Le “Vecchie Cicatrici” di Robbè [Novità]

Esce oggi “Vecchie cicatrici”, brillante debut album di Robbè, pubblicato da Beta produzioni e disponibile all’ascolto in formato fisico e su tutti i digital stores.

Roberto Doto, in arte Robbè, è un cantautore classe ’94 nato a Deliceto, piccolo paese del Subappennino Dauno, terra di confine tra la Puglia, l’Irpinia e la Basilicata.

Una terra che Robbè porta con sé in giro per il mondo, contaminandola di influenze che man mano raccoglie lungo il proprio cammino: dall’entroterra del sud alle dolci colline bolognesi, fino alle ripide scogliere d’Irlanda, Robbè traspone il proprio vissuto e le proprie radici in reels e ballads, mescolando sapientemente stili, culture e tradizioni.

In un panorama musicale fatto di emozioni “mordi e fuggi”, Robbè si presenta al pubblico con un album di ben 12 brani, denso e stilisticamente ricco, in un originale vortice di malinconie ed eccentricità che lascia spazio a intensi attimi di respiro.

Da buon “artigiano della musica”, Robbè elabora emozioni e nostalgie con minuziosa cura e raffinata attenzione, cesellandone ogni dettaglio.

L’album è stato anticipato dal delicato video-singolo “Vorrei vivere al mare”, diretto da Martyna Walczak e girato nella cittadina polacca di Lodz con la fotografia di Giovanni Cimarosti ed il montaggio di Aleksandra Kasprowicz ed André Vitor Tavares.

 

Intervista di Egle Taccia

 

“Vecchie cicatrici” è il tuo album d’esordio. Di cosa parla e cosa lo ha ispirato?

“Vecchie cicatrici” parla di un viaggio, un lungo viaggio interiore ed esteriore: da Deliceto, il mio paese, a Bologna, poi a Cork e poi di nuovo a Bologna. Un viaggio che porta con sé emozioni, persone, luoghi, ricordi, in cui tutto lascia un segno, una cicatrice di qualche tipo.

Non è un concept album, è una raccolta di canzoni scritte da quando ero al liceo fino all’anno scorso, legate da una coerenza intrinseca che è difficile da spiegare. Sono certo che, ascoltando il disco, sia ben chiaro il viaggio e la crescita che ha portato.

L’album è stato anticipato dal singolo “Vorrei vivere al mare”. Cosa ti affascina delle spiagge abbandonate dai turisti e della vita vicino all’acqua?

Il mare e le fonti d’acqua in generale hanno un fascino difficile da spiegare. Secondo me chi nasce e vive sul mare o su un fiume ha un legame unico e particolare con l’acqua. Ma è un rapporto intimo, che non si può sbandierare ai primi campeggiatori estivi ed ai loro ombrelloni colorati: bisogna stare lì, in silenzio, ed ascoltare quello che l’acqua ha da dire, quello che cerca di raccontarci.

Le cicatrici servono a insegnarci qualcosa?

Sicuramente, ma non solo. Come dicevo prima, le cicatrici, che siano visibili o invisibili, sono segni di esperienze passate, di persone, luoghi, emozioni. Da queste cicatrici impariamo tanto, o almeno in teoria dovremmo, ma ci aiutano anche a ricordare, a non perdere la memoria di quanto fatto e vissuto, della nostra storia. E dalla storia si impara sempre, quindi ecco che si chiude il cerchio.

Esiste ancora qualcuno che dà importanza alle parole?

Le parole sono importanti. Non lo dico io eh, lo diceva Nanni Moretti in “Palombella Rossa”. E magari, oggi, a qualcuno servirebbero due schiaffi, come nel film, anche solo morali, per assimilare e comprendere bene questo concetto.

Io, un po’ per indole e un po’ per formazione accademica, ci tengo tanto: mi preoccupa, però, la svalutazione delle parole soprattutto in ambito musicale e politico. Troppo spesso da una parte ci sono parole vuote, frasi e rime con profondità e significato pari ad una pozzanghera dopo un temporale estivo, mentre dall’altra parte le parole vengono usate con troppa leggerezza, senza pensare (almeno spero, altrimenti sarebbe forse peggio) alla loro forza ed ai loro effetti su chi le ascolta.

Sei di origini pugliesi, ma bolognese d’adozione. Cosa ami della tua vita a Bologna e cosa ti manca, invece, della Puglia?

Di Bologna amo il suo essere unica e particolare, la sua atmosfera ed il suo cambiare volto quando cala il sole, i portici che ti salvano dalla pioggia e la possibilità di incontrare gente da ogni dove, di riempirti di esperienze diverse. Anche se, e lo dico a malincuore, Bologna sta cambiando e sta perdendo tante delle sue caratteristiche peculiari. Di Deliceto, di casa, amo la terra, i panorami, tutto quello che cucina mia nonna e l’aria che si respira o che io respiro: ogni volta che torno è come se si riaprissero i polmoni, pur non avendo avuto difficoltà a respirare prima. Poi c’è la mia famiglia, gli amici di una vita e i posti del cuore: a questa lontananza non ci si abitua mai.

Una delle cose che si percepiscono ascoltando l’album, è quella sensazione di lontananza dalle cose che ami, una certa malinconia di sottofondo. Sbaglio?

A questa domanda potrei rispondere in modo affermativo o negativo dicendo comunque la verità. Non mi struggo per la mancanza di qualcosa, per la malinconia, però può essere sempre lì in agguato, pronta ad affiorare in qualsiasi momento e senza un perché. La domanda più grande è “cos’è che mi manca, per cosa provo malinconia”: la riposta, però, la sto ancora cercando.

Nel bel mezzo di una pandemia, è ancora forte dentro di te la speranza di vivere in un mondo migliore?

A tratti. Voglio crederci perché sono un inguaribile romantico e mi piace fidarmi delle persone e dell’umanità. Poi, però, prendo quelle che da me si chiamano “mazzate” ed inizio a rimuginarci su. Ma alla fine la mia natura ha il sopravvento e torno a nutrire speranza nel futuro, almeno per ora!

Che tipo di suoni cercavi per l’album?

Esattamente quelli che si possono ascoltare oggi. È stato un lavoro lungo e faticoso, ma penso di aver raggiunto quello che era il mio obiettivo, c’è il folk-rock, c’è il folk e c’è il cantautorato italiano. Volevo violino e fisarmonica, e ci sono anche loro. Non posso che ritenermi soddisfatto del lavoro, mio e di tutti quelli che hanno collaborato.

Sicuramente non saranno i suoni del momento ma a me interessa poco o nulla, anche perché sarebbe uno snaturarsi e non sarei più me stesso: non mi ci vedo a cantare su una base di synth.

Domanda Nonsense: Beatles o Rolling Stones?

Risposta Nonsense: i Doors!

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!