See Maw è l’artista italiano che vuoi scoprire oggi [No New]

Incuriositi da un progetto che lega perfettamente pop ed elettronica e che sforna dei pezzi così equilibrati da sembrare fin dal primo ascolto delle vere e proprie hit, abbiamo fatto due chiacchiere con Simone Sacchi, in arte See Maw.

Il giovane produttore e cantante milanese, classe 1996, della bella famiglia di Undamento, etichetta discografica tra gli altri di Frah Quintale, Joan Thiele e Coez, tornerà live il 6 agosto prossimo all’Idroscalo di Milano, per la rassegna Cuori Impavidi insieme a Pop X, Tropea e nove.

Innanzitutto, vorrei fare chiarezza riguardo al dubbio che abbiamo un po’ tutti: come si legge il tuo nome? E che cosa significa?

Ho voluto rendere il mio nome, Simone, in versione anglosassone, See Maw, infatti dovrebbe leggersi letteralmente “Si mo(u)”, come abbreviativo di Simone, anche se ormai molti hanno preso a leggerlo “Si mao”, e devo dire che non mi dispiace, sto iniziando ad abituarmi anche a questa pronuncia.

Come e quando nasce il progetto See Maw?

Ho sempre fatto musica elettronica fin da quando ero piccolo, dai 10 anni circa. Mi sono fermato intorno al quarto anno di scuole superiori per dedicarmi alla fotografia.
Quando ad un certo punto, circa due anni fa, ho deciso di ricominciare, è nato il progetto See Maw.

Fai tutto da solo o c’è qualcuno che collabora con te in fase di produzione?

Sì, tutto da solo. Ho iniziato a scrivere testi e a cantare sopra le mie basi. Ultimamente mi sono proprio sbizzarrito, non ho fatto solo basi house o techno ma anche produzioni chill e r&b.
Ghiaccio, che è stato il mio primo EP, l’ho anche mixato io, infatti si sente malissimo, se lo sentisse un fonico morirebbe probabilmente. Però mi fa piacere che sia su Spotify così com’è, mi piace la cosa che si possa vedere un’evoluzione nei miei lavori, poi ha un certo fascino questo risultato grezzo.

Dopo due EP, Ghiaccio e Depre Mood, hai pubblicato il tuo primo album A luci spente, mi racconteresti di questo progetto?

A luci spente è nato dalla volontà di migliorarmi, nel senso che mi sono reso conto, anche grazie alla mia etichetta, Undamento, che i miei primi pezzi erano praticamente dei provini, non delle vere e proprie tracce. Così mi sono concentrato e dedicato alla ricerca di un suono mio, oltre che a voler migliorare la produzione.
Penso che questo sia il processo naturale di un musicista, tra le altre cose; se ti autoproduci hai un lavoro più difficile e complesso, però hai sempre il vantaggio di gestire tutto tu e di conoscerti ancora più a fondo.

Come hai scelto il titolo dell’album?

Il titolo proviene dalla main track dell’album, appunto “A luci spente”. Questa traccia definisce alla perfezione il mood del disco, è un po’ cupa, rappresenta un viaggio che ho fatto io in prima persona, è qualcosa di intimo, un momento mio.
In generale poi questo pezzo mi definisce ed identifica molto bene dal punto di vista sonoro, per cui l’ho trovato perfetto per il nome del disco.

Quali sono i tuoi artisti di riferimento?

Molti mi paragonano a Cosmo come stile, ma devo dire che, anche se lo ascolto e lo apprezzo, non mi ispiro a lui, piuttosto mi ispiro abbastanza a Yaeji come artista, la mia musica è molto più simile alla sua che non a quella di Cosmo.
In realtà nei miei lavori, per quanto riguarda la musica da club, introduco delle sonorità un po’ più underground. Mi capita pure di contaminare con delle melodie trap, sono influenzato infatti anche dalla scena trap italiana.

Un brano che sto apprezzando molto del tuo nuovo album è Venerdì, il brano più pop del disco, eseguito in collaborazione con Dola e Dado Freed. Com’è nata questa collaborazione e come l’hai vissuta?

E’ nata un anno fa, durante la prima settimana in cui sono entrato in Undamento. Dola era lì in studio a Milano, siamo andati subito d’accordo, ci siamo messi a suonare un po’ ed è nata la bozza di Venerdì. Poi dopo un annetto l’abbiamo ripresa e sistemata.
Dado Freed invece lo conosco da 10 anni e adesso è anche il mio conquilino.
Mi piace molto il contrasto che si è venuto a creare tra la mia voce, più leggera e delicata e quella più graffiante di Dola, il tutto è completato da Dado Freed che ci rappa sopra.

Il brano con il quale ti ho scoperto è stato “Passa”, che per il suo equilibrio e i suoni mi è sembrata una vera e propria hit. Mi racconti la storia di questo pezzo?

Quando poco fa parlavo del fascino dell’homemade mi riferivo proprio a questo pezzo. “Passa”, dal punto di vista proprio tecnico, non suona bene, non è mixato bene, però ha quel grezzo che mi piace.
Per quanto riguarda il testo, posso dire che ovviamente è autobiografico, ho vissuto un’infanzia abbastanza brutta perché sono stato male. Quando durante il brano dico: “Ho toccato il fondo, mi ricordo anche il sapore” mi riferisco proprio a questo, mi ricordo di quello che è successo, ne faccio tesoro ed alla fine è passato, ho sfruttato quel momento per migliorarmi.
Ho scritto il brano non curandomi proprio del feedback che poteva darmi il pubblico, ma poi mi ha stupito un sacco che in tanti mi abbiano scritto per raccontarmi la loro esperienza.

Siamo arrivati alla domanda alla quale nessuno può sottrarsi: la domanda nonsense!
Dato che sei milanese la domanda nonsense del giorno che ho scelto per te è: Milan o Inter?

Milan! Ma spiego, non guardo il calcio. Da piccolo ho sempre simpatizzato per il Milan, penso per i colori, c’è qualcosa in quei colori, in quelle maglie, che raccontano una storia, che non mi riguarda molto però mi affascina.
Quindi ti dico Milan, per la sua estetica.

Autore dell'articolo: Giuseppe Fossi

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