaborazione?
Mi ha lasciato la mia identità sonora. Dopo anni di ricerca, mi sono finalmente sentita a casa, musicalmente. Questo non significa che dovrò restarci per sempre, ma è sicuramente un punto che posso finalmente definire come un inizio. Ed è proprio l’inizio la cosa più difficile da trovare.
Il complimento più bello che ricevo è che la mia musica ha un’espressione tutta sua, dove la gente ci trova qualcosa di personale, sincero.
Hai in mente di continuare a collaborare con loro anche in futuro?
Certo. Per il momento non vedo altre strade. Benjamin non è stato soltanto un produttore: è diventato un amico, un fratello e sicuramente un maestro. Non riesco a immaginare di comporre altre cose senza poi metterle nelle sue mani.
La sua visione è pura, ma soprattutto non conosce quasi nulla del mercato italiano. Quindi l’unico minimo comune multiplo, l’unico elemento con una matrice italiana, sono io, con le mie parole, composizioni e melodie.
Ci parli un po’ di te e del percorso che ti ha portata fin qui?
Mio padre chiese al dottore di farmi nascere qualche ora prima perché era in tour e aveva una data proprio quella sera. Fin da piccolissima mi ha fatto ascoltare tantissima musica: Jethro Tull, Pink Floyd, King Crimson, ma soprattutto Battisti e molti altri artisti italiani.
Oltre alla musica, ho studiato danza classica per dodici anni. La disciplina della danza, in parte, mi ha salvata durante un’adolescenza non facile in provincia. Mi ha insegnato che il sacrificio è alla base del talento e che, proprio per questo, il talento è qualcosa di rarissimo.
In seguito, mi iscrissi ad Architettura e, per alcuni problemi familiari, dovetti mettere da parte la musica per lavorare e mantenermi durante gli studi. Poi partii in Erasmus per Parigi: quell’anno mi liberò da molti conformismi e accademismi. Al mio ritorno iniziai a scrivere in italiano e a portare in giro le mie canzoni. Ho suonato in tutta Italia per sei anni prima di incidere qualcosa.
Quest’estate ti ho ascoltata nel tuo mini-live a Milano, durante il quale è stato ospite Amalfitano, con cui hai eseguito “Vai a costruire le campane”. Cosa ti lega a questo brano?
È un brano che Gabriele ha scritto per suo figlio e dentro c’è un sentimento d’affetto fortissimo. È un invito a vivere, a fare qualcosa e a buttarsi nella vita. Gabriele è un cantautore bravissimo e credo ci sia tanto bisogno di lui in Italia.
Il 23 ottobre uscirà il tuo album “Fuck, Marry, Die”. Cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo progetto?
Dobbiamo aspettarci un disco pop sperimentale, molto vicino alle radici della musica italiana, che si mescolano con quelle del folk americano. È un album che segue una linea comune sonora, non necessariamente narrativa: prova a creare un linguaggio più che un discorso.
Lo immagino come una piccola galleria, con opere stilisticamente diverse ma dipinte dalla stessa mano. Un po’ alla David Hockney.




















































