No New – Rough Enough: Una band Molto Poco Zen

E’ da poco uscito per OverDubRecordings, “MOLTO POCO ZEN”, il secondo disco dei ROUGH ENOUGH. Frutto di un intenso percorso di crescita personale, che raccoglie e sviluppa, in chiave punk, suoni sporchi, ritmiche viscerali e testi provocatori.

I Rough Enough sono un duo alternative di Catania, in bilico tra rock, punk e suggestioni blues. I loro testi parlano di una società che guarda ma non vede, di responsabilità individuali e di un mondo che può cambiare solo se si abbandonano finalmente tutti gli alibi.

Egle Taccia li ha incontrati.

Partiamo dal titolo. Perché “Molto poco zen”?

Ci divertiamo un sacco a trovare i titoli delle nostre canzoni, ma quando abbiamo dovuto scegliere il titolo del disco questa ci è sembrata la scelta migliore, perché la canzone “Molto poco zen” è, alla fine, il sunto perfetto di tutte le tematiche che cantiamo nell’album. Siamo molto poco zen noi stessi, dopotutto.

Ci raccontate la vostra storia? Chi sono i Rough Enough?

Il progetto nasce tanti anni fa: Fabiano voleva metter su un duo chitarra batteria, lo stretto indispensabile. Con Raffaele alla batteria, il sound nasce in maniera spontanea. Diciamo che le nostre sonorità rispecchiano il nostro incontro: ci siamo conosciuti un po’ per caso, ma c’è stata subito una gran sintonia che è poi sfociata nel climax che ha permesso la nascita del disco.

Vi proponete con dei suoni assolutamente fuori moda, nell’era del synth pop. Che tipo di pubblico volete catturare?

Scherzando diciamo sempre che, nell’era di synth e canzonette, fare un disco con le chitarre è un atto rivoluzionario. Anche con la batteria acustica, effettivamente. Sono due strumenti che stanno lentamente scivolando via dal circuito mainstream. Ci piacerebbe far tornare di moda le canzoni ruvide e potenti con cui siamo cresciuti. Inevitabilmente il nostro pubblico è molto maturo, anagraficamente parlando, perché andiamo a ricalcare quel sound anni ’90 con cui molti trentenni e quarantenni sono cresciuti, ma devo dire che abbiamo anche molti riscontri positivi dai ragazzi più giovani. Ci piacerebbe raggiungere anche loro.

Di cosa parlano i vostri testi?

Amiamo riflettere su noi stessi e guardarci attorno. I nostri testi appunto vanno dai nostri vissuti al cercare di essere una finestra sulla società moderna. Ci concentriamo su tutte quelle cose che ci infastidiscono, cercando di dar voce a chi, come noi, pensa che qualcosa andrebbe cambiato.

Parlate del bisogno di ritrovare la collettività. Qual è la cura per uscire dall’individualismo sfrenato?

Sicuramente fare rete. Qualcosa che sembra essersi perduto, paradossalmente, in un’era quasi esclusivamente digitale. Capire che non siamo isole, che insieme si può costruire qualcosa. Vediamo tanta rassegnazione in giro, ci piacerebbe vedere le persone, i giovani soprattutto, collaborare per fare qualcosa di bello per il mondo.

Uno dei problemi della nostra società è la disinformazione?

Sicuramente, il IV Stato parla proprio di questo, di come si sia perso quel senso di informazione al servizio del cittadino. Siamo sommersi da dati e cadiamo in confusione; servirebbe maggior attenzione da ambo i lati, maggior coscienza e ricerca, controllo delle fonti, da parte di chi scrive e da parte di chi legge.

Venite da Catania, una città che musicalmente non ha bisogno di presentazioni. Che periodo vive la scena musicale etnea oggi?

Abbastanza contrastante. È un ossimoro vivente: tantissime realtà interessanti, tutte diverse e originali, che però non trovano spazio perché mancano i palchi. Molti locali chiudono i battenti, altri hanno target troppo elevati. Ci sono casi eccezionali, qualcuno che fa qualcosa di concreto per favorire lo sviluppo del panorama musicale nostrano, ma sono pochi. È abbastanza difficile fare gavetta.

Che tipo di difficoltà incontra una band che vuole far musica partendo dalla Sicilia?

Difficoltà enormi, purtroppo. Fare un tour è davvero complesso, incastrare date senza un booking diventa un’impresa e i costi per spostarsi al di fuori dell’Isola sono elevati, in rapporto a quelli che sono i guadagni per una band agli esordi. Se va bene si può arrivare fino a Roma, ma toccare tutta la penisola è impresa per pochi Siciliani, oramai.

Domanda Nonsense: La scusa più assurda che si sono inventati per non farvi suonare in un locale?

Qualche settimana fa abbiamo contattato un noto locale di Palermo per provare a fissare una data: ci hanno detto che oramai avevano la rassegna chiusa fino a giugno e che avremmo dovuto contattarli l’anno scorso per suonare, cosa che comunque avevamo fatto, senza avere nemmeno una risposta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e Qube Music e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!