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Nonsense

Bauhaus, “Crowds” è un inno all’incomunicabilità [No Song]

A dispetto dell’atmosfera dolcemente melanconica del tappeto di pianoforte, “Crowds” è una ballata amara e piena di acredine, che colpisce fin dal primo ascolto come un pugno nello stomaco. Pubblicata come b-side del singolo “Telegram Sam” (cover dei T-Rex) ed inserita fra le ultime tracce del sontuoso debutto “In the Flat Field”, “Crowds” è un brano che non viene spesso ricordato fra i pezzi più amati dei Bauhaus.

Accreditata a tutti e quattro i membri della band (Peter Murphy, Daniel J, Daniel Ash e Kevin Haskins), non sappiamo molto sulla genesi di questo brano, che affida interamente il suo significato al testo: “Crowds” sembra a tutti gli effetti la ballata di una delusione d’amore, in cui il protagonista, incapace ormai di instaurare un dialogo con la persona ancora amata, si scioglie via via dando sfogo a tutta la sua frustrazione ed all’inevitabile rancore causato dalla situazione. L’efficacia e l’impatto emotivo del brano nascono dal contrasto fra la dolcezza del pianoforte e l’intensa interpretazione di Peter Murphy, qui particolarmente teatrale, al punto da indurre a pensare che la vicenda lo riguardi in prima persona.

Il tono sconsolato e civile dei primi versi della canzone si erode via via che questo monologo, che forse in realtà è un ultimo tentativo di dialogo senza risposte da parte dell’amata, tacitamente presente in ogni momento del brano: verso la metà, Murphy perde l’aplomb iniziale e il canto si fa disperato e pieno di rabbia, tirando fuori tutta la sua frustrazione. A questo punto non rimane nulla da fare, se non rassegnarsi e andarsene sconsolato, accompagnato da una dissolvenza che in maniera semplice ed efficace rappresenta la perdita di ogni speranza di ricucire le cose.

Una #nosong semplice e d’impatto, che tuttavia suscita un interrogativo: dove si trovano quelle “folle” che danno il titolo alla canzone? I due protagonisti sono soli e non vi è nulla se non il protagonista, il suo cuore a pezzi e l’immagine di lei, presente fisicamente o forse come illusione intravista fra le lacrime. Cercando qua e là sul web, ci siamo imbattuti in una particolare interpretazione, nella quale Peter Murphy ricorda il rapporto conflittuale con il pubblico, in quelli che erano gli ultimi grandi anni del punk. Il cantante si riferiva ad essi proprio come “fickle shit” (str***o volubile), ricordando come spesso la band fosse oggetto di sputi da parte degli spettatori dei locali (e conoscendolo, c’è da giurare che abbia restituito il favore).

Pur non essendo direttamente documentata, ci piace questa duplice chiave di lettura per il brano, la cui appassionata interpretazione ben si presta sia alla fine di un amore, sia alla descrizione del rapporto conflittuale fra performer e spettatori, in un’epoca in cui il rapporto fra questi era molto più stretto di quello attuale. In entrambi i casi, il brano rappresenta un disperato inno all’incomunicabilità fra le persone e al modo in cui, volontariamente o meno, l’incapacità di comprendersi porti ad un totale distacco e a ferite che forse solo il tempo riuscirà a sanare.

A distanza di anni, la durezza e l’impatto del brano resta davvero ineguagliabile e costituisce un unicum nella discografia dei Bauhaus, che non avrebbero più realizzato un brano così neppure nelle successive carriere soliste.

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