“La vita che vuoi” è il nuovo disco di Samuela Schilirò [Intervista]

È stato da poco pubblicato “La vita che vuoi” (Azzurra Music / Cafè Concerto Italia), il nuovo e terzo disco di Samuela Schilirò, cantautrice di origini goriziane e siciliana d’adozione. Nel lavoro, anticipato dai singoli “Tutto quello che ho” e “Santa Madre dell’Umanità”Samuela Schilirò sperimenta nuove strade, mettendo da parte i suoni classici e valvolari delle chitarre elettriche per dare più spazio all’elettronica, a synth, tastiere, drum machine e programmazioni. I testi, alcuni scritti a quattro mani con Mariagiovanna Lauretta, continuano a parlare di storie, emozioni, immagini, visioni e soprattutto sentimenti.

Intervista a cura di Egle Taccia

“La vita che vuoi” è il titolo del tuo nuovo album. Come mai hai scelto di chiamarlo così?

Ho dato questo titolo al mio nuovo disco perché credo che per l’essere umano sia molto importante scoprire se la vita che vive sia davvero quella che desidera vivere.

Il titolo è un’affermazione ma, in un certo senso, va letta come una domanda.

Per me si tratta di una domanda necessaria, non solo per il singolo individuo ma per l’umanità intera.

Il mio pensiero è racchiuso perfettamente in ciò che scriveva Antoine de Saint-Exupéry: “Non chiederti di cosa ha bisogno il mondo, chiediti cosa ti rende felice e poi fallo. Il mondo ha bisogno di persone felici!”.

Come facciamo a capire se stiamo davvero vivendo la vita che vogliamo?

Questa epoca non aiuta di certo. Facciamo parte di una società in cui non è soltanto difficile capirlo, è proprio difficile porsi la domanda, chiedersi cioè se la vita che vogliamo è davvero quella che viviamo. Siamo perennemente sovraesposti e di conseguenza soggetti al nostro giudizio e soprattutto a quello altrui, motivo per cui è più facile convincerci che ciò che desideriamo sia ciò che in qualche modo vada fatto, quello che sembra desiderino tutti e che gli altri si aspettano da noi, in una corsa esasperata ed estenuante per assomigliare il più possibile a quello che il sistema ci richiede di essere, con il risultato di avere un mondo abitato da persone che si sentono sempre più insoddisfatte, arrabbiate, incapaci, sole e depresse.

Io non ho la formula magica, purtroppo, per capire se quello che viviamo sia davvero quello che vogliamo, non credo che esista un’equazione matematica da applicare, ma posso dirvi come ho fatto e faccio io. Mi prendo del tempo. Del tempo silenzioso per stare con me e ascoltarmi profondamente. Ascolto il mio corpo. Quello che intendo è che siamo sempre più travolti da una costante miriade di informazioni diverse che lasciano poco spazio, ma molti vuoti. Ho approfittato di questi vuoti per prendermi il tempo di chiedermi quale fosse la vita che voglio.

In un mondo di iperconnessione e di velocità, penso che basti rallentare e fermarsi ogni tanto per disconnettersi telematicamente e connettersi con se stessi. Credo che ognuno di noi, nel proprio fondo, abbia le risposte a tutte le proprie domande, basta farsele.

C’è un filo conduttore che lega i brani dell’album?

Non si tratta di un concept album, ma sicuramente è un disco che fotografa, osserva, indaga e si pone delle domande. A volte lo fa con una veste più rock, a volte con una più ironica e leggera, altre con una più dolce e intimista.

Quindi se un filo conduttore c’è, bisogna ricercarlo negli occhi con cui ho cercato di guardare il mondo e me stessa.

In questo album hai sperimentato nuovi suoni. Cosa ti ha portato ad esplorare nuove strade?

Gli anni che passano, il tempo, lo studio, il mio desiderio innato di cambiamento e sicuramente l’ascolto di “nuova” musica, cioè nuova per me. Le mie radici affondano nel blues e nel rock degli anni ’60, con cui sono cresciuta, a cui ho affiancato negli anni l’ascolto di tanti generi diversi, dagli storici cantautori italiani alla musica folk ecc. Di recente ho approfondito gli anni ’80, l’elettronica e anche molta musica strumentale. Mi sono appassionata e l’ho aggiunta al mio bagaglio precedente. Ho shakerato il tutto ed è venuto fuori quello che sentite oggi. Ci tengo però a dire che è successo in maniera naturale e spontanea, perché così sentivo di fare.

Per comporre i brani di questo album hai utilizzato il pianoforte. Lo definisci come uno strumento tanto egocentrico quanto sommesso. In che modo ha contribuito a dare un’anima ai tuoi brani?

Per la prima volta, molti dei brani del disco sono stati creati al pianoforte. In passato ho sempre usato la chitarra, questa volta ho sentito l’esigenza di cambiare. Il pianoforte è un’assoluta prima donna, ragione per cui lo definisco egocentrico, ma riesce a scavare nella profondità delle viscere melodiche, tessendo, da solo, ricche tele armoniche. Questo mi ha permesso di lasciare andare la voce libera, esattamente dove voleva andare.

In più cercavo uno strumento con cui non avessi totale confidenza e che mi permettesse di percorrere territori a me poco conosciuti. Volevo uscire dalla comfort zone in cui la chitarra mi pone. La chitarra è il mio primo amore e resterà il più grande, ma ogni tanto sedersi scomodi aiuta a conoscersi di più e a sorprendersi.

L’idea di cambiamento ti spaventa o ti emoziona?

 

Mi emoziona tantissimo. Amo il cambiamento e vivo come se tutto fosse in continuo e costante movimento, perché di fatto lo è. Vivo, in un certo senso, come se il tempo fosse eterno, il che equivale per me a dire che vivo nel presente, come se il futuro non esistesse, come se il futuro fosse già adesso. Mi spaventa l’immobilità e l’essere sempre uguali a se stessi.

Gli anni bui che abbiamo vissuto hanno in qualche modo influenzato questo disco?

Moltissimo. Questo disco è nato e cresciuto in pandemia, per cui risente dell’influsso di questo particolare periodo storico e dei miei mutamenti di umore. Ho vissuto dei momenti, per così dire, schizofrenici, come molti credo, per cui passavo da stati d’animo ansiosi, preoccupati e spaventati a sensazioni di quiete, pace e benessere ad altri silenziosi e introspettivi o ad altri ancora divertiti e adrenalinici. E tutto questo è finito nel mio disco, sia nel sound che nei testi.

Domanda Nonsense: Qual è il posto più incredibile in cui sogni di esibirti?

Il Madison Square Garden (ride).

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!