No Interview – Il “mondo raro” di Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata

Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata, attraverso un viaggio in Messico, hanno deciso di rendere omaggio a Chavela Vargas, l’artista icona della musica messicana, con un disco e un romanzo che raccontano la storia dell’artista, definita da Almodovar come “La rude voce della tenerezza”. Dal viaggio in Messico è nato, infatti,  “Un Mondo Raro”, progetto che racchiude un album in cui i brani dell’artista sono stati tradotti in Italiano e registrati insieme ai Macorinos, i suoi ex chitarristi, e un romanzo, dove grazie alle testimonianze raccolte tra gli amici più stretti, c’è raccontata tutta la sua storia.

Egle Taccia ha incontrato Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata per una chiacchierata su questa avventura messicana.

Come avete scoperto Chavela Vargas? Qual è stato il vostro primo approccio con lei?

Antonio: Il mio approccio con lei è stato attraverso Fabrizio. Lui interpretava la Llorona nei suoi live e, dopo un suo concerto in un teatro a Palermo, io rimasi abbastanza preso da questa sua versione che gli chiesi di chi fosse quella canzone. Lui mi disse che era di Chavela Vargas, o meglio che era cantata da lei, ma l’autore era sconosciuto, la canzone è come se si fosse scritta da sola, e da lì mi sono appassionato anch’io alla voce di Chavela e, subito dopo, alla sua vita.

Cosa vi ha affascinati di più del suo personaggio rivoluzionario?

Fabrizio: Per me, ma penso di parlare anche per Antonio, il fatto che sia un emblema di libertà in tutti i sensi. È un personaggio che da piccolissima, nata in Costa Rica, viene emarginata a causa, fra le altre cose, sia del suo ceto sociale che, soprattutto, a causa delle sue preferenze sessuali, infatti era omosessuale in un mondo, quello degli anni ’20 dell’America Latina, in cui tutto era molto più machista ed era molto più difficile per una ragazzina poter dire di amare altre ragazzine, quindi scappa a 13 anni per il Messico, un Paese un po’ più tollerante, dove poter seguire i suoi sogni, soprattutto quello della musica. Lei ha sempre inseguito la libertà anche a costo della solitudine, questa era una cosa che diceva sempre, che il prezzo più grosso nella ricerca della libertà è che a un certo punto si rimane soli, però, nonostante tutto, probabilmente ha avuto questo faro davanti a sé, questa autodeterminazione.

Lei è un personaggio non molto conosciuto nel nostro Paese, come mai secondo voi?

Fabrizio: Questo ce lo chiediamo tuttora anche noi. Abbiamo fatto il nostro piccolo gesto per provare a incuriosire il pubblico italiano verso questo personaggio.

Antonio: In teoria, forse, c’è una risposta legata più ad una questione culturale italiana. L’Italia di per sé è poco legata all’America Latina, al mondo latino, e questo non solo nella musica, ma anche nei film, non ci sono dei festival che la promuovono. Anche se negli anni ci sono stati, non sono stati mai veramente importanti. Forse questo è il motivo. Poi metti che Chavela Vargas non è mai venuta a suonare qui, quindi non c’è stato mai un concerto come, ad esempio, è accaduto in Spagna o in Francia.

Com’è stato approcciarsi con i suoi brani?

Fabrizio: Particolare, perché ovviamente parliamo di un repertorio in cui gli autori sono tantissimi. Lei ha scritto un paio di canzoni, però più che altro era un’interprete. Noi ci siamo trovati davanti a questi classici della musica latino-americana, quindi non solo messicani, ma anche moltissimi appartenenti ad autori dell’Uruguay o argentini. La cosa bella di questi brani, che li accomuna tutti, è un’estrema semplicità nel messaggio, cosa che ci ha reso molto semplice riportarli in una lingua come l’Italiano, che, oltre ad essere molto vicina allo spagnolo dal punto di vista lessicale o strutturale, è una lingua che, forse, mancava nella canzone d’autore, visto che da un po’ di tempo non veniva utilizzata. Ci è piaciuto molto che queste canzoni, cantate in Italiano, sembrassero un po’ come le vecchie canzoni di Gino Paoli o di Luigi Tenco e che quindi potessimo in qualche modo riprendere quel tipo di tradizione, presa alla larga ovviamente, perché ci arrivavamo dall’altro capo del mondo.

Antonio: In realtà è venuto molto semplice tradurle, i testi sono abbastanza immediati.

Se Chavela fosse stata italiana, sarebbe stata una cantautrice della scuola genovese?

Antonio: Il personaggio che abbiamo visto più vicino a lei in Italia è Gabriella Ferri. Sarebbe stata una specie di Gabriella Ferri.

Voi avete avuto modo di suonare con i suoi musicisti. Com’è stato conoscerli e cosa vi hanno raccontato di lei?

Antonio: Li abbiamo conosciuti quattro anni fa, quando abbiamo registrato il disco. È stato più che altro un bell’incontro musicale, oltre che umano. Sono due settantacinquenni che suonano la chitarra in maniera divina e che ci suggerivano di assecondare la canzone, non di pensarla in maniera europea, col ritmo, con le cadenze a ogni ritornello, ma di assecondarne l’emotività, cosa che un po’ ci ha stupito all’inizio, non siamo stati abituati a cantare così, per cui ci hanno anche portato verso un modo molto messicano di cantare e nel disco questo si avverte.

C’è anche un libro ad accompagnare l’album. Perché questa scelta?

Fabrizio: Perché, ad esempio, incontrando i Macorinos, che erano i suoi chitarristi, così come la sua migliore amica Maria Cortina con cui abbiamo fatto lunghe chiacchierate o uno dei suoi migliori amici che era Mario Avila, un artista che abitava a Tepoztlàn, tutta questa gente aveva proprio respirato Chavela e l’aveva frequentata in maniera molto molto stretta, soprattutto negli ultimi vent’anni della sua vita, quindi, quello che ci siamo trovati in mano alla fine, oltre a tutte queste belle canzoni, a questo disco, che praticamente abbiamo realizzato quasi tutto a Città del Messico, è stato un grosso bagaglio di storia, di aneddoti, su un argomento su cui, tutto sommato, si è scritto poco, in Italiano nulla, ma addirittura anche in Spagnolo è stato scritto pochissimo, e a un certo punto abbiamo visto che queste cose ci stavano strette. In un disco omaggio non avremmo avuto dove metterle, e quindi abbiamo cominciato ad immedesimarci nel personaggio Chavela, a cercare di capire come lei pensava le cose, cosa lei facesse quando entrava in una stanza o cosa pensasse nel momento in cui doveva cominciare a cantare la Llorona, e così ci siamo divertiti a fare un qualcosa che è venuto fuori con una naturalezza tale, che ci è sembrato quasi come se fosse lei a dettarci queste parole.

Avete vissuto questa esperienza insieme, in futuro vi butterete in qualche altra avventura musicale di questo tipo?

Antonio: Ci siamo detti e ci diciamo continuamente, in realtà, che faremo qualche altra cosa insieme se ce ne sarà un motivo, cioè se avremo una storia talmente forte come quella di Chavela da raccontare.

Domanda Nonsense: In un incontro immaginario con Chavela, cosa le chiedereste?

Fabrizio: Di fare un brindisi con un buon Mescal.

Antonio: Io le chiederei: “Questa cosa che abbiamo fatto ti è piaciuta o abbiamo fatto una cazzata?”

 

 

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag, scrive per Qube Music e Lamusicarock e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!