No Interview – Lastanzadigreta: “Il Tenco è stato come una pacca sulla spalla”

Abbiamo incontrato Lastanzadigreta, collettivo di musicisti torinesi, vincitori della Targa Tenco 2017 per la Migliore Opera Prima. La formazione si caratterizza per un approccio personale alla forma-canzone, che ha attirato le attenzioni di molti addetti ai lavori, e per un organico strumentale anomalo, incentrato sul suono della marimba e di vecchi harmonium da trovarobato, bidoni dell’immondizia, strumenti giocattolo, glockenspiel, sintetizzatori, cigar box, mandolini. Nel 2017 il gruppo ha lanciato il “Manifesto della musica bambina”, a sostegno di una nuova canzone italiana per tutti, senza distinzioni di età, cultura o classe.

Egle Taccia li ha incontrati per conoscere meglio il progetto e fare un bilancio di quello che è accaduto fino ad ora.

Com’è cambiata la vostra carriera musicale dopo il Tenco?

Il Tenco sicuramente ti dà quella pacca sulla spalla di cui hai bisogno, perché tante volte a forza di suonare i tuoi pezzi ti chiedi se queste cose le ascolterà qualcuno. Il grande cambiamento è quello, più che altro per te, perché capisci che qualcuno lo ha ascoltato e lo ha apprezzato, perché è stato votato da tanti giornalisti. A livello di scena, è cambiata in meglio, ma non con quella spinta che si pensa possa dare una cosa del genere. Forse era così fino a cinque o sei anni fa, ma nonostante tutto siamo riusciti a fare più live, principalmente grazie al bando Imaie, che abbiamo vinto grazie al Tenco. In generale è stato un cambiamento più che altro per noi, perchè sappiamo che qualcuno ci ha ascoltato, cosa buona in un mondo in cui c’è moltissima musica e pochissimi ascoltatori.

Cosa pensate che abbia colpito della vostra musica?

Sicuramente il fatto di mettere insieme canzoni che, tutto sommato, non hanno nulla di stranissimo né a livello compositivo nè di struttura. A noi piace dire che facciamo tutto sommato pop e ne siamo felici. Il fatto è che noi abbiamo sul palco degli strumenti un po’ strani e raccontiamo storie che non si sentono proprio tutti i giorni. Probabilmente abbiamo colpito per quello. Inoltre, cerchiamo di scappare dal cliché della canzone d’autore triste o del cantautore che parla di se stesso o che ne parla con un certo tipo di suono, quel tipo di suono di chitarre molto compresse che va tanto oggi e che va benissimo, ma che naturalmente non fa per noi. Credo che abbia colpito questo elemento, che ai giurati sia piaciuto che il disco suonasse diversamente dagli altri dischi che escono in questo momento in Italia, che tendono molto, soprattutto nel mondo indie, ad uniformarsi ad un certo tipo di stile.

Al riguardo volevo chiedervi se la scelta di questi strumenti sia scaturita dalla voglia di avere un suono assolutamente originale e personale…

Assolutamente. La cosa che amiamo dire è che se si ambisce, come noi, a voler fare delle cose un po’ diverse, che non vuol dire migliori o più belle, ma che siano tue soltanto, farle con chitarra basso e batteria è più difficile, perché alla fine la postmodernità insegna che tutto è già stato fatto, che si ricade sempre in quel tipo di linea di basso, in quel tipo di passaggio di chitarra, in quel tipo di ritmo di batteria, ma se, invece, ci si costringe a fare del pop con degli strumenti strani, vengono fuori delle cose diverse, non necessariamente migliori. Noi ci abbiamo lavorato per tanti anni provando a metterci alla prova con strumenti che non sono i nostri, che non erano i nostri, lo sono poi diventati: dai batteristi che suonano le percussioni autocostruite, o i bidoni dell’immondizia, o io che suono il mandolino, a chitarre strane accordate in maniera diversa… tutto questo ci ha portato a creare delle nostre dinamiche. Possono piacere o meno, ma sicuramente sono solo nostre e di questo andiamo molto fieri.

In base a quali caratteristiche scegliete gli strumenti da portare sul palco?

Quelli che costano meno e che troviamo al mercatino delle pulci, perché hanno un suono che non abbiamo sentito prima. Ogni tanto qualcuno di noi si presenta nello studio, che è già di per sé una stanza piena di cose strane e dice “ho trovato questo e fa questo suono” e allora magari nella canzone che sta per nascere o in quello che viene fuori c’è la voglia di infilarcelo dentro e vedere l’effetto che fa. A tal proposito, alcuni di questi brani hanno conosciuto la loro versione disco dopo la terza o quarta volta che sono stati smontati e rimontati insieme, anche per questo, per andare a ricercare i suoni che ci stiano bene e che non siano stati già sentiti troppo. La storia dei mercatini è vera, li frequento molto. Si trovano veramente quelle cose che non potremmo mai permetterci, ma che poi ti danno quel suono unico. Per esempio la drum machine che si sente nel nostro disco, è una vecchia drum machine Farfisa dei primi modelli costruiti, della fine degli anni ’60. È la drum machine che si sente nei dischi dei Kraftwerk, per esempio. L’ho comprata per 3 euro, semi rotta e buttata lì. Ha un suono bellissimo, che fa impazzire i fonici di palco. Una volta che la sentono, tutti la vogliono e la vogliono campionare. Quella drum machine è solo nostra, perché nessuno ce l’ha più, lo stesso vale per gli organi, per gli harmonium che troviamo. Lavorare con questi strumenti ti dà anche delle ispirazioni nuove per fare i pezzi, perché non hai soltanto i soliti accordi di chitarra, hai degli accordi che suonano in maniera diversa e molto spesso stonati, perché poi ovviamente gli strumenti hanno una loro anima e questo è divertente e ti permette di metterti alla prova con delle cose sempre diverse.

Mi parli del manifesto della musica bambina?

L’abbiamo lanciato un po’ per gioco e un po’ con grande impegno politico. È nato da una serie di riflessioni che abbiamo fatto negli anni. Molti di noi lavorano con i bambini come secondo lavoro, o primo lavoro, a seconda dei momenti. Insegnano musica ai bambini ed hanno a che fare con un certo approccio alla musica che è dei bambini ed è un tipo di approccio che abbiamo ritenuto somigliasse molto al nostro giocare con gli strumenti, a questo provare a mettersi alla prova con delle cose che non sai come suonano. L’emozione di prendere uno strumento, metterci le mani sopra e vedere cosa esce fuori, è una sorta di emozione che ognuno, man mano che comincia a suonare poi perde, perché diventa tutto automatismo. La musica bambina, quindi, era da un lato la voglia di trovare un’etichetta per quello che stiamo facendo, una musica che non è musica d’autore in senso classico, ma che cerca di guardare a questo mondo. Guardando a questo mondo, nel fare musica, automaticamente, almeno per noi, diventa musica che è per bambini, noi facciamo molto spesso concerti con i bambini, coinvolgendoli a suonare e portandoli ad ascoltarci e l’idea è che si possa trovare anche una nuova via per la canzone, che non è necessariamente una canzone per bambini stile Teletubbies, del tipo “siamo tutti bravi, siamo tutti belli”, ma che ci possa essere una canzone per adulti e per bambini insieme, o una canzone per bambini che non porti i genitori ad ammazzarsi dopo dieci minuti che l’ascoltano. Lavoriamo molto con le famiglie da questo punto di vista e bisogna dire che, forse, sono i concerti che ti danno la maggiore soddisfazione. Se riesci ad arrivare ai bambini probabilmente stai lavorando bene.

Pensate che i generi musicali siano delle barriere da abbattere nella musica?

Non ci riguardano più di tanto (ridono). Servono per spiegare quello che stai facendo, non sono delle barriere, sono delle cose utili di cui ti puoi servire. Tutto sta nel non esserne asserviti, ma nel servirtene tu. Noi usiamo molto i generi, usiamo il rock, la canzone d’autore, il punk in certi pezzi. Non vanno vissuti sicuramente come barriere. È chiaro che, invece, molto spesso, li vivono in maniera più seria gli operatori che devono farti suonare, per cui se non sei facilmente riconducibile allo stereotipo indie o allo stereotipo cantautorale, fatichi un po’ di più a trovare chi ti faccia suonare. Ti dicono “io ho un festival indie, voi non siete indie”. “Decidilo tu se siamo indie oppure no”, questo è un problema a volte. Non se ne esce. Servono operatori migliori, forse, o musicisti migliori, o tutti e due.

Domanda Nonsense: Qual è il rumore più fastidioso di tutti?

Il soundcheck della batteria è senza dubbio il rumore più fastidioso di tutti, non c’è nessun dubbio. Tum, tum, tum, prova la cassa, tum, cassa-rullo, tum, cha, tum, cha. Senza dubbio quello. Anche certi chitarristi, ma il souncheck della batteria batte tutti.

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag, scrive per Qube Music e Lamusicarock e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!