David Byrne

No Review – “American Utopia”, l’ironico disincanto di David Byrne

Posso essere sincero? L’uscita nel 2017 dell’inatteso nuovo capolavoro “American Dream” degli LCD Sound System, così ricco di sonorità tanto affini ai Talking Heads di “Fear of Music” e “Remain in Light”, mi avevano fatto sperare che “American Utopia”, l’ultimo album di David Byrne anch’esso uscito un po’ a sorpresa dopo anni di silenzio,  per similarità di titolo potesse essere una risposta a James Murphy e soprattutto un ritorno a quello stile così unico all’interno della musica degli eighties.

L’illusione è tuttavia durata poco, complici alcune dichiarazioni dello stesso Byrne, che ha confermato l’assoluta impossibilità di un ritorno a quei tempi negando anche ogni speranza di Reunion ai propri fan: un piccolo dispiacere, se proprio vogliamo, ma certamente un raro ed apprezzato segno di coerenza artistica ed umana.

Così, sei anni dopo “Love this Giant”, album a quattro mani realizzato a distanza con St. Vincent, tante sperimentazioni e la pubblicazione di quel meraviglioso libro intitolato “Come funziona la musica”, – un’interessante,  brillante e completa opera divulgativa in cui l’autore affronta la nostra arte preferita a 360° sotto gli aspetti storico, antropologico, scientifico ed economico – David Byrne torna alla “forma canzone” con cui ci aveva lasciato nel 2004, col pregevole “Grown Backwards”.

Se leggiamo le sue dichiarazioni, viene da pensare che questo ritorno sia avvenuto in maniera un po’ casuale, avendo egli dichiarato di aver messo insieme nuovi e vecchi testi con delle tracce inviategli da Brian Eno con l’intenzione di “dipingere il mondo in cui viviamo oggi così com’è”.

A partire dai bei dipinti dal tratto marcato dell’artista Purvis Young utilizzati per l’artwork, questo piccolo affresco del mondo attuale ci sembra nel complesso riuscito, grazie a parecchi spunti interessanti e al tono leggero di Byrne, il quale come nei suoi lavori più ispirati unisce bene il suo modo surrealista ad un’ironia caustica, dando voce al teatro dell’assurdo di questo particolare momento storico degli USA.

Musicalmente parlando, si può benissimo affermare che “American Utopia” sia un compendio in dieci brani di quanto sviluppato da Byrne nell’ambito  della propria carriera solista, dai momenti più elettronico/sperimentali con lo stesso Brian Eno, che presta synth e voce corista già nell’intrigante e oscura opener “I Dance like this”, uno dei momenti più alti dell’album, agli ammiccamenti tropicali della tanto solare quanto caustica “Every Day is a Miracle”, una vera e propria “Miss America” dei giorni nostri.

In due casi, sembra paradossalmente che sia proprio il maestro ad omaggiare i propri stimati allievi LCD Soundsystem, con i due pezzi elettronici “Everybody’s coming to my house” (primo single tratto dall’album) e “It’s not up here”, entrambe canzoni dal ritmo ballabile e d’atmosfera.

Ad ogni modo, paragoni a parte, siamo di fronte ad un lavoro che presenta uno stile  consolidato, senza particolari picchi d’innovatività che tuttavia ci restituisce David Byrne in forma, mostrandoci il suo raffinato stile in tutte le sue sfaccettature, dopo qualche anno di lavoro musicalmente oscuro e a tratti stucchevole (la collaborazione “Here Lies Love” con Norma Cook, dedicata ad Imelda Marcos). 

A parte un paio di momenti oggettivamente scialbi – brani come “Dog’s mind”, che lascia il tempo che trova, e  una “Bullet” incentrata sul solo pathos vocale, che certamente avrebbe beneficiato di una maggiore  verve musicale  – “American Utopia” è un ritorno gradevole e nel complesso ispirato di un David Byrne colpito dagli eventi degli ultimi due anni di era Trump, che come Trent Reznor concepisce un’opera che vuole essere specchio di questo momento storico, filtrandolo tuttavia attraverso il suo stile ironico e multicolore, che a differenza dell’opera al nero del leader dei NIN lascia intravedere qualche raggio di luce e la possibilità di dare un senso a ciò che ad oggi è difficile comprendere (“Here too many sounds for your brain to comprehend / Here the sound gets organized—into things that make some sense”, da “Here”).

Lo stile di Byrne non si rinnova particolarmente e, oggettivamente, “American Utopia” non è il suo capolavoro assoluto. Ciò nonostante, ci troviamo di fronte ad un lavoro di sostanza e stilisticamente ricercato, che riunisce in sé tutti i tratti  assolutamente unici della discografia dell’artista inglese, riportandolo al grande pubblico con un’opera certamente più fruibile, degli ultimi bizzarri progetti, con parecchi brani accattivanti e quello stile unico, che mancava ormai da troppo tempo.

American Utopia

1. I Dance Like This

2. Gasoline And Dirty Sheets

3. Every Day Is A Miracle

4. Dog’s Mind

5. This Is That

6. It’s Not Dark Up Here

7. Bullet

8. Doing The Right Thing

9. Everybody’s Coming To My House

10. Here

Autore dell'articolo: Fabio Rezzola