Francesco Sacco: il viaggio tra “Solitudine, Edonismo e Consumo” nel suo ultimo album [Intervista]

Francesco Sacco ha presentato, in data 21 maggio, presso la Triennale di Milano, il suo nuovo disco: “A- Solitudine, Edonismo, Consumo”, un viaggio tra le peculiarità del mondo contemporaneo ed un’indagine della società moderna attraverso suoni e parole. L’ho incontrato per farmi raccontare cosa c’è alle spalle del suo ultimo progetto, disponibile in fisico e digitale a partire da venerdì 20 maggio.

Partiamo dall’inizio. Perché hai scelto questo titolo per il tuo nuovo album?

Si tratta di una scelta fatta a posteriori, perché quando scrivo cerco di muovermi abbastanza liberamente e di vedere dove mi porta il processo a cui do inizio. Poi, di solito, arriva il momento in cui guardo quello che ho fatto, in una fase di analisi e retrospettiva che mi piace molto. Forse contagiato dal lavoro con l’arte contemporanea e il teatro, mi viene naturale trovare una sorta di drammaturgia nei miei dischi. Ho pensato ad “A”, per fare riferimento al lato a e al lato b dei vinili e far presupporre che ci sarà un seguito: è un lavoro speculare di 12 tracce, di cui ora sono uscite le prime sei. Ho trovato il sottotitolo, invece, con una certa dose di casualità: avevo annotato queste parole un pomeriggio piovoso di novembre e, quando ho recuperato le canzoni accumulate nel tempo, ho pensato a una linea tematica che ha come punto di partenza la solitudine. Non solo per la pandemia: la socialità è cambiata anche per il rapporto che abbiamo con i social. L’edonismo ha a che fare con la ricerca del piacere, che fa parte della nostra vita e che, a seconda della scuola di pensiero a cui ci rifacciamo, può essere un modo per contrastare la morte o un passatempo. La parola consumo ha un’ambivalenza di fondo: può riguardare la consunzione dei sentimenti e del corpo o può definire l’approccio della società alla merce. Anche questa dimensione di satira del tardo capitalismo è qualcosa che inizio a vedere messa in discussione in modo abbastanza intergenerazionale, forse per il sovvertimento delle nostre abitudini che abbiamo vissuto negli ultimi due anni.

Pensando ai luoghi scelti in diverse occasioni per presentare le tue produzioni e ai progetti grafici con cui le hai accompagnate, mi sembra che per te sia molto importante anche l’aspetto visivo e, perché no, coreografico, inerente alla tua musica. È così? Quanto conta per te la performance e la progettualità alle spalle di un live?

Moltissimo. Per quanto riguarda le cover o i videoclip, sono abbastanza facilitato avendo una grande memoria visiva, ragiono molto per immagini e credo che questo si possa percepire anche dai testi. È importante per me dare una veste grafica o fotografica a ciò che faccio in musica. In questo caso ho collaborato con una fotografa, Lucrezia Testa Iannilli, e ho trovato nelle sue foto molto di quello che ho sentito io nei brani; ero molto soddisfatto della sua visualizzazione dei miei testi. Relativamente al live, da un lato lavorare anche a produzioni teatrali mi ha dato un’attenzione che prima da semplice musicista non avevo, perché non si è molto abituati a concepire la dimensione scenica. Dall’altro, mi piace allo stesso modo non avere quel tipo di attenzione: il media è un altro ed è tutto più massimalista. In qualche modo, è addirittura liberatorio pensarci meno rispetto a quando si va in scena per il teatro.

Il tuo approccio alla musica ha avuto inizio quando eri ancora molto piccolo. Hai conosciuto per prima la classica- parli infatti di Bach riferendoti alle tue influenze. Come è avvenuto lo sviluppo verso quello che è il tuo linguaggio musicale adesso?

Ho studiato musica classica più per necessità che per scelta. Non vengo da una famiglia di musicisti e non sono stato particolarmente avvicinato alla musica da piccolo, ma ho iniziato a desiderare di suonare intorno ai 6 anni. Penso sia qualcosa di privato e inspiegabile, non c’è un motivo per cui sia nata in me una passione del genere. Mi sarebbe piaciuto suonare il violino, ma la mia famiglia mi ha consigliato la chitarra classica, che è difficilissima perché è polifonica come il pianoforte, ma le mani fanno due cose diverse. Da adolescente ho perso l’interesse ed è lì che è avvenuto il cambio di linguaggio: quando ho scoperto il rock, il blues e la musica contemporanea. Ho acquisito una dimensione di libertà che non si trova nello studio accademico e anche l’idea che un alfabeto molto ristretto possa esser sufficiente, se non addirittura aiutare. L’elettronica, invece, è arrivata per bisogno, perché è un grande strumento per chi vuole fare tutto da solo, come è stato per me per un periodo.

Con chi ti piacerebbe collaborare a livello nazionale e internazionale?

Dell’estero mi affascina molto il fatto che riescano a funzionare in una misura qui quasi impossibile le band e le nicchie. In Italia, persino l’underground finisce per assumere un trend molto preciso e per far muovere tutto nella stessa direzione prestabilita, mentre, in un mercato più grande, come quello inglese, è abbastanza normale che si creino delle bolle di mercato efficaci, come il folk. Per questo motivo, probabilmente collaborerei con una band, altrimenti, parlando di artisti solisti, mi piacerebbe collaborare con Kae Tempest, che ha una delle penne per me più interessanti. A livello nazionale sto lavorando con una persona super pop che, però, non posso ancora annunciare.

La musica è uno strumento personale per riuscire a tenersi a galla o, al contrario, è dono totale di sé agli altri? Per te resta uno sfogo o c’è l’intenzione di lasciare un messaggio?

Entrambe le cose. La canzone, all’inizio, parte da un’esigenza privata e si scrive in modo quasi inconsapevole: hai un’idea in testa che desideri mettere giù e contemporaneamente desideri anche dire a qualcuno, altrimenti non lo faresti nella forma della canzone, che ha una natura collettiva piuttosto forte, considerando anche la sua fruizione. Per questo non parlerei di messaggio, ma di comunicazione, perché non c’è mai, nei miei brani, una volontà di dare una risposta chiara e risolutiva.

Domanda Nonsense: Fare musica per vivere o vivere per fare musica?

Anche in questo caso, entrambe le opzioni. Non ho una soluzione a molte cose, tantomeno al perché siamo qui. Sicuramente fare musica, però, è un ottimo modo di impiegare il tempo che ci è dato.

Autore dell'articolo: Chiara Trio

Studentessa di Economia dei Beni Culturali e Dello Spettacolo, ha 20 anni ma al suo primo concerto era nel passeggino, mentre Ligabue urlava contro il cielo. "Il favoloso mondo di Amélie" è il suo film preferito, forse perché, come la protagonista, lascia la testa sulle nuvole, abbandonandosi a una realtà fatta di libri, musica, cinema, teatro e podcast.