Flamingo: “Komorebi” è quella luce che ti guida nei momenti bui [Intervista]

“Komorebi” è il primo LP di Flamingo, moniker dietro cui si cela Lavinia Siardi. L’album racconta un’esperienza che dentro ne raccoglie tante, tantissime altre.

“Komorebi” è una di quelle parole incredibili che si possono tradurre solo con perifrasi, è “la luce che filtra tra le foglie degli alberi”, immagine suggestiva che racchiude l’esperienza dell’artista, ritrovatasi all’improvviso dall’altra parte del mondo, a Tokio per tre anni, catapultata lì per lavoro. È un album che ha le sembianze di un diario, dove Flamingo racconta tutto il bello e il brutto della sua vita dall’altra parte del globo.

È un album da ascoltare e riascoltare, dove brano dopo brano si celano paesaggi sonori che si svelano lentamente e che evidenziano l’innegabile talento creativo dell’artista, messo in luce da un meticoloso lavoro di registrazione e produzione.

Intervista a cura di Egle Taccia

Mi racconti come è nato “Komorebi”?

Komorebi è un disco che è nato dalla mia esperienza di vita in Giappone e che in qualche misura copre il “prima”, il “durante” e il “dopo”. Scrivo sempre molto per metabolizzare quello che mi succede e al mio rientro, dopo un paio d’anni nel Paese del Sol Levante, sentivo la necessità di dare forma e suono a quello che avevo vissuto. Era da tempo che con Giacomo Carlone (batterista e produttore di Flamingo) provavamo a creare qualcosa durante le mie vacanze milanesi, e finalmente avevamo abbastanza tempo e suggestioni a disposizione per lanciarci a capofitto in un nuovo progetto. Il risultato è stato, appunto, Komorebi.

 

Come mai hai scelto questo titolo per l’album?

Komorebi significa “luce che filtra tra le foglie degli alberi”. Arrivavo da anni piuttosto bui e “frondosi” – volevo che questo disco fosse metaforicamente un modo per riscoprire un po’ di luce nella mia vita. 

 

Che tipo di suoni cercavi per questo disco?

Sognavo da molto di poter lavorare con una band, non solo live ma anche in studio: in occasione di Komorebi, Flamingo si è aperto a un progetto collettivo e questo mi/ci ha permesso di indagare non solo sonorità scure – che mi hanno sempre contraddistinto – ma anche più stratificate, graffianti e distorte. Volevo un disco diretto e violento, così come erano dirette e violente le cose che volevo raccontare. Il risultato è stato un disco dai forti saliscendi sonori, dove momenti riflessivi molto dilatati e riverberati si alternano a sfoghi violenti in cui il fuzz costruitoci su misura dal nostro amico Sisco ci ha permesso di indagare il nostro lato più noise.

 

Com’è ritrovarsi catapultati a Tokio?

Straniante. Così come il disco, è un costante saliscendi emotivo. Ci sono andata per uscire dalla mia comfort zone milanese e sono decisamente riuscita nell’intento. 

È una città in cui il moderno si sposa con la tradizione e la spiritualità. Hai cercato di inserire questa dicotomia anche nei tuoi brani?

Forse non consapevolmente, ma con Komorebi ho sicuramente cercato di avvicinarmi a un suono il più onesto, concreto e diretto possibile, ricorrendo con Giacomo anche spesso a registrazioni in presa diretta e cercando quindi di recuperare vecchie modalità di quei dischi DIY che ho tanto consumato nei miei primi anni di scoperte musicali. Melancholia, brano conclusivo del disco, è inoltre un mio personale ritorno alle vecchie tradizioni, avendo ripreso in mano il pianoforte dopo almeno dieci anni da quando ho smesso di studiarlo. Il lato moderno del disco è invece sicuramente quello più di ricerca, dove mi sono allontanata dalle mie abitudini cantautorali per lasciare molto più spazio alla costruzione e stratificazione sonora.

 

Cosa ti è rimasto più impresso del loro modo di vivere e della loro cultura?

Una terribile e opprimente incomunicabilità – che spesso mi saltava all’occhio perchè il mio essere “gaijin” – sostantivo dispregiativo per “straniero” – apriva spesso a confessioni che tra giapponesi sarebbero state considerate inaccettabili. In Giappone manca completamente il vocabolario emotivo e l’abitudine a parlare di come ci si sente. 

Una curiosità genuina e meravigliosa: non ho mai visto un popolo così curioso, interessato a scoprire cose nuove e metodico nell’esplorarle. 

Un’enorme contraddittorietà, che però in fondo credo sia propria di qualsiasi comunità vista dall’esterno.

In questo album affronti anche il tema della diversità. Come si riesce a superare la diffidenza e ad entrare in contatto con chi ti considera altro da sé?

Creando dei significati e linguaggi comuni: e non parlo solo della lingua scritta e parlata, ma anche di ricordi condivisi, canzoni ascoltate insieme, birrette trangugiate ai banconi dei bar e – perchè no – sguardi di sospetto reciproci. Solo esponendosi reciprocamente si può sperare di costruire delle basi comuni per un incontro pacifico e sincero. 

 

Il tuo progetto, partito come solista, si sta aprendo a diventare un collettivo di artisti?

Sì, assolutamente. Come accennavo, Giacomo è parte integrante del progetto, ma tantissime sono le persone che gravitano intorno al mondo Flamingo, e sono immensamente grata a ciascuno di loro. Flamingo non sono io, ma siamo noi. 

Domanda Nonsense: Qual è l’oggetto più strano in cui ti sei imbattuta a Tokio?

Questa la so! Il corrispettivo dei coni spartitraffico che si utilizzano durante i lavori in corso, ma a forma di Hello Kitty! (Googolate “hello kitty construction worker Tokyo” e divertitevi)

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!