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Il Fast Animals and Slow Kids tornano con un album live insieme all’orchestra! [Intervista]

Lo scorso 15 dicembre è stato pubblicato “FAST ANIMALS AND SLOW KIDS – Dal vivo con orchestra” l’album live dei FAST ANIMALS AND SLOW KIDS che vede a fianco della band di Perugia, per questa occasione speciale, i trenta elementi dell’Orchestra Arcangelo Corelli diretta dal Maestro Carmelo Emanuele Patti.

 

Questo album live è per i FAST ANIMALS AND SLOW KIDS il punto di arrivo dell’esplorazione di nuove sonorità orchestrali per i brani che hanno segnato i quindici anni di storia della band: dopo il successo del tour nei teatri della scorsa primavera, accompagnati da una piccola orchestra da camera di sei elementi, FAST ANIMALS AND SLOW KIDS hanno voluto immergersi ancora di più nelle atmosfere uniche di un’orchestra, con due concerti irripetibili nel mese di luglio, accompagnati dall’Orchestra La Corelli diretta dal Maestro Carmelo Emanuele Patti, che ha curato gli arrangiamenti.

 

 Intervista a cura di Egle Taccia

 

Come è nata l’idea di registrare questo album live con orchestra?

 

Io credo che ci sembrasse un’occasione troppo irripetibile, quando ti capita di suonare le canzoni, che avevi pensato nella tua cameretta, con altri 30 musicisti professionisti di un’orchestra così prestigiosa? A parte gli scherzi, sicuramente era un’occasione importante per noi e anche un’occasione che ci rende orgogliosi del percorso che abbiamo fatto in tutti questi anni. Dall’altra parte era anche un sogno nel cassetto che custodiamo da sempre, solo che, come dire, per affrontare un’orchestra devi sentirtela, devi avere le spalle abbastanza larghe. Devo dire che forse, dopo tutti questi anni, un pochino ce la siamo sentita e abbiamo portato avanti la progettualità.

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Come si conciliano i violini con le chitarre elettriche?

 

Devo dire che noi le abbiamo un po’ tranquillizzate le chitarre, ma forse la batteria è stata la parte più problematica, ed è rimasta problematica fino a due tre giorni prima del concerto, quando l’abbiamo praticamente rinchiusa con un plexiglass perché era complessa, però alla fine si fa, perché si tratta semplicemente di suonare e quando si tratta di suonare noi ci siamo, siamo lì in prima linea, suoniamo per giorni e giorni fino a che non troviamo la quadra. Si tratta di mettere in pratica le cose e poi ovviamente abbiamo avuto la fortuna di esserci circondati di persone che sono professionisti ed alcuni di loro anche nostri fan. Sono stati veramente ben disposti nei nostri confronti e quando senti quel clima di accoglienza alla fine il risultato lo porti a casa.

 

Anche perché a volte c’è una sorta di snobismo da parte dei musicisti classici nei confronti del mondo del rock e del pop…

 

Vero, ma in realtà potrebbe essere un luogo comune, perché molti di loro ascoltano tantissima altra musica. Prima ho fatto l’esempio di alcuni di loro che erano già fan dei Fask, il contrabbassista ad esempio faceva Rockabilly oltre alla classica. Secondo me oggi il mondo si è attualizzato anche lì, non è bloccato. Esistono ancora appunto delle resistenze in cui questi mondi sono assolutamente inconciliabili, però nel nostro caso c’era anche un discorso per cui i Fask hanno sempre avuto uno slancio molto autoriale, siamo sempre state persone serie da un punto di vista musicale, ci riteniamo dei professionisti musicalmente parlando, quindi forse anche questo ci ha aiutato ad approcciarci in maniera tendenzialmente pari, orizzontale.

 

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Trasformando i vostri brani e vestendoli di nuova luce volevate dirci che la musica non conosce confini?

 

Sicuramente sì, non ci abbiamo tanto pensato, non è un progetto di comunicazione, era un progetto di musica, pensiamo sempre che ciascuno, personalmente, possa dare la propria anima in quello che suona, in quello che fa, per questa ragione 36 anime diventano ancora più forti, sono ancora più incisive, quindi forse semplicemente pensavamo di estendere, dare ancora più forza a quello che è il nostro obiettivo primario, cioè fare della bella musica.

 

A distanza di 15 anni, che significato date oggi al vostro mantra “Siamo i Fast Animals and Slow Kids e Veniamo da Perugia”?

 

Io gli do lo stesso significato, è sempre una forma di protezione in qualche modo, ogni volta che lo diciamo ci sentiamo un pochino più potenti, è il nostro scudo, perché sappiamo da dove veniamo, conosciamo piuttosto bene quel territorio, che è quello che tuttora viviamo, ci sembra quasi di non esserci mai dimenticati da dove siamo partiti, e questo ci fa godere di più dei traguardi che otteniamo, sapere che l’hai ottenuto a partire da Perugia, dalla nostra città, è un mantra che ci riporta sempre all’origine, quindi siamo sempre consci che quello che stiamo vivendo è un momento e come tale deve essere celebrato, deve essere forte, deve essere importante per noi.

 

Qual è il brano che suona meglio nella veste orchestrale?

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Personalmente “Animali Notturni”, come apertura del disco e come procede la progressione del pezzo e l’emotività. Credo che quel pezzo viva di una forza che trascende l’orchestrazione in sé, ma è proprio un pezzo forte che mi sembra forte anche se gli togli tutto. In questo caso risulta intimo che è una parte che nel disco manca.

 

Com’è cambiato il mondo della musica rispetto ai vostri inizi? Pensate sia più semplice oggi farsi conoscere rispetto a 15 anni fa?

 

Dipende anche dal tipo di percorso. Per il percorso che abbiamo fatto noi ovviamente, se non molto più difficile, è praticamente impossibile, perché il percorso dei piccoli locali, dei piccoli concerti dove si aggiungono persone, è inesistente oggi, perché non esistono più quei locali. Forse gli altri tipi di percorsi non li conosciamo abbastanza per poter dire se è più o meno semplice. Credo che sia sempre complesso. In questo periodo storico vedo tanta fretta, tanta velocità, e sotto questo punto di vista forse mi sembra più frettolosa l’ascesa, ma anche più facile bruciarsi. L’unica cosa più semplice è la realizzazione del progetto musicale, con gli strumenti che ci sono oggi chiunque può registrare qualcosa di decente, io mi ricordo i nostri inizi, ma forse anche prima dei Fask, era costosissimo anche registrare un semplice demo, ora da quel punto di vista è tutto cambiato. Tecnologicamente è più semplice, ma non so in termini di carriera. È molto difficile, non c’è tanta gente che come noi ha 15 anni di carriera, questa è la grande sfida della contemporaneità.

 

Oggi c’è una grande polemica sui testi delle canzoni, soprattutto di quelle dei più giovani. Queste polemiche c’erano anche in passato col rock, penso a Vasco Rossi ad esempio. Voi pensate che davvero la musica debba dare un messaggio e che bisogna fare attenzione a quello che si dice, quando si scrive una canzone?

 

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Niente deve per forza. Il fatto che la musica debba necessariamente dare un messaggio questo credo che sia sbagliato anche perché il messaggio potrebbe essere stupido. Chi lo decide qual è il messaggio giusto da dare? Noi non ci curiamo in alcun modo di quelle che sono delle percezioni rispetto alle produzioni degli artisti. Quello che è importante è che tu devi essere libero di poter dire quello che vuoi dire, poi però te ne prendi anche la responsabilità, ti carichi del peso e devi essere pronto anche alle critiche e quelle sono legittime. Il principio per noi è saper sostenere il pensiero. È molto difficile che qualcuno si interroghi riguardo a un testo dei Fask e che noi o io personalmente non sappia rispondere a tono a quel tipo di critica, perché me la sono immaginata, perché l’ho pensata, perché è frutto di un pensiero che ho avuto ed ho cercato di snocciolare in forma metrica all’interno di un pezzo e questo credo che sia un po’ il centro di tutto. Prendersi la responsabilità, avere coscienza di ciò che stai scrivendo è molto importante. Scrivere per scrivere credo che non serva a niente, tra l’altro secondo me non lasci neanche il segno. Se chiunque scriva qualcosa lo fa con coscienza di causa e sa sostenere quella tematica, bene, che lo scriva, zero problemi. Poi se invece la stai scrivendo perché è un luogo comune, perché vuoi semplicemente dire la roba fuori controllo, è chiaro che prenderai una serie di insulti e probabilmente te li meriti anche.

 

Veniamo al rapporto col vostro pubblico. Negli anni l’avete abituato a qualsiasi cosa, io mi ricordo un concerto super intimo a Catania nel periodo post pandemico se non ricordo male, adesso tornate con l’orchestra. Secondo voi qual è il vostro segreto per farvi seguire in qualsiasi cosa facciate?

 

Sono convinto che chi ci ascolta lo sa che non li stiamo prendendo in giro, io credo che il nostro pubblico si fidi di noi e devo dire che fa bene. Siamo ipercritici nei confronti di noi stessi, quindi noi per primi ci mettiamo lì a chiederci se questa cosa sia valida per noi. La sosteniamo anche da un punto di vista musicale, non solo dei testi, come dicevo prima. Quindi, questa iper paranoia che gravita nelle nostre menti, ci permette al tempo stesso di essere anche tendenzialmente puri, veri e onesti nei confronti del pubblico. Credo che siamo una band che fa trasparire una parte di sé che è la parte più vera. Sfido qualcuno a mettere in dubbio il fatto che su questi pezzi noi ci crediamo, che questi pezzi parlano di noi, perché è una parte della nostra vita e quindi come tale noi la sosteniamo, siamo lì a difenderci e credo che questa sorta di purezza, che forse è anche un po’ pretenziosa, questa sincerità, paga sempre.

 

Dopo questo disco che progetti avete?

 

Ne abbiamo milioni, forse troppe idee, però è così che deve essere, una vita creativa, una vita votata all’arte, al pensiero, all’idea, a quello che dobbiamo fare. C’è tanto davanti, c’è sicuramente tanta musica suonata, io non vedo l’ora di tornare sul palco, non sappiamo quando, perché prima dobbiamo registrarla questa musica, però ci sono delle idee, ci sono dei pensieri, io personalmente voglio viaggiare ancora un sacco, vedere altri posti per continuare a rubare al mondo delle idee musicali e tutti quanti noi faremo così, è il nostro modo di procedere, quindi è un po’ quella fase, magari più riflessiva, in cui siamo sicuri che c’è già un insieme di futuro.

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Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!

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