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I Voina ricompongono i cocci con Kintsugi [Intervista]

KINTSUGI è il nuovo album dei VOINA, pubblicato per V4V Records (edizioni Sony/ATV Music Publishing).

Questo disco viene definito come un inno alla disfatta e all’infinita voglia di continuare ostinatamente a risorgere. Un inno alle sfide quotidiane, un inno ai Voina che da più di dieci anni si infrangono contro questo strano mondo e ogni volta rimettono insieme i pezzi sapendo che alla fine sono proprio le crepe a far entrare la luce.

KINTSUGI è il quarto disco in studio dei VOINA e, come ogni loro disco, rischia inesorabilmente di essere l’ultimo. Ancora una volta la band raccoglie i cocci della propria esistenza e riassembla tutto glorificandone le disfatte, da qui la metafora della pratica giapponese kintsugi, e lasciando ammirare i segni del tempo e della maturità raggiunta sui propri inciampi, errori e dolori.

 

Intervista a cura di Egle Taccia

 

Iniziamo parlando del titolo, come mai avete scelto di chiamarlo “Kintsugi”?

 

In realtà è un titolo che abbiamo cercato di dedicare, anche come disco, alla storia della band. Il Kintsugi è questa tecnica per riparare i vasi rotti, quindi i cocci, con questa colla dorata per fare in modo di valorizzare le crepe, non solo ricostruire quindi, ma valorizzarne gli aspetti negativi, quella cosa che ti ha rotto, e ci sembrava un’ottima metafora per rappresentare la band, nel senso che è una band che ormai va in giro da oltre dieci anni e ha attraversato tantissime crisi, anche periodi molto complessi come il Covid, il passaggio dai 20 ai 30 dentro la band, cosa non facile. Le persone si allontanano, diventano delle persone adulte, anche noi diventiamo persone adulte, facciamo le nostre scelte di vita, ma nel frattempo la band è sempre rimasta lì, è un elogio alla band.

 

L’avete definito come un inno alla disfatta e all’infinita voglia di continuare ostinatamente a risorgere. Dove trovate la forza di rialzarvi ogni volta che cadete?

 

Forse semplicemente non c’è alternativa. Innanzitutto, è un modo per mettersi alla prova, io penso che il mondo ti metta continuamente alla prova buttandoti giù e in realtà dopo che passi un buon periodo a lamentarti, ed io sono uno che passa lunghi periodi a lamentarsi, ad un certo punto devi per forza rialzarti, ed è vero che ogni caduta, ogni processo di ricostruzione di se stessi è qualcosa che ti rende non più forte, perché non sono molto convinto di questa teoria, ma ti rende più te stesso.

 

Secondo voi qual è la sfida più grande che si trovano ad affrontare i giovani di oggi?

 

Io lavoro a scuola, sono un professore, a prescindere da me che non sono più anagraficamente un ragazzo, anche se mentalmente mi sento un quindicenne, ho proprio esperienza di questa cosa. Penso che la voglia più grande da parte dei giovani sia quella di riuscire a definirsi, superare la mole di possibilità, sceglierne una e perseguirla con una certa convinzione, secondo me la difficoltà è scegliere, questa è la grande sfida che hanno i giovani secondo me.

 

Sono le nostre imperfezioni a renderci unici?

 

Sì, io penso sempre che l’aspetto della fragilità sia un tema molto complesso in questo periodo, perché l’avvento dei social ha reso più difficile la comunicazione di una parte negativa di se stessi. Sui social si tende ad inserire sempre quella che è la propria perfezione, il lato ludico di se stessi, che è una parte importantissima di noi, però non è la sola e se cerchi di vivere solo quella parte incorrerai in dei problemi con te stesso, quindi sì, è assolutamente necessario invece vivere le proprie fragilità e da un certo punto di vista, non dico mostrarle e renderle manifeste alla ricerca di un conforto, ma è essere sinceri e dire ci sono entrambe le parti in ognuno di noi.

 

Qual è il brano dell’album a cui siete più legati e perché?

 

La risposta a questa domanda varia molto in base ai membri della band, nel senso che noi siamo sempre stati una band di questa tipologia, molto diversi tra di noi, con idee musicali molto diverse, e poi fortunatamente siamo riusciti a metterci insieme, quindi non ti saprei dire di tutti, posso dirti che forse il brano a cui io sono più legato è “Bianco”, perché è un brano che dal mio punto di vista, ho scritto io il testo, è molto adulto rispetto a quello che ho sempre scritto, perché è una presa di coscienza di quello che è il senso di colpa dell’uomo bianco, cis, etero. Non è stato facile scriverlo, perché avevo voglia di scrivere qualcosa del genere, però non volevo risultare eccessivamente banale.

 

Perché come ogni vostro disco questo rischia inesorabilmente di essere l’ultimo?

 

Perché in modo molto semplice più vai avanti con l’età, più la parte della tua vita che non comprende la musica prende il sopravvento, il lavoro, la famiglia. Di conseguenza il tempo da dedicare alla musica per noi è ancora molto importante, è tanto, ma non lo è tanto quanto lo era qualche anno fa, considerando pure il fatto che invecchiando molti aspetti del tour che prima ti mettevano anche di buonumore, che accettavi serenamente, cominci a soffrirli, come dormire male, mangiare male. In realtà penso che sia più un modo per noi stessi per dire vabbè prima o poi finirà, in realtà forse non finirà mai, ma diciamo sempre che è l’ultimo e poi, arrivato il momento, abbiamo sempre voglia di farne un altro. Forse non sarà così, magari cambia ma non finisce.

 

C’è ancora spazio per chitarra, basso e batteria nella musica?

 

Questa è una domanda tosta. Sì, perché noi nel nostro piccolissimo siamo la dimostrazione di questo, il problema è che cosa si intende per musica, nel senso che se la musica è quella che noi fruiamo attraverso i servizi di streaming è normale che ci sia una certa fatica, perché forse richiede non dico un ascolto più attento, ma è sicuramente fuori dal mondo mainstream, però ci sono esempi di band non nazionali, ma straniere, che portano avanti in modo egregio questa cosa come i Fontaines D.C., gli Idles. Quindi sì c’è sempre spazio, perché c’è sempre gente che vorrà questo. La cosa positiva è che spesso queste persone non sono parte di quel sistema dei servizi streaming, quindi i numeri, che sono diventati di importanza fondamentale, magari non li fai dal punto di vista digitale, però li fai in altro modo, con gli ingressi ai concerti, che penso siano la cosa più importante.

 

 

 

 

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Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!

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