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Management – “Anita” è una delle storie che amiamo raccontare [Intervista]

MANAGEMENT

 

Da oggi su tutte le piattaforme e in rotazione radiofonica
ANITA

Un nuovo tassello che sancisce la crescita della band e si avvale della collaborazione artistica di Je_suis_Bordeaux, alias

GERMANA STELLA

È stato pubblicato venerdì 20 gennaioANITA”, il nuovo singolo dei MANAGEMENT.

Il brano sancisce la maturità artistica del combo abruzzese, attraverso la scelta di suoni più morbidi, in contrapposizione a una visione del mondo più cruda e realista, che sfocia in tematiche importanti e sempre più socialmente pressanti: se con “IL DEMONIO hanno affermato la svolta artistica, parlando di depressione, con “ANITA” la convalidano, raccontando una donna all’apparenza come tante, ma torturata da un malessere interiore.

Resta genuina l’attitudine che ha portato i Management all’attenzione del pubblico nostrano, ma Luca Romagnoli e Marco ‘Diniz’ Di Nardo decidono di concedere maggiore spazio al racconto, alla storia, alla parte cantautorale che è sempre stata vivida ma, con gli ultimi lavori, diventa più lucida, consapevole, impegnata.

Intervista a cura di Egle Taccia

 

È da pochissimo uscito il vostro nuovo singolo, “Anita”, di cosa parla il brano?

 

Anita è una delle storie che noi amiamo raccontare, che non è mai la storia dei vincenti, quella che noi amiamo non è mai la storia di chi è felice. Forse per essere felici bisogna amare le cose semplici, anche accontentarsi. Per vari motivi culturali e personali, non sono queste le emozioni che ci interessano, quindi abbiamo parlato di questi cuori liberi. Così abbiamo presentato la canzone. Anita è un cuore libero, un cuore che non vuole giocare alle regole del gioco. Quando non giochi alle regole del gioco si fa tutto molto più bello, molto più poetico, ma anche molto più difficile e se vogliamo anche un po’ tragico. Già la tragedia greca era un insegnamento sui limiti che non devi mai superare, era catartica per questo, era un insegnamento. Un po’ anche la nostra cultura, quella delle religioni monoteiste che ci insegnano a dire tu sei uomo e non devi mai scavalcare qualcosa, devi accettare i tuoi limiti, forse è questo il grande insegnamento, forse anche giusto, però è un insegnamento molto difficile da imparare per alcune persone, perché accontentarsi, giocare con queste regole, capire i propri limiti ed accettarli, è probabilmente un gesto di grande maturità e non credo che noi viviamo in un’epoca matura.

 

Nella vostra musica ci sono sempre tanti personaggi che vivono la disperazione, il dolore e comunque vivono in maniera diversa dagli altri. Dove incontrate i personaggi che raccontate? Come li delineate? Come nascono e poi diventano canzoni?

 

Forse sono quelli che vorremmo incontrare, sono quelli che vorremmo conoscere, sono quelli che vorremmo noi principalmente essere. Geograficamente e forse anche anagraficamente abbiamo una piccola fortuna, anche di aver vissuto un’epoca un po’ diversa qualche tempo fa. Siamo giovani ma abbiamo vissuto un’epoca diversa e abbiamo incontrato e abbiamo avuto la fortuna di incontrare questi grandi soggetti, noi li chiamiamo soggetti anche per rappresentare quelle persone un po’ strambe che vengono da educazioni più antiche, da un passato del secolo scorso, ma anche dalla prima parte del secolo scorso. Molti di loro, molto spesso, vivevano senza regole. Ne ho conosciuti tanti, ce ne sono sempre meno, però molto semplicemente i vecchi del bar o alcuni soggetti strepitosi, dei vedovi con dei desideri infiniti, persone anche violente, completamente iraconde nella semplice giocata a carte al bar. C’erano dei livelli d’ira e di follia strepitosi, che adesso vediamo sempre meno. Noi comunque andiamo sempre alla ricerca di quello e geograficamente ci possiamo ancora permettere di incontrarli più o meno tutti i giorni con un po’ più di fatica, però in generale le tematiche di cui trattiamo nelle canzoni forse riguardano più il sogno, riguardano più il pensiero anche romanzato del proprio tormento, che poi certe volte diventa il tormento incarnato da un’altra persona, può essere anche immaginaria oppure no, oppure siamo talmente vicini alla disperazione di talune persone al punto di raccontare la loro storia come se fosse la nostra.

 

Questo brano è stato preceduto da un altro singolo “Il Demonio”, che parla di depressione. Pensate che il malessere interiore sia diventato in qualche modo una costante nelle nostre vite?

 

Io conosco solo persone che sono fuori di testa, forse ne dovrei frequentare delle altre. Non è che siamo circondati proprio dal malessere in maniera totale, però sappiamo bene, soprattutto perché abbiamo una certa esperienza sia di vita sia in un certo modo artistica, che ci spinge anche un po’ ad andare a fondo alle cose, nel riconoscere anche in taluni comportamenti che sembrano comportamenti che derivano dalla felicità, dalla serenità, il tormento che c’è dietro. Molto banalmente si potrebbe dire che più della metà, ma io direi l’85% delle persone che si vendono in un modo, soprattutto sui social o comunque che vendono la loro felicità o il loro saper vivere, perché è molto più vendibile del resto, delle cose negative, non ci raccontano la verità. Siamo in un’epoca che ci costringe alla positività, alla felicità, e quindi dobbiamo stare molto lontani dai pensieri negativi e forse è per questo che viviamo molto male i pensieri negativi, ci dovrebbero insegnare sin da piccoli all’asilo ad accettare determinate cose della vita, come anche la noia che i bambini non provano più, perché non è possibile, è vietato. Il dolore, la morte, l’essere lasciati, banalmente, le storie che finiscono, adesso è tutto una tragedia. Finisce una storia d’amore ed è una tragedia. Finiscono tutti i giorni, durante una vita ne finiscono a centinaia. Non sappiamo più vivere col negativo. Sono circondato da persone che a volte sembrano anche molto positive, ma io noto che dobbiamo tutti, quasi in maniera obbligatoria, vivere i paradisi artificiali, come li chiamavano i poeti quelli bravi, per dimenticare le cose. Dobbiamo vivere in un altro pianeta che è quello ovviamente del bicchiere, delle droghe. Quando queste cose le si fanno per divertimento tanto di cappello, a volte io stesso, parlo di me per non subire critiche, sento di farlo perché ne ho bisogno per superare alcune cose e non è un modo positivo per superare le cose, ma comunque è un modo molto efficace.

 

I vostri suoni stanno diventando più morbidi e lenti. È in atto un cambiamento nella vostra musica?

Sì, però tu che ci conosci sai che tutto è possibile, nel senso che ad un periodo in cui tiriamo fuori delle cose, poi può subentrare un altro modo di operare perché ci va così. Però sì, diciamo che siamo maturati anche da un punto di vista semplicemente anagrafico, non voglio dire invecchiati perché siamo ancora giovani, ma facciamo questo lavoro da tanto tempo. Forse una volta eravamo spinti con urgenza anche a delle dimostrazioni plateali di quello che pensavamo, di rabbia, di follia e invece adesso stiamo cercando di portarle tutte dentro. È tutto un lavoro sulle emozioni, sul pensiero, chiaramente sul rapporto di questo con la musica, la produzione, gli arrangiamenti, forse ci piace di più parlare di certe emozioni, anche se mi sto rendendo conto che, siccome siamo un po’ affascinati dal malessere, che di questa cosa qua ne parlo talmente tanto sia per motivi miei personali sia per lavoro, che forse è un po’ troppo. Forse ci vuole un disco felice perché altrimenti chi lo sa come va a finire.

 

Come dicevamo sopra, questo è il secondo singolo che pubblicate dopo l’uscita del vostro album “Ansia capitale”. State lavorando ad un nuovo album?

In realtà, molto sinceramente, no, non ci stiamo lavorando, però al contempo questa risposta è un po’ mezza sbagliata perché io e Marco di scrivere non la smettiamo mai, non ci fermiamo mai, quindi poi, tutto quello che facciamo anche così per sperimentare un po’ tra di noi, quasi sempre nel 90% dei casi va a finire in un disco, in qualche singolo, in qualche operazione, quindi alla fine sì, ma non stiamo lavorando ad un disco specifico, ma da sempre, dal giorno dopo in cui abbiamo consegnato il master di “Ansia capitale” eravamo praticamente già su questi singoli che state ascoltando e quando sentirete i prossimi vorrà dire che ci stiamo lavorando oggi mentre facciamo le interviste su “Anita”.

 

Nell’era di Spotify ha ancora un significato pubblicare un disco oppure è probabile che in futuro verranno pubblicati solo singoli?

 

Mi auguro di sì. Oggi si va molto sui singoli per i motivi che tu sai meglio di me, ma io spero che, ma penso che sia così, i dischi ci saranno sempre, perché pur pubblicando i singoli, è molto bello, è molto intelligente, è interessante capire all’interno di quale pensiero totale sono stati raccolti. Probabilmente se uno vuole ragionare dal punto di vista del denaro, della mercificazione della musica, non ha nessun senso il disco. Per me il disco è un racconto e una canzone da sola non basta, perché già la canzone è una specie di grandissima ed efficace sintesi di certe cose. Già siamo obbligati alla sintesi come tipo di lavoro, che è il lavoro della canzone, del romanzo, della letteratura, della saggistica, anche della poesia. La canzone ti porta già a un’estrema sintesi e quindi togliere anche il disco, sarebbe come togliere un ulteriore strato di un racconto. Io non lo farei, anche se mi fa poca differenza pubblicare tanti singoli, ma quantomeno alla fine di questo percorso voglio racchiuderli in un racconto grafico e più completo. Questa credo che sia una cosa troppo bella per essere dimenticata.

 

Tornando in tour come avete ritrovato il vostro pubblico dopo la pandemia?

 

Spero che siano invecchiati pure loro. Di media abbiamo sempre lo stesso pubblico, un pubblico che noi amiamo perché ci è molto vicino. Ovviamente, come ogni pubblico, ama ciò che arriva più facilmente o comunque come dire, quelle che possiamo chiamare le canzoni più famose, ma al contempo pretende, e questa è la cosa bella che tanti altri tipi di pubblico non hanno, il nostro pubblico pretende anche la stratificazione, la profondità, pretende che ci muoviamo su un territorio molto più vasto della canzone o anche della canzonetta, perché no, a volte bisogna anche divertirsi, anche lì c’è tanta profondità, forse, ma pretendono da noi un certo tipo di sperimentazione, un certo tipo di linguaggio, un certo tipo di poetica. Questo a volte può risultare anche noioso per un artista, pretendono da te sempre qualcosa di più, però noi invece siamo felici, è una cosa bella questo contatto che abbiamo con il nostro pubblico. Loro forse ce lo chiedono perché noi siamo predisposti alla libertà e l’hanno capito col passare degli anni, a fare innanzitutto qualsiasi cosa come ci pare, parlare di tantissime tematiche in tanti modi diversi, anche a livello produttivo, anche a livello sonoro, io voglio parlare di tutto, ma al contempo Marco che produce le canzoni e le scrive sul piano della musica, anche lui è sempre lì a cercare qualcosa e a fare tutti i giorni una cosa diversa, infatti ci chiedono di continuo se abbiamo cambiato strada. Le strade della vita sono tante, si cambia strada, si vede un altro panorama e poi si può anche ritornare su una strada che è stata già percorsa oppure andare ancora più lontano, semplicemente si va, dove chi lo sa, ma si va.

 

Annuncerete altre date?

 

Mi auguro di sì, ci stiamo lavorando ovviamente e le faremo. Quello che stiamo dicendo a tutte le persone che ci circondano, ai miei amici e a tutti gli altri, è che non ci vogliamo fermare più perché siamo stati fermi molto ed ecco, già questa pausa di un mesetto dai concerti mi sta facendo sentire molto triste e depresso, perché in questo momento non la desideravo. Siamo stati fermi così tanto per i motivi che sappiamo che basta, vorrei suonare non dico tutti i giorni, ma tutte le settimane.

 

Domanda Nonsense: Dove vorreste essere portati dal vento?

 

In questo momento in un luogo caldo, molto banalmente. Odio il freddo, odio i malanni del freddo, adoro stare seminudo sulle spiagge a guardare il niente, il mare, perché alla fine il mare è di grande aiuto per tutte le persone un po’ tormentate, soprattutto da questo tipo di società che ci pretende sempre superattivi. Il mare è un calmante perché lui è lì da sempre a fare sempre le stesse cose e finalmente quel nulla sta lì a dirti che possiamo anche noi stare sulla spiaggia a non fare niente per sempre e non è una colpa, mentre invece, ci educano, anche i nostri genitori poverini non sanno di esserne colpevoli, ci educano alla catena di montaggio, al fare, all’avere, al comprare, c’è sempre bisogno di qualcosa. Il mare un po’ mi salva da questi pensieri, soprattutto quando c’è freddo ovviamente, perché quando fa caldo ci vado, sto lì a pensare che vorrei stare senza pensieri e quindi anche senza raffreddore davanti al mare col caldo, mezzo nudo, senza pensare neanche a quello che mi devo mettere. Ecco, già questo è un tormento dei mesi invernali, io voglio avere meno pensieri possibili, come mi devo pettinare, cosa mi devo mettere, chi devo incontrare. Vogliamo stare davanti al mare, io e Marco siamo molto marini. Vedi come siamo stupidi noi umani? Abbiamo costruito le case, mentre gli animali vanno dove fa caldo, sono intelligenti, mica sono scemi come noi che rimaniamo in un posto, che stiamo cent’anni nella stessa casa. Abbiamo costruito una vita invivibile proprio dalle basi più assolute. Siamo gli esseri più stupidi del pianeta senza nessun dubbio.

 

 

 

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Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!

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