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Per Matteo, un re senza corona, ma con tanto cuore [Recensione]

Ci sono voluti 18 anni agli Yuppie Flu per tornare sulle scene e, per quegli strani corsi e ricorsi che la vita fa alle volte, il loro ritorno si è trasformato anche in un addio, quello a Matteo Agostinelli, fondatore della band, scomparso lo scorso febbraio a soli 48 anni: “Kings without a crown” è il lavoro a cui ha dedicato, appassionatamente, gli ultimi anni della sua vita, un disco di materiale totalmente inedito che Matteo ha concepito, cesellato e rifinito, senza neanche avere in mente una data di uscita o la pressione di una consegna.

Le canzoni sono uscite esattamente come Agostinelli le aveva pensate e, sarà un caso (ma io al caso non ci credo) sono anche l’esaltazione di tutti quelli che sono i dettagli sonori che hanno reso gli Yuppie Flu una delle band seminali (come dicono quelli bravi) dell’indie italiano: pop lo-fi portato alla sua forma più pura, con un’attenzione spasmodica ai testi e soprattutto alle melodie per poco più di mezz’ora di bellezza assoluta, dalla sonnacchiosa “We’re real (in Neverland)”, fino a “Be Free Now” con quei suoi inserti rap (merito di Francesco Chielli, bassista e co-fondatore del gruppo), passando per una clamorosa “Chasing What” (se non piangete su questo pezzo siete insensibili).

Nove brani che sono la summa di un universo sonoro, quello di Matteo Agostinelli e dei suoi Yuppie Flu, tra psichedelia e pop, indie e country-rock. Che capolavoro.

Se proprio Matteo doveva salutarci, non c’è saluto migliore di questo e che gli somigli di più. Grazie per ciò che ci hai regalato nuovamente, Ago.

A cura di Alessio Gallorini

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