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Gregorio Sanchez – Luna di Miele, Fine del Mondo è il nuovo EP [Intervista]

GREGORIO SANCHEZ torna con “Luna di Miele, Fine del Mondo”, il secondo EP che, insieme a Nelle Parole Degli Altri, compone il lato A del disco Luna Di Miele, Fine del Mondo/Nelle Parole Degli Altri.

Luna di Miele, Fine del Mondo/Nelle Parole degli altri sono due stanze della stessa casa, il racconto raffinato e delicato dei pensieri e della vita di una generazione che si sta ricostruendo, nella quotidianità e nelle idee: se in Nelle Parole degli AltriGregorio racconta una generazione, quella dei primi anni ‘90, cresciuta con ideali inconsapevolmente imposti (la concezione del lavoro, della famiglia, ecc), in Luna di Miele, Fine del Mondo, racconta come questi ideali abbiano inciso nei rapporti, attraverso il legame di una coppia che sullo sfondo ha l’apocalisse:

«Credo che i modelli di famiglia borghese, del focolare domestico, dei progetti di vita prevedibili e costruiti a tavolino siano ormai anacronistici, inadatti al declino a cui stiamo andando incontro, sia umano che ecologico. A Maggio 2020 è iniziata la mia prima esperienza di convivenza. Il mondo era cambiato improvvisamente e qualcosa nella società si era irreversibilmente incrinato. Questa consapevolezza ha cominciato a farmi vivere diversamente la mia relazione. Da qui nasce l’idea della seconda parte del disco», commenta il cantautore bolognese, ma milanese d’adozione.

L’EP, prodotto da Marco Giudici, e registrato in un’unica sessione, suona minimale, ma è evidente la ricercatezza sulla sonorità, con le sue note fuori scala, i rumori di fondo, l’atmosfera domestica, artigianale. La scrittura delle partiture per i fiati è stata scritta dallo stesso Gregorio Sanchez con Marco Giudici, Giacomo Di Paolo e Francesco Panconesi. Pieno di contenuto, racconti, ambienti, si avvale della collaborazione di amici di Gregorio e bravissimi musicisti: Adele Altro (cori su “Aliante”, “Trucioli” e “Mentre balli con il cane”), Marco Giudici (cori, basso, piano e synth su “Aliante”, “Matrimonio, luna di miele, fine del mondo”, “Trucioli” e “Mentre balli con il cane”), Generic Animal (cori su “Matrimonio, luna di miele, fine del mondo”), Francesco Panconesi (sassofono su “Aliante”, “Matrimonio, luna di miele, fine del mondo”, “Trucioli” e “Mentre balli con il cane”) , Alessandro Cau (batteria su “Aliante”, “Matrimonio, luna di miele, fine del mondo”, “Trucioli” e “Mentre balli con il cane”).

 

Intervista a cura di Egle Taccia
Chi è Gregorio Sanchez?

 

Gregorio Sanchez è una persona umana, fisica, del 1987. Nella vita sono medico e faccio anche il musicista, l’ho fatto per tanto tempo. Suono da quando ho memoria di me, ho fatto parte di due band quando ero molto più giovane, Facevamo più o meno Math Rock, Progressive con influenze Emo. Strizzavamo l’occhio al Jazz, ho avuto una formazione al liceo di quel tipo lì, anche se suonavo con gente molto preparata tecnicamente e ogni tanto arrancavo. Ho fatto il conservatorio, sempre quando ero piccolo, ho studiato oboe per un po’ di tempo, poi ho abbandonato perché non mi interessava la musica fatta in quel modo lì o forse non ci riuscivo abbastanza bene, probabilmente era un limite mio. Ho fatto parte di una band che si chiamava OAK, che adesso non esiste più, facevamo pop, sostanzialmente in inglese. Ufficialmente dal 2020, ma in realtà dal 2017, ho un progetto personale, cantautorale, in italiano che si chiama Gregorio Sanchez. Ho pubblicato il primo disco nel 2020 che si chiama “Dall’altra parte del mondo” e ho appena finito di pubblicare il secondo disco che in realtà è composto da due ep di cui immagino parleremo dopo.

 

È, infatti, da poco uscito l’ep “Luna di Miele, Fine del Mondo” che insieme a “Nelle Parole Degli Altri” comporranno il tuo album in uscita. La prima parte “Nelle Parole Degli Altri” mi è sembrata più rivolta verso l’esterno mentre “Luna di Miele, Fine del Mondo” mi è sembrato più intimo e volto verso il lato interiore. Mi sbaglio?

 

In realtà dal punto di vista delle sonorità sì, dal punto di vista dei testi no. Nel senso che “Nelle Parole degli Altri” è piuttosto criptico, immagino che ci siano delle cose che fanno un po’ più fatica ad arrivare. Diciamo che ci sono due strati, uno strato molto più comprensibile alla prima e c’è un secondo strato un po’ più nascosto, nascosto forse per pudicizia o forse perché mi piace essere più criptico nei testi in cui entro un po’ più dentro di me e dentro certe vicissitudini che mi sono successe nel corso della vita, questo per parlare del primo. Lì parlo delle parole degli altri ma parlo anche di quello che mi hanno detto gli altri, mentre la seconda parte ha un livello un po’ più profondo. Nel secondo ep uscito, che è “Luna di miele, fine del mondo”, le sonorità sono meno estroverse, sicuramente, ma i testi vogliono dire quello che dicono. C’è sempre un secondo, terzo, quarto livello di lettura, però diciamo che mi sono aperto un po’ di più. Ho parlato di me, della mia vita, della mia relazione, di casa mia e me la sono immaginata in un contesto, diciamo che ho esasperato la deriva apocalittica della società di adesso, l’ho estremizzata nella descrizione di questa realtà, però è quel che è, è quello che c’è nei testi del secondo ep.

 

Le definisci come due stanze della stessa casa. Ci descriveresti questa casa?

 

Non ne ho idea perché devo ancora finire di scoprirla, non so quante stanze abbia, per ora ne ho visitate due, il primo disco ed il secondo disco, adesso non so quante altre stanze avrà, però di sicuro è una casa abbastanza particolare che non conosco ancora bene neanche io.

 

Questo album è incentrato tutto sulla generazione dei primi anni ’90, sugli ideali che le sono stati imposti e sugli effetti distruttivi che questi ideali hanno avuto. Vedi un futuro roseo o pensi che sia tutto perduto?

 

Grazie a Dio ci sono delle vie di mezzo, diciamo che c’è margine per sperare che non sia tutto perduto, ma non lo vedo molto roseo. Siamo una generazione a cui è stato chiesto moltissimo, è stato soprattutto promesso moltissimo, ed è stato poi concesso molto poco. I condizionamenti che ci sono arrivati dalle generazioni precedenti sono stati enormi, le immagini e gli archetipi, gli stereotipi sono stati tantissimi ed estremamente specifici. L’archetipo di famiglia, l’archetipo di carriera, ci sono stati proposti in una maniera quasi violenta a volte, anzi a volte proprio violenta e lo sappiamo soprattutto negli ultimi periodi dal punto di vista comunicativo e politico, c’è stato proposto in una maniera talmente violenta che io, per lo meno, l’ho visto quasi come imposto, poi però c’è un problema enorme che non è facile. Le generazioni precedenti hanno costruito questo tipo di archetipi, questa idea di società prevedibile e convenzionale in una situazione in cui era molto semplice farlo, ce l’hanno poi imposta colpevolizzandoci anche di averci creato troppa facilità, di averci creato troppo agio, senza poi rendersi conto che per noi non c’è più spazio per costruire quello che ci è stato imposto di costruire.

 

Siamo reduci da anni durissimi, che hanno inciso in maniera indelebile sulle nostre vite. Come pensi che ne siamo usciti?

 

Credo sia una domanda che ha una risposta completamente diversa a seconda delle fasce d’età. Posso parlare della mia e posso provare a speculare sulle altre. Io ero a cavallo tra l’esco ancora e non esco più e sono precipitato, anche comodamente e senza rimorsi, nel varcare la porta del non mi interessa più un certo tipo di vita sociale. Molti della mia generazione hanno imparato a viversi bene lo stare in casa da soli, secondo me. All’inizio si diceva chissà quando poi si riapre cosa succederà, saranno tutti fuori, ci sarà un rebound pazzesco. Non c’è assolutamente stato questo rebound, e il fatto che non ci sia stato è un fenomeno molto più interessante dell’eventuale rebound. Quelli della mia generazione, quelli che conosco, si sono riscoperti asociali, sociofobici. Tra l’altro c’è stata un’esplosione del DIY in generale, del “do it yourself”, cioè fatti le cose a casa da solo, l’hobbistica, il coltivare le proprie passioni in solitudine. Come ne è uscita la mia generazione? Desocializzata, nel bene e nel male, iposocializzata. Come ne è uscita la generazione più giovane non lo so per certo, ma ne sono molto spaventato per ovvi motivi. La scuola appiana le differenze famigliari tra i ragazzini e col fatto che i ragazzini siano stati in casa per due anni, immagino che la forbice di crescita si sia ampliata, però se si parla della generazione più giovane, rischio di parlare di cose che non so e su cui potrei dire delle cavolate, diciamo che mi spaventa come possa averla presa la generazione più giovane della mia.

 

La sensazione che ho è che la musica potesse avere una grande occasione di uscire dalla gabbia degli streaming e raccontare la durezza di questi anni e invece è rimasta intrappolata nel marketing. Tu come la pensi?

 

Così, sono d’accordo. È aumentata l’offerta, scandalosamente di più della richiesta, c’è un esubero di offerta che, per fortuna non devo gestire io, ma credo sia ingestibile. Ce n’è troppa ed essendocene troppa deve incontrare le esigenze del pubblico con ancora più spietatezza. È chiaro che quando aumenti la quantità, la qualità diminuisce, mi sembra abbastanza lineare. Quando la Fender negli anni ’70 ha cominciato a produrre dieci volte la quantità di chitarre che produceva prima, è diminuita la qualità, allo stesso modo quando Spotify offre dieci volte la quantità di cantautori indipendenti che offriva prima, chiaramente la qualità può essere minore.

 

Mi ha incuriosito molto il tuo modo di accompagnare l’apocalisse con suoni dolci e pacati. Il contrasto è evidente, come mai hai preso questa direzione?

 

In un certo senso è una deriva artistica che ho sempre avuto in generale, ho abbandonato il pedale Metal Zone a 16 anni e non l’ho mai più ripreso, sono sempre stato attirato da sonorità abbastanza gentili e anche Marco Giudici tende ad avere questa deriva. Anche quando graffia lo fa con gentilezza, quindi non è stata una scelta, ma è stato assecondare la normale tendenza artistica che abbiamo sia io che il produttore con cui ho lavorato a questo disco. Da un punto di vista semantico c’è molta tenerezza, si parla di una coppia nell’apocalisse, quindi c’è moltissima tenerezza, può essere disillusione, a volte lo diventa, ma non è un’apocalisse piena di esplosioni e fiamme, è uno spegnersi del genere umano e della società, non è una terra che esplode come dicono sempre. La terra sopravviverà benissimo, saremo noi ad avere qualche difficoltà.

 

Che tipo di lavoro hai fatto sui suoni del disco? Che strumenti ti hanno rappresentato di più in questa occasione?

 

Mi sono approcciato a degli altri strumenti che ho sempre vissuto come la chitarra, non solo ho suonato, ma ho vissuto e sono circondato da chitarre, però ho provato a mettere le mani sul pianoforte, anche perché Marco Giudici ha nello studio, nello spazio che usa per creare, molte tastiere in giro, quindi è stato inevitabile approcciarsi al pianoforte, avevo anche di per sé iniziato io stesso ad approcciarmi al pianoforte, per esempio “Aliante” l’avevo scritta un po’ di tempo fa e l’avevo scritta con il pianoforte e poi soprattutto era tanto tempo che volevo mettere dei fiati nella musica che facevo, non l’oboe che, nonostante l’abbia suonato, lo detesto abbastanza come strumento, quindi ho venduto l’oboe, ho comprato un sassofono, ho provato a spernacchiarci un pochino, qualcosina è venuta fuori, e poi ho fatto suonare le parti che avevo scritto da un musicista molto bravo che è Francesco Panconesi. Insomma, sono molto contento di come sia venuto fuori, quindi sì, la chitarra c’è sempre, ma c’è stato un approccio anche in prima persona da parte mia ad altri strumenti.

 

Che tipo di spettacolo deve aspettarsi chi viene ai tuoi live?

 

Dipende dalla data, stiamo tentando il più possibile di girare in band, però non è sempre possibile, quando giriamo in band ormai abbiamo una scaletta abbastanza lunga in cui si va da pezzi abbastanza coinvolgenti e ritmati a brani molto più catartici e d’ambiente. È un concerto abbastanza completo, c’è tempo per rilassarsi e c’è anche tempo per oscillare anche un po’ col bacino, meno però. Diciamo che è un 30/70 come rapporto.

 

Domanda Nonsense: Matrimonio, luna di miele o fine del mondo?

 

Direi Luna di Miele, chiaramente. Mi sembra il migliore dei tre momenti, anche se per la fine del mondo c’è una certa curiosità.

 

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Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!

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