Ceroli e il suo cantautorato elettrodomestico estremo [Intervista]

Dal 29 gennaio 2020 è in tutti i digital store “Matilda”, il primo EP del cantautore indie-pop CEROLI, per la nuovissima label Biscottificio Records / edizioni Metatron Publishing srl.

Noto da anni nel panorama musicale italiano come batterista di una delle band più irriverenti della scena indipendente, il Management (del dolore post-operatorio), Nicola Ceroli adesso porta avanti il suo cognome – CEROLI – e il suo “cantautorato elettrodomestico estremo”. In fondo, tra un tour e l’altro, CEROLI ha sempre scritto canzoni, tornava a casa e registrava tutto da solo.

Le mie canzoni sono fatte da una band, in cui io suono tutto e premo rec”. (CEROLI)

Intervista a cura di Egle Taccia

 

 

Ti abbiamo conosciuto come batterista dei Management, cosa ti ha spinto ad intraprendere la carriera solista?

Ho iniziato a scrivere canzoni da quando ho intrapreso l’Università a Bologna. Studiavo giurisprudenza… capitemi! La musica era la più importante delle mie tre valvole di sfogo. Una sera il mio coinquilino stava ascoltando “OK Computer”. Da quel momento mi sono accorto che scrivere musica poteva avere ancora senso. Prima di allora ero categorico: non ascoltavo nulla che fosse stato pubblicato dopo il 1978 (“Una donna per amico”, Battisti). Finita la Triennale di Giurisprudenza (in cinque anni comunque pieni di musica), la mia disoccupazione ha incrociato il furgone del Management del dolore post-operatorio: ci sono salito nel 2011 e sono sceso nel 2016. Tutto ciò per dire che avevo già parecchie canzoni nel cassetto e, dopo l’esperienza con il Management, ho semplicemente ricominciato da dove mi ero fermato.

Cosa intendi per “cantautorato elettrodomestico estremo”?

Cantautorato elettrodomestico estremo: me le scrivo e me le canto, uso strumenti elettrici, elettronici, acustici, registro tutto da solo nelle pareti della mia dimora, faccio e dico quello che voglio e come voglio, passo da un estremo all’altro… tra Marica e Matilda c’è molta distanza… o no? Tra le canzoni che verranno ci saranno distanze ancora maggiori.

È un EP a cui hai lavorato in solitudine e che ti rispecchia totalmente. Sei contento del risultato ottenuto?

Sì, questo ep mi rispecchia tanto: c’è dolcezza, acido, fragilità, insicurezza. C’è tanto impegno. Registrare un disco da solo, suonando tutti gli strumenti, in uno studio “home made” dove ogni singolo strumento, cavo, microfono, è stato acquistato da te, dove le pareti, i pavimenti, i muri, le porte e poi tutto ciò che serve per far suonare decentemente il posto è stato costruito, restaurato, ripulito, modificato, riadattato da te, è una soddisfazione. Mi rendo anche conto, però, che lavorando con un team e in uno studio migliore, con una migliore strumentazione e musicisti in gamba, si possono ottenere risultati di gran lunga migliori. Per questo ep non potevo fare di più. In futuro mi auguro di sì.

I suoni dell’album sono leggeri e rarefatti. Che tipo di atmosfera cercavi?

Ho sempre amato le atmosfere drogate. I Velvet Underground sono uno dei miei gruppi preferiti. Il reverbero, l’inafferrabilità, mi cullano, mi danno insicurezza e mi ci ritrovo. Non mi fido di chi è troppo sicuro.

Qual è il filo conduttore che lega i brani dell’ep?

Il filo conduttore sono io, le vicende che mi sono accadute e che ho cercato di raccontare, ma non sono stato totalmente fedele alla realtà dei fatti. Ho cambiato alcune cose, non perché la realtà non sia abbastanza interessante, anzi, ma perché certe volte è bello viaggiare con la mente, immaginare che le cose vadano diversamente… e per fortuna con la musica puoi fare tutto quello che vuoi.

“In questa guerra per chi ha più follower, non siamo altro che stupidi loser”?

Esatto! …Non avevi capito bene le parole? Sì, avere tanti follower è un’ambizione diffusissima… ma alla fine, almeno in campo sentimentale, non porta a nulla… perdiamo un sacco di tempo sul telefono! Potremmo parlare, incontrare, correre, cantare… e invece stiamo su instagram. Forse scriverò un pezzo che si chiamerà “instagram after sex”.

Hai di recente inciso insieme al Management la cover di “Un giorno dopo l’altro” di Luigi Tenco. Cosa rappresenta per te questo brano e come ti sei trovato a collaborare con la tua band storica?

Volevo registrare questo brano da molto tempo, era un’idea nata insieme a Riccardo Cuomo (amico storico mio, di Marco e di Luca), ed insieme a lui venne fuori quell’arrangiamento così asettico, dritto, quasi new wave. Questa canzone tra tutte le perle di Tenco è quella che preferisco: non c’è un interlocutore preciso, è solo una constatazione di fatti tanto ovvi quanto crudeli: “il tempo se ne va, la vita se ne va, la speranza è un’abitudine, i sogni sono ancora sogni…”. E poi la musica è meravigliosa, non è basata sui classici giri armonici di quegli anni (che troppi si ostinano a ripetere ossessivamente ancora oggi): due accordi sulla strofa e due sul ritornello, ma quante sfumature, quante alterazioni… spettacolo! Per mettere le mani su un capolavoro del genere c’è bisogno di qualcuno che, con la mano sulla spalla, ti dica “sì, puoi farlo” oppure “fossi in te, non lo farei”. Luca e Marco mi hanno detto “facciamolo”. Lavorare con loro per me è come quando andavamo al cesso del liceo: vorresti che la campanella non suonasse mai.

Domanda Nonsense: Se potessi viaggiare nel tempo, quale concerto andresti a vedere?

Vorrei vedere Chopin suonare il pianoforte … così morirei nel passato! ahahahahahahahahahahahahahahahahhahahahahahahahahahahah

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!