Dopo il grande successo del TOUR 2025, che ha visto la band protagonista nelle principali città italiane, I Ministri stanno per concludere il PROVINCIA POPOLARE TOUR 2026: un viaggio che ha attraversato l’Italia da nord a sud, riportando il gruppo nei club e negli spazi che ogni giorno continuano a custodire e promuovere con resilienza la musica live.
“Per tutti quelli che hanno percorso chilometri per ascoltare Aurora Popolare nelle grandi città, e per coloro che non hanno potuto esserci, trattenuti dalle distanze o dagli impegni della vita quotidiana; per i piccoli club che resistono quasi eroicamente in aree dove la cultura fatica a trovare sostegno, e per tutti i luoghi che continuano a ostinarsi nel proporre musica dal vivo autentica: per tutti loro abbiamo immaginato un tour che potesse restituire almeno una parte di ciò che ci è stato donato. Abbiamo pensato che, questa volta, quei chilometri toccasse a noi percorrerli” dichiarano I Ministri
Un percorso che segna anche un ritorno alle origini, con la band nuovamente nella sua formazione in trio, la stessa che vent’anni fa ne ha definito l’identità più autentica.
PROVINCIA POPOLARE é un itinerario che ha portato la band a raggiungere quelle geografie spesso marginalizzate, ma straordinariamente vitali, per far risuonare Aurora Popolare ovunque sia possibile: anche su palchi essenziali, imperfetti e proprio per questo carichi di valore.
Intervista a Federico Dragogna a cura di Egle Taccia.
Siete in tour per portare in giro il vostro nuovo album “Aurora Popolare” nella provincia italiana, andando a ritrovare il vostro pubblico più lontano e i piccoli club che vi hanno accompagnati nel vostro percorso. Quanto è importante per voi avvicinarvi alla gente e sostenere questi luoghi, che combattono una vera e propria resistenza per sopravvivere e continuare a fare aggregazione?
Abbiamo scelto di fare questo tour con tutte le fatiche che ci sono in più, anche semplicemente di carattere tecnico, anche banalmente nello smontarsi il palco, perché vuol dire che gli artisti vanno sostanzialmente incontro al pubblico, cosa che si sposava bene con l’album. Questo tour di Provincia Popolare rappresenta la volontà di voler fare un gesto concreto. Le canzoni sono fatte di parole e quindi spesso si parla tra musicisti, ma poi c’è anche la possibilità di fare delle cose per andare effettivamente incontro a quello che si è sempre detto o anche ai propri valori. Quello di tornare nei piccoli club, mettendoci in gioco noi in prima persona, montando e smontando il palco, facendo tutta una serie di cose che non facevamo più da un po’ di tempo, è molto bello, ti dà un bel contatto con la realtà e riavvicina un sacco di gente che semplicemente deve già pensare a fare andare avanti la propria vita e non è detto che possa sempre prendere una macchina e farsi 200 km per arrivare a un concerto.
È dalla provincia che la musica deve ripartire per ritrovare la sua vera funzione e riscoprire una nuova identità?
Credo che la musica stia andando incontro a delle sfide epocali, già è stata una sfida epocale quella del passaggio al digitale, che infatti ha fatto delle vittime in questi vent’anni, compreso il mio conto in banca in qualche modo ma, al di là di questo, mi viene da dire che la grande sfida della musica oggi è trovare un modo per riuscire a tenere viva la sorpresa, lo stupore, la meraviglia. Questa è la grande sfida della musica, di qualsiasi musica, dalle canzoni d’amore all’elettronica, a tutto quanto. Abbiamo una tale produzione di musica che vedo che sta in qualche modo annoiando la gente, la gente non ce la fa più ad assorbire tutte le cose nuove che escono e quindi non ce la fa più a stupirsi, a meravigliarsi e ad innamorarsi come una volta. Questa sarà la sfida della musica secondo me.
Aurora Popolare è il vostro nuovo album, che affronta numerosi temi sociali e ha dei brani che sono immediatamente entrati nel cuore del pubblico. In questo clima di odio e di guerre, quanto ancora dovremo aspettare per questa “Aurora Popolare”?
Come dire, spoiler della fine dell’album: l’aurora popolare non arriva! Questa purtroppo è la brutta notizia. Sono sempre stato soprannominato, anche tra gli amici, un po’ una Cassandra per i miei testi che davano prospettive piuttosto buie sul futuro. Se pensate a “Tempi Bui” del 2009, la realtà ha cercato di confermare un po’ di quei testi negli anni successivi. Non pensavo che la realtà andasse così veloce come sta andando adesso, nel senso che da quando è uscito “Aurora popolare” ad oggi, sono passati semplicemente un tot di mesi, sono successe una quantità di disgrazie e di speranze nello stesso tempo, che è davvero impossibile anche essere pessimisti ormai. Anche il migliore dei pessimisti oggi risulterebbe essere un ottimista, mi viene da dire. Detto ciò, davvero il punto non è arrivare a qualcosa, tanto non ci arriveremo mai, è sempre tutto un po’ più in là. Il punto è cercare di mantenere lo sguardo verso questa aurora che comunque non c’è. Tenere vivo questo sguardo è fondamentale.
Nell’album è contenuto un brano, il cui video è stato girato a Milano, che si intitola “Piangere al Lavoro” e che parla di precarietà e di un lavoro che ci porta sempre maggiore instabilità. Cosa ha ispirato il brano e come è nata, successivamente, l’idea del video, che racconta la vostra città, ormai tristemente diventata capitale dello stress lavorativo e della precarietà?
Parto da quest’ultima considerazione. Milano sta diventando un po’ la capitale di tutto. È la capitale dello stress lavorativo, purtroppo, è anche la capitale del lavoro che viene offerto, probabilmente è anche il motivo per il quale tanti da altre parti d’Italia ci vengono a stare, pur accettando i suoi prezzi, le sue contraddizioni e le sue follie. È la città in cui sono nato, quindi ho visto tutti questi cambiamenti davanti a me e soprattutto li ho visti attorno a me, nel senso che quando mi chiedi cosa ha ispirato il pezzo, il pezzo lo hanno ispirato soprattutto le persone intorno a me, le persone che spesso lavorano, tante, che lavorano per multinazionali a Milano, ed è abbastanza incredibile vedere come in dei posti che, proprio perché sono in grandi aziende, ti verrebbe da dire sarà tutto, tutto sommato, in regola, sarà tutto controllato e sarà tutto secondo i crismi, non è affatto vero. I contratti, le situazioni di lavoro che hanno nelle multinazionali sono terribili, sono spesso previsti straordinari non pagati, condizioni assurde e soprattutto un meccanismo molto astuto e molto funzionante di far sentire i dipendenti come se fossero parte dell’azienda e quindi pronti a tagliarsi un braccio per la multinazionale di turno. Questo è il grande problema, un problema che noi musicisti non abbiamo, lo abbiamo meno, abbiamo altri problemi come restare in piedi e riuscire a portare a casa un piatto di zuppa, però noi perlomeno a lavoro ridiamo.
Pensate che la musica di oggi stia perdendo il contatto col sociale, che abbia perso la funzione di raccontare i propri tempi?
Non ricordo i tempi in cui raccontava tanto il sociale, probabilmente non ero neanche vivo, non ero neanche su questo pianeta. Ho visto tanti saliscendi, devo dire, e una cosa rimane fondamentale: che comunque nella forma musicale sì ci sono i contenuti, ci sono tutta una serie di cose, c’è uno sguardo importante sul mondo, però ci devono essere anche delle canzoni che riescono a fare innamorare, è come il pifferaio magico della fiaba. Non basta un testo o la scelta di un contenuto o di un particolare tema per fare una bella canzone, se fosse così staremmo tutti a fare dei bei temi in classe. In qualche modo, la grande sfida della musica è questa, riuscire a dire delle cose e nel frattempo riuscire anche a sedurre con la musica, se manca una di queste due cose la questione non gira veramente. Di quante canzoni anche inglesi che stanno dicendo delle cagate pazzesche ci siamo innamorati e ce le portiamo nel cuore e quando le sentiamo ci sembra che stiano dicendo la più grande verità del mondo e invece stanno dicendo una boiata? Mille! Evidentemente la musica nella musica continua ad essere più importante e lo dico da persona che poi darebbe l’anima per un testo importante.
Quali sono i sentimenti con cui “Aurora Popolare” affronta la nostra realtà? Siete rassegnati o avete ancora la speranza che tutto possa cambiare?
Su questo sono sospeso da tutta la vita. Sono un idealista cinico, sono fortemente idealista e credo che le scelte in purezza alla fine portino bene sempre e comunque, alla fine dei conti, e dall’altra parte invece sono molto cinico e molto amaro, questo però permette al mio idealismo di splendere meglio quando è il momento. Se fosse un idealismo soltanto ingenuo, sarebbe un idealismo in pericolo, mentre il nostro è un idealismo che passa molti controlli di qualità.
C’è un brano a cui siete particolarmente legati?
Dell’album nuovo tutti e tre credo che risponderemmo “Spaventi”, anche lì chissà perché, forse per la sua melodia, forse perché suonarlo è molto liberatorio, ha qualcosa di romantico non nel senso di Sal Da Vinci ma più nel senso di Friedrich.
Il vostro tour nelle province sta per concludersi. Avete in programma altre date per questa estate?
Sì, assolutamente, adesso le stiamo covando, ma le diremo presto. Nel frattempo, tra qui e l’estate c’è una primavera in mezzo e sicuramente faremo un saltino a Londra il 26 aprile, dove comunque ci sono tanti di quegli italiani che è come fare un’altra data in Italia, poi comincerà l’estate con un set nuovo, una scaletta nuova e chissà quali altre novità, che non sappiamo ancora neanche noi, ma le sapremo presto.



















































