“E La Voce Va”: la campagna, il mare e la città nell’ultimo album di detto Ferrante Anguissola- Intervista

Ferrante Anguissola vive, per anni, tra mare e terra. Nasce a Cremona e poi gira il mondo, per la musica e per la vela. Mi racconta, con passione, di come abiti a stretto contatto con le canzoni e la natura, fino a riuscire a sentir sussurrare i pioppi. Fino a sentire arrivare un temporale.

E’ stato da poco pubblicato il suo nuovo album “E La Voce Va

“E La Voce Va” racchiude 9 brani acustici (chitarra e voce) che raccontano le bellezze della vita, i ricordi e le gioie vissute.

Qual è l’anello di congiunzione tra la musica e il mare?

I napoletani lo sanno bene. Basta conoscere le canzoni d’amore napoletane per capirlo. Personalmente, ho conosciuto il mare tardi, a Porto San Giorgio, nelle Marche. Non riuscivo a restare sotto l’ombrellone. Ho iniziato a notare le barche a vela e un marinaio della Lega Navale di Porto San Giorgio mi ha insegnato come si guidasse una barca. Ho cominciato a fare le regate, fino ad arrivare a condurre barche grandi ed a decidere di andare alla scuola di Caprera, dove sono diventato istruttore. Dopo essermi sposato, è diventata un’abitudine andare in barca con mia moglie, specialmente in Dalmazia e Croazia; lì ci sono tante isole e si trovano situazioni simili a quelle che si troverebbero a Napoli. Le canzoni, in un clima del genere, vengono spontanee.

Ci sono degli aspetti in cui queste due forme di esistere- musicista e marinaio- convergono?

Credo proprio di sì. Nelle baie, suonavo a bassa voce nella notte e dopo un po’ sentivo qualcuno arrivare a nuoto ed invitarmi nella sua lingua ad esibirmi. Queste sono piccole emozioni che tante volte hanno portato alla nascita di nuove canzoni.

Com’è nato il tuo ultimo album? I brani si presentano come storie indipendenti o c’è un fil rouge a legarli?

Il mio precedente lavoro discografico (A occhi aperti) era un concept album. Era un’ammonizione a prestare attenzione al fatto che le cose cambino: il pensiero digitale è completamente digitale al pensiero logico a cui siamo abituati da secoli. In quest’ultimo album, invece, non c’è un vero e proprio filo rosso; si tratta più che altro di una raccolta di canzoni che non avevo ancora pubblicato.

Ne “Il blues dei pioppi” scrivi: “I pioppi che sento ogni mattina/ Dormire di fronte a casa mia/ Mi fanno sempre tanta compagnia”. Hai compreso cosa sussurrano questi alberi?

Sì. Quando avevo tre anni, ero in campagna e mi sono accorto che, quando il vento soffiava, le foglie dei pioppi producevano un suono. Io avevo associato quel suono ad un possibile temporale. Quando sentivo che il fruscio delle foglie cambiava il suo rumore, sapevo che ci sarebbe stato un tuono. La nube temporalesca è fatta come un’incudine: il vento va verso la nuvola, che quando è satura riversa l’umidità in eccesso sotto forma di pioggia. In quel momento, il marinaio deve cambiare le vele; io lo sapevo fare benissimo, ero molto veloce. I pioppi mi hanno decisamente sussurrato.

Nelle tue canzoni c’è molta Milano. Come vivi ora il rapporto con la città rispetto al passato?

Io sono nato in campagna: è dentro di me, così come il mare. Sono arrivato a Milano nel 1958, dopo aver creato l’azienda a Firenze, dove avevo conosciuto degli amici che sono poi diventati i miei soci.  A quel punto, ho scoperto la città e ho continuato a scoprirla anche in seguito. Dico spesso a mia moglie, che sogna Venezia, che sarà difficile lasciare Milano, perché offre tante opportunità a livello culturale impossibili da trovare altrove.

Le produzioni attuali sono a volte in contrasto con la calma che ricerchi nella musica. C’è qualcosa che ti piace particolarmente di ciò che viene pubblicato adesso e da cui ti lasci ispirare?

È sempre il tempo a mancarmi. Ascolto le canzoni selezionate per il festival di Sanremo e per l’Eurovision, ma non molto altro. La verità è che amo la musica con la m maiuscola, per esempio l’ora. Con il resto, invece, non ho, in questo momento, grande dimestichezza.

E se dovessimo parlare del passato?

Quando vivevo a Bologna, montavo le televisioni nelle case delle persone: c’erano famiglie che ordinavano televisori con un pulsante solo! Mentre andavo al lavoro, dalle finestre sentivo suonare “Volare” di Modugno. È stata la canzone che ha dato il “la” ad un’intera generazione di gente che è riuscita a liberarsi dagli stereotipi. Le canzoni, a quel tempo, venivano scritte dai parolieri. Solo successivamente sono nati i cantautori. Ho conosciuto Lucio Dalla e Gaber, a cui mandai una mia cassetta; lui mi chiamò chiedendomi se volessi fare il predicatore, dopo aver ascoltato le mie canzoni contro il malfunzionamento della penisola. Poi, predicatore lo è diventato lui.

Considerando le tue esperienze, c’è qualcosa che hai il rimpianto di non aver fatto?

Volare.

Autore dell'articolo: Chiara Trio

Studentessa di Economia dei Beni Culturali e Dello Spettacolo, ha 20 anni ma al suo primo concerto era nel passeggino, mentre Ligabue urlava contro il cielo. "Il favoloso mondo di Amélie" è il suo film preferito, forse perché, come la protagonista, lascia la testa sulle nuvole, abbandonandosi a una realtà fatta di libri, musica, cinema, teatro e podcast.