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Alone Vol. IV
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Gianni Maroccolo – Alone vol. IV [Recensione]

Il nuovo capitolo della saga di Gianni Maroccolo è un almanacco ideale di quello che è stato, che è, che può ancora essere l’alternative italiano

Registrato durante il lockdown, Alone vol. IV è il quarto capitolo dell’epico flusso di musica che Gianni Maroccolo sta pubblicando a cadenza semestrale da più di un anno. Forse ispirato dalla quarantena, forse annusando nell’aria lo spirito dei tempi, Marok ha scelto come tema la pazzia. E si è fatto affiancare da un cast di ospiti che rendono il disco quasi antologico: Giorgio Canali, Edda, Teho Teardo, Umberto Maria Giardini, Flavio Ferri, L’Aura.

La poderosa apertura è T.S.O. X: nove minuti in cui il famigerato basso distorto di Marok, chitarre e batteria ergono un muro di suono su cui la voce disturbata di Canali recita una serie di parole, quasi ad enunciare la trama dell’opera: “Normale… subnormale… animale… minimale… molto male”. Le voci di Edda e Don Backy sono protagoniste della cover di Sognando, alternandosi in questa melodia da chansonnier d’altri tempi. Ma i versi d’amore sono immersi in un’atmosfera ombrosa di chitarre tremolanti e pulsazioni cupe. Dopo queste due canzoni, la musica si fa flusso, conducendo dritti al cuore del concept. 

Mentre tu giri, giri, giri io ti guardo è un dolce e sognante strumentale, illuminato dai vocalizzi di Giardini. Ma subito dopo si sprofonda nel tragico affresco di Lettera di Ida Dalser: su uno sfondo strumentale desolato, fra gemiti di e-bow e il rintocco ossessivo di una goccia, la voce di Canali recita la drammatica lettera di Ida, amante indesiderata del Duce, rinchiusa in manicomio “senza scarpe, fra poveri spiriti, esasperati e dementi”. Le tinte si fanno ancora più buie in Hotel Dieu, affrescato dalle sperimentazioni di Teardo, squarciate da sprazzi di luce che ricordano Linea Gotica.

Il canto puro di L’Aura irrompe come un piccolo incanto nella traccia successiva. Sostenuta solo da tocchi minimali di pianoforte, Una Luce è una sorta di preghiera, un requiem pieno di compassione per chi ha ricevuto la grazia anormale di essere outsider.

Le fa da contraltare Sociopatia, ancora interpretata da Canali, in cui la recitazione del nostro è la protesta sconvolta di chi non trova un posto nella società, non può trovarlo, non avrà pace. La canzone diventa una marziale cavalcata post-rock percorsa da voci spiritiche, quasi a chiudere in tono minore il muro sonoro dell’apertura.

L’ultima traccia è una ripresa strumentale di Una Luce. Una eco in cui ormai le parole non servono più, perché si celebra l’addio degli anti-eroi di queste canzoni, che sono andati.

Maroccolo è un monumento vivente: ha fondato esperienze storiche come i CSI, i Litfiba, ha prodotto gruppi come Marlene Kuntz, Diaframma, Timoria. Ma è ancora un torrente in piena. Questo disco denso, poetico, è un almanacco ideale di quello che è stato, che è, che può ancora essere l’alternative italiano.

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