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Federico Dragogna – “Dove Nascere” [Recensione]

 

Federico Dragogna: l’entusiasmante nuovo lavoro solista, fra musica elettronica, rock e la scoperta di un mondo interiore: la recensione dell’album

Se è vero che l’insieme è più della somma delle singole parti, forse è altrettanto vero che le singole parti sono più di una semplice sottrazione dal tutto. E Federico Dragogna, nel suo ultimo progetto solista intitolato “Dove Nascere”, uscito lo scorso 5 maggio sotto Pioggia Rossa Dischi, si è allontanato dal suono dei Ministri e ha voluto dimostrarci che c’è una bella differenza tra quello che è l’Atomo e quello che è la Molecola tutta. L’album comincia con lo Shakespeariano “Dubbi”, che crea sin da subito un’atmosfera intima, cruda ed elettronica che ci accompagnerà per tutte e dodici le tracce. Particolarmente simbolico “Musica per Areoporti” che, oltre a essere il secondo singolo uscito, è forse una citazione all’omonimo album del 1978 “Music for Airports” di Brian Eno; così come quell’album fu l’inizio della sperimentazione ambient per Eno, “Dove Nascere” può sicuramente essere considerato l’inizio di una ricerca di nuovi orizzonti musicali per Dragogna. L’opera procede poi col tagliente sarcasmo agrodolce della traccia omonima “Dove Nascere”, e avanza ancora alternandosi fra l’elettronico e il cantautorato, fra il soggetto e la società, fra l’acustico e l’elettronico affrontando in modo profondo e personale una grande varietà di topoi universali: il dubbio, la scelta, la fuga, la sensibilità, il fato, noi e gli altri. Un lavoro che innanzitutto permette di essere ascoltato, e che permette all’ascoltatore di ascoltare sé stesso, di porgersi delle domande, di arrabbiarsi, di essere felice, di spaventarsi: sentiti libero, come dice l’omonima traccia, la numero dieci del disco. Si tratta quindi di un album completo, piacevole e interessante, in grado di spaziare con originalità fra tematiche e sonorità, e che rappresenta l’inizio di un percorso solista per Dragogna che non vediamo l’ora di scoprire ed ascoltare.

Recensione a cura di Gianmarco Fini

 

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