Tuma: la fierezza di non essere al passo con le tendenze [Intervista]

Incontro Alberto a un bar. Arriva, mi saluta, dice, spaesato, che deve pagare il parcheggio e che torna subito. Alla fine torna, si siede, ordina un caffè in ghiaccio, amaro, e mi dice che non è vera la teoria secondo cui “una settimana e ci si abitua, poi niente più caffè zuccherato”. Beve il suo caffè e chiede se le domande sono complicate. Gli dico che inizio con una che potrebbe essere facilissima o difficilissima allo stesso tempo.

Chi è Tuma?

Ho scelto il cognome come nome d’arte, tagliando il nome, cosa avvenuta in modo naturale già dalle medie. Nessuno mi chiamava Alberto ormai.

Avevi dimenticato anche tu di chiamarti così.

Esatto. Per il resto, mi piace definirmi un cantautore indipendente, dove “cantautore” sta per “uno che scrive canzoni” e “indipendente” significa “povero”.

Come scrivi nella tua bio di Instagram, tra l’altro. Pensi che sia facile essere “indipendente” da un punto di vista discografico, oltre che musicale, nel momento storico che stiamo vivendo? 

Credo che ci siano delle difficoltà oggettive di tipo economico. I risultati dell’album, a prescindere dalla qualità musicale, sono correlati all’investimento che c’è dietro. Il vantaggio, però- che vivo anche io in Romolo Dischi– consiste nella possibilità di sentirsi artisticamente liberi. Ne sono felice, soprattutto perché succede spesso di dover scendere a compromessi, adeguarsi, per emergere. Fortunatamente non ho invece mai avuto limiti nella composizione della mia musica. Continuo, perciò ad essere indipendente. E povero.

Al Conservatorio, hai scelto gli studi di chitarra jazz, influenza che si avverte in particolare nell’ultimo singolo (“Io non sono figo”). Ritieni che si sia perso questo tipo di approccio alla musica e che manchi a volte uno studio approfondito che preceda la composizione?

Si è perso completamente. Lo si può evincere anche dall’attuale livello musicale. Probabilmente, l’assenza di questa impostazione è dovuta soprattutto ai talent. Ci siamo abituati a guardare percorsi musicali basati su provini di un minuto e mezzo e abbiamo dimenticato lo studio che contribuisce alla formazione di un grande musicista.  La consapevolezza che dà lo studio della musica è fondamentale. Permette di essere più aperti, di farsi influenzare da più generi: come se ci si trovasse di fronte alla tavolozza di un pittore e si avesse l’opportunità di utilizzare più colori.

Come avviene la composizione dei brani? Prima le parole o prima la musica? Ci sono dei piccoli rituali che segui nel corso del processo creativo?

Il mio modo di scrivere si rifà al mio ordine mentale: caos totale. Non ho un metodo. Nella maggior parte dei casi, parto dal giro di accordi e ci costruisco sopra il testo, cosa che può avvenire anche in contemporanea. Purtroppo, però, sono disordinatissimo. Succede che possa ritrovare audio registrati in qualunque luogo di musica, pensata magari mentre sono in vespa.

Parliamo dell’ultimo singolo, “Io non sono figo”. Cos’è che non ti rende “figo”?

La difficoltà- che mi appartiene da sempre- nell’accettare le tendenze. Mi sento fuori luogo in relazione a ciò che è ordinariamente di tendenza, a volte per paura. Da bambino, ad esempio, quando tutti i miei amici salivano sulle giostre, io rimanevo giù a guardare. Ero terrorizzato. Già allora, quindi, non ero abbastanza figo. Mia madre, tra l’altro, è una persona piuttosto ansiosa e mi ha trasmesso tutte le sue preoccupazioni. Gli altri andavano in discoteca e io iniziavo a temere che qualcuno mi mettesse la droga nel bicchiere. Mi annoio facilmente e non mi piacciono i locali di moda frequentati solo per farsi vedere e notare, mentre io sono contro tendenza anche nell’abbigliamento: metto le prime cose che trovo nell’armadio.

Ti senti contro tendenza anche in musica?

Credo di essere riuscito a proporre il mio modo di raccontare la vita. Una prospettiva che non è migliore né peggiore rispetto a quello che si ascolta di solito, ma soltanto diversa. Ho dato, così, personalità al mio progetto.

Il primo album, “Tuma 01”, è uscito nel 2020. Lo vedi come una raccolta di una serie di produzioni di un determinato periodo o si può individuare un fil rouge fra i vari brani?

Una connessione c’è, ma non è scontato coglierla. Per me, “Tuma 01” è il racconto del periodo fra la fine delle superiori e la conclusione del ciclo triennale in Conservatorio. Il filo conduttore è la mia visione della realtà. Parlo della mia vita, dal mio personale punto di vista. Mi focalizzo sul bello nelle piccole cose e credo che si scorga facilmente in tutti i pezzi la semplicità nella scelta dei temi. E’ forse questo il fil rouge del disco.

Il primo singolo, pubblicato nel 2018, si chiama “Semplice” ed è una canzone d’amore. Per Tuma l’amore è davvero semplice?

Sì, l’amore è semplice. E’ la percezione che abbiamo di esso che è complessa. “Semplice” è la narrazione dei primi tempi di una relazione, con le paranoie e le gelosie iniziali. Cerchiamo sempre di ingannarci, ma il cuore sa già la verità delle cose. Scrivere questa canzone è stato il pretesto per fuggire dalle sensazioni che provavo. Una liberazione: la scrissi in mezz’ora.

Domanda di rito: prossimi progetti?

I live di quest’estate, prima di tutto. In autunno, invece, vorrei realizzare un nuovo singolo e un EP, magari seguendo il filone brasiliano, anticipato da “Io non sono figo”. Vorrei riprendere i generi musicali brasiliani tradizionali, modernizzandoli: un piccolo sogno nel cassetto.

Autore dell'articolo: Chiara Trio

Studentessa di Economia dei Beni Culturali e Dello Spettacolo, ha 19 anni ma al suo primo concerto era nel passeggino, mentre Ligabue urlava contro il cielo. "Il favoloso mondo di Amélie" è il suo film preferito, forse perché, come la protagonista, lascia la testa sulle nuvole, abbandonandosi a una realtà fatta di libri, musica, cinema, teatro e podcast.