“Dna” è il viaggio dei Deproducers nell’infinitamente piccolo [Intervista]

“DNA” è l’opera originale dei DEPRODUCERS ( VITTORIO COSMA, GIANNI MAROCCOLO, RICCARDO SINIGALLIA, MAX CASACCI ) nata in collaborazione con AIRC, da 50 anni principale polo privato di finanziamento della ricerca sul cancro in Italia, e grazie al prezioso intervento del filosofo Telmo Pievani che, assieme a Vittorio Cosma, ha scritto i testi raccontati dal vivo dalla voce narrante dello stesso Telmo Pievani e da Riccardo Sinigallia.

Grazie a brani musicali inediti, immagini suggestive e ad una scenografia costruita ad hoc, una conferenza scientifica diventa uno spettacolo live insolito, coinvolgente ed appassionante rivolto ad un pubblico eterogeneo, amante della Musica e delle origini della vita, dove chitarra, basso e tastiere si scambiano continuamente i ruoli per dare voce alle cellule della vita.

“DNA” ci racconta la storia che accomuna ogni essere umano, dalla formazione delle prime cellule alla comparsa dell’Homo Sapiens, fino alle nuove conquiste della genetica.

Intervista a Vittorio Cosma a cura di Egle Taccia

 

“Dna” è il vostro nuovo lavoro. Cosa vi ha spinti verso questo progetto?

Se tu conosci un po’ il percorso dei Deproducers, siamo passati dall’infinitamente grande, dai confini dell’universo, con “Planetario”, con lo spazio, per tornare verso di noi, verso la terra, con qualcosa che ha le dimensioni umane, con qualcosa che abbiamo davanti agli occhi come le piante che possiamo toccare, e poi il viaggio è continuato verso l’infinitamente piccolo. Un viaggio, quindi, dai confini dell’universo all’infinitamente piccolo, i due estremi opposti. Ci interessava andare verso qualcosa che fosse più interiore, e infatti anche lo spettacolo è riferito a un fenomeno molto umano, meno alle leggi del cosmo, ma più alle leggi degli esseri viventi.

Avete già in mente quale sarà la prossima tappa?

Ce ne sono tante possibili, perché stiamo scoprendo che tutte le discipline scientifiche, ovviamente, sono interessanti, evocative e politiche al tempo stesso, quindi potrebbe essere energia, potrebbe essere robotica, intelligenza artificiale, insomma ci sono tante idee sul tavolo.

Chi di voi è il più appassionato di scienza?

Diciamo che l’idea è stata la mia, sono un po’ il fondatore del progetto ed è una cosa che mi ha sempre affascinato per la sua realtà. Sostanzialmente attraverso dei dati reali si può diventare anche molto poetici e molto politici ed è questo che stiamo cercando di fare, di scoprire e capire meglio come funzionano le cose per migliorare in qualche maniera anche il pensiero collettivo.

Avete deciso di unire due mondi che apparentemente sembrano opposti: la scienza e la poesia. Qual è il loro punto di incontro?

La scienza e la musica, in realtà, sono entrambe due scienze, come ci dice il nostro frontman di “Planetario”, Fabio Peri. Sono le stesse leggi a governare sia la musica che la scienza, sono vibrazioni. Gli hertz si combinano tra di loro per creare armonie, tensioni, distensioni, quindi c’è un grande legame matematico con la scienza. La cosa bella è invece che poi, in questi spettacoli, utilizziamo linguaggi diversi che arrivano immediatamente: uno è quello razionale, quello dello scienziato che racconta, e l’altro è quello emotivo della musica, che attraverso un altro canale ti fa capire di cosa stiamo parlando. In più negli spettacoli abbiamo unito anche le immagini di Marino Capitanio, che rappresentano un terzo linguaggio che mischia un po’ entrambe le cose, a volte è emotivo, altre volte è razionale, e questo triplice messaggio arriva molto potente. Oggettivamente è uno spettacolo veramente interessante ed innovativo.

Parlare di cancro non è sempre facile, considerato il terrore che la parola stessa evoca. Che tipo di approccio avete scelto per trattare il tema?

All’inizio pensavamo di essere delicati, di non dire, invece bisogna affrontarlo a viso aperto come un fenomeno umano che, come diceva Falcone della mafia, ha avuto un inizio ed avrà una fine. Lo stiamo combattendo, lo stanno combattendo i ricercatori dell’Airc, e ci sono grandissimi progressi, certo non è sconfitto, ma bisogna avere il coraggio di affrontarlo per quello che è, non sminuendolo o cercando di evitare di nominarlo, ma neanche ingigantendolo come una cosa irrisolvibile. In moltissimi casi di tumore la guarigione è del 90%, quindi si stanno facendo grossi passi. Abbiamo deciso di affrontarlo in maniera onesta e sincera chiamandolo per nome: cancro!

Come è andata la collaborazione col filosofo Telmo Pievani?

Molto bene, perché poi lui è uno scienziato, un filosofo dell’evoluzione, quindi anche lui unisce in se stesso questi due aspetti, uno più umano e umanistico e l’altro invece più scientifico. È andata molto bene perché è un grandissimo intellettuale e scienziato, ma anche un grande performer, sul palco se la cava benissimo, quindi siamo perfettamente in sintonia, e poi umanamente è una gran bella persona, conoscere persone così è sempre un regalo della vita.

Qual è stata la reazione del pubblico a “Dna”?

Devo dire entusiastica, se pensiamo che si va a vedere uno spettacolo sulla genomica, sul dna che parla del cancro, facendo i teatri tutti esauriti. Abbiamo avuto più o meno mille persone paganti ogni sera, è un successone e la cosa più bella è che ci vengono a ringraziare dopo, anche persone che hanno avuto il cancro o che lo stanno combattendo, perché aiutiamo a far capire quanto sia importante la ricerca e quanto la conoscenza sia l’arma che può sconfiggere qualsiasi tipo di male.

Cosa pensi di come viene trattata la cultura in Italia? Oggi sembra quasi che ci si debba vergognare di leggere, studiare e approfondire…

Anche qui, secondo me, c’è una percezione falsa, non è vero. È pieno di progetti, di persone interessate a cose culturali. Culturale significa anche semplicemente approfondire per cinque minuti un tema, leggere un articolo di giornale o in rete, significa spendere tre minuti. È un falso racconto, quello secondo cui bisogna semplificare la cultura. In realtà la cultura sarà la salvezza del nostro Paese e dell’umanità e sento che ce n’è un grande bisogno. Insegnando al Politecnico e in varie altre scuole, capisco che i giovani, i ragazzi, le nuove generazioni, hanno proprio bisogno di contenuti, bisogno di capire quello che hanno intorno per poter decidere di intervenire. Il messaggio invece più veloce, di pancia, istintivo è una cosa che soddisfa per pochi secondi, poi la frustrazione e il problema rimangono, invece piano piano anche le nuove generazioni si stanno rendendo conto che per i problemi complessi ci vogliono le risposte complesse.

 

Domanda Nonsense: Qual è la caratteristica che accomuna il DNA dei Deproducers?

È il fatto che siamo quattro ragazzi cresciuti e ancora innamoratissimi della musica, questa è la cosa più bella che ci unisce.

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!