Torna il duo milanese dei Pinhdar e lo fa con l’ennesimo disco gioiello, ormai non più una sorpresa: gli alfieri del trip-hop made in Italy confermano ancora una volta di essere qualcosa di estremamente raffinato, forse troppo per queste latitudini.
“Comfort the silence” è un disco complesso, che racconta, tra svisate darkwave e momenti più ambient, il disagio di vivere in una società in cui vince chi urla, prevale il più forte, il più prepotente, quello che alza la voce e come l’unica vera reazione per non omologarsi a tutto ciò sia il silenzio, sia il ricercare una musica che sia pace, che sia rifugio: i nostri lo fanno sfoderando nove brani rarefatti, diluiti, puri come acqua distillata in cui la voce di Cecilia Miradoli si muove sinuosa e attraente tra i pieni e i vuoti costruiti per lei da Max Tarenzi, con l’aiuto di Lee Pomeroy degli Archive al basso. Brani come “Mute” vi trasporteranno direttamente in un’altra dimensione, una dimensione oscura e inquieta, a cavallo tra i Radiohead e i Portishead più tenebrosi, dopo che “After the fall”, traccia introduttiva, vi avrà già “disturbato” al punto giusto: i Pinhdar invitano però a non ribellarsi, ad accettare, rassegnarsi (“Fade”), imparando a galleggiare indifferenti quando tutto intorno è violenza (“We float”).
“Comfort the Silence” è il disco dell’accettazione, un disco grigio, un disco che spinge a una riflessione profondissima sul mondo che ci circonda, un disco in cui perdersi perchè tutto sembra perduto, finchè poi arriva “Red”, la capacità di rivedere un colore, seppur quello della rabbia. E Cecilia ci lascia lì, con questa esplosione in atto dopo l’indolenza indotta, invitandoci a non mollare.
I Pinhdar sfoderano un disco quanto mai attuale, un capolavoro disturbante dal quale faticherete a staccarvi.




















































