I Quartieri – “ASAP” è un’invettiva contro i capitalismi [INTERVISTA]

Dopo una lunga pausa, durata ben sei anni, è uscito per 42 Records “ASAP”, il nuovo album de I Quartieri. Un album che segna il grande ritorno di una band che è stata un vero e proprio apripista per la scena indipendente romana. Il titolo è un invito a prendersi il proprio tempo, in un’era in cui il capitalismo ci vuole iperconnessi e costantemente bombardati da stimoli esterni.

 

Intervista di Egle Taccia

 

 

Siete tornati dopo sei anni con un nuovo album dal titolo “Asap”. Come avete trascorso questa pausa?

 

In questi anni sono successe molte cose, nella sfera personale e in quella professionale e artistica. Dopo la promozione di Zeno, il nostro vecchio batterista Marco Pellegrino ha scelto altre strade e si è trasferito a Milano per dedicarsi alla regia. Inoltre, questioni molto importanti di natura familiare ci hanno obbligato a mettere da parte per un po’ il progetto. Ma in verità non abbiamo mai perso di vista il lavoro, sapevamo che prima o poi saremmo tornati in studio, quando sarebbe stato il momento giusto. Nel frattempo, noi tre abbiamo anche seguito altri progetti. Marco Santoro si è dedicato alla video art e al suo progetto elettronico, Paolo Testa ha realizzato un altro disco con il suo duo Lapingra, io ho collaborato con molti artisti e prodotto diversi dischi.

Il disco può considerarsi un inno alla calma, contro la frenesia dei nostri giorni?

Si può considerare anche così. Ma in verità tutto il disco è un’invettiva contro i capitalismi, da quello digitale a quello del lavoro. Parliamo di come queste dinamiche violente e subdole guastino la vita delle persone dal di dentro, in maniera meno palese e plateale, ma comunque debilitante. La perdita della calma è una conseguenza di questa dinamica. Ma in realtà perdi molto altro: identità, verità nei rapporti, tempo per te stesso e per la tua vita vera.

 

Vi definite una formazione pop, ma già da un primo ascolto possiamo ascrivere i vostri suoni a qualcosa di diverso da quello che siamo abituati ad ascoltare. Sonorità dreamy e psichedeliche, su cui spesso fanno capolino delle distorsioni, tempi che cambiano improvvisamente, rendono chiara la vostra intenzione di prendere le distanze da quel revival anni ’80 che imperversa ultimamente. Mi sbaglio?

Questo revival anni ‘80 non ci convince molto. Ci sono molte cose di quell’epoca che ci piacciono, ma non necessariamente devono diventare la cifra del nostro suono, sarebbe un falso palese. Ci piacciono più i Talk Talk, i Blondie, i Talking Heads e meno le ballatone con il rullantone e il sentimentalismo da stadio. Non c’è una decade a cui ci ispiriamo, ci piace ascoltare tutto, dal Barocco, agli anni ‘60, ‘90 ecc.

Quali sono i temi principali di cui parla il disco e che tipo di messaggio vorreste veicolare ai vostri ascoltatori?

Come dicevo, queste canzoni parlano del nuovo capitalismo, quello più liquido e subdolo, che ti ammalia e poi ti condanna: un po’ come la mela nel giardino dell’Eden. Parla di temi come il lavoro e l’illusione della carriera a tutti i costi, e di come questa cosa sbricioli poco a poco le identità delle persone, sottraendole alla loro dimensione sociale e a quella privata. Parliamo di come l’annullamento della solitudine stia minando la psicologia della società. Parliamo dei ritmi metropolitani, soprattutto di quelli romani.

C’è dentro anche il colonialismo, la Siria e la follia della guerra. Ma c’è anche molto vissuto personale e sentimentale: la perdita e la malattia delle persone amate, la crisi dei rapporti e il bisogno di lottare per non farli morire.

 

 

In questi sei anni la vostra città, Roma, è stata in pieno fermento musicale, da cui è scaturita quella che chiamiamo scena romana e che oggi domina le classifiche e risuona nei palazzetti. Come vi spiegate questo fenomeno?

 

Principalmente il ricambio generazionale del pubblico e la strettissima connessione tra musica e social network, o meglio tra personaggi del mondo musicale e gli utenti dei social network. La musica spesso fa da sfondo e diventa una citazione, un meme. Non sempre, ma spesso. Alcuni di questi fenomeni crescono molto velocemente, e si spostano da instagram ai palazzetti.

Vi sentite in qualche modo parte di questo mondo musicale?

Direi di no.

Siete stati molto attenti ad accompagnare i singoli dell’album con dei video molto particolari. Come sono nate le idee che avete sviluppato in quelle immagini?

Nel caso di Vivo Di Notte, Vincenzo Lerose ed io abbiamo parlato a lungo della canzone, ma in realtà lui aveva carta bianca. Una sera ha preso la macchina e ha guidato in autostrada e per le tangenziali di Torino riprendendo immagini del viaggio. A casa c’è qualcuno che già dorme e lo aspetta. È molto aderente al contenuto della canzone, che parla di chi vive le ore della notte, e di come questa dinamica impatti sulle relazioni. Per quanto riguarda Siri, i due registi Gabriele Ottino e Sharon Ritossa, mossi da un’idea di Emiliano Colasanti, hanno pensato di raccontare la quotidianità di una adolescente musulmana attraverso il linguaggio di Instagram, dimostrando che non c’è differenza tra la sua e quella delle sue amiche italiane. Ma nella carrellata di immagini ci sono messaggi che raccontano anche i drammi che hanno costretto questa gente ad andare via dai loro Paesi di origine per cercare un destino più sereno.

Domanda Nonsense: Qual è l’ultima cosa che avete chiesto a Siri?

Di mettere un timer di 9 minuti per la cottura della pasta.

Foto di Giulia Trasacco

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!