No Interview – Bugo torna con “RockBugo” per dirci che il rock è più vivo che mai!

Che cos’è il rock? Sono chitarre e amplificatore o l’attitudine a rompere gli schemi e a tenersi fuori dalle mode? Ce ne parla Bugo, che in vent’anni di carriera ha portato sempre avanti la sua visione della musica, rischiando tutto e mettendosi in gioco. È uscito in vinile “RockBugo”, una raccolta dei suoi brani più significativi riarrangiati in chiave rock, puntando all’essenziale, che dal 6 luglio sarà disponibile anche in versione digitale. Oltre alle date già annunciate, il 7 luglio Bugo aprirà il concerto dei Negrita in programma al Castello Scaligero di Villafranca (VR).

Egle Taccia lo ha incontrato per una chiacchierata senza filtri, che spazia dal rock all’elettronica, passando dai Beatles e dall’itpop.

RockBugo esce in un periodo storico in cui il rock non se la sta passando benissimo. Da cosa nasce la tua voglia di riarrangiare i pezzi proprio in questa chiave?

In che senso? Tu dici che non se la sta passando benissimo, ma bisogna capire da che punto di vista. Quello che dici è corretto, ma anche non corretto. È corretto se consideri le classifiche internazionali e italiane, dove le chitarre non ci sono, o fai rap o fai pop o fai quella roba lì, se no non ci vai, e questo succede un po’ dappertutto nel mondo, ma non è neanche corretto dire questa cosa, perché il rock in sé non è un genere da classifica. Gli ultimi grandi gruppi che sono andati in classifica sono forse i Nirvana o gli Oasis, parliamo di gente che andava vent’anni fa, ma il rock quello puro, con le chitarre e basta, non va in classifica, ma alla fine c’è comunque. Il rock non è un genere che nasce per andare in classifica, poi è chiaro che a volte capiti che ci vada. Sarebbe bello un mondo dove le classifiche avessero solo rock, però è un genere un po’ ribelle, quindi non è che non se la passi bene, magari mediaticamente non viene molto considerato, però ti invito a fare anche questa riflessione: negli anni ’90 quando scoppiarono i Nirvana, in classifica c’era Michael Jackson, quella roba lì,  andava ancora la musica anni ’80, che era la musica fatta coi sintetizzatori, poi arrivarono i Nirvana in America e, qualche anno dopo, gli Oasis, e loro sfondarono le classifiche. Il rock c’era sempre, il rock è un genere che esiste indipendentemente dalle classifiche, è pieno di gruppi. Ogni tanto riesce a sfondare la barriera e arrivare al pubblico. Secondo me non è che se la passi male, se vai su spotify è pieno di decine di gruppi che fanno rock, solo che magari il rock non è un genere che va di moda, non segue le mode come l’elettronica, è un genere costante nel tempo, la chitarra con l’amplificatore era così vent’anni fa e sarà così tra cinquant’anni. È un genere che c’è sempre, ogni tanto arriva qualche genio che riesce a portarlo in classifica. Non credo che se la passi male. Guarda Vasco, ha fatto il concerto più grande di tutti i tempi come numero di paganti. Dov’è la crisi del rock? Il rock, almeno per come lo vedo io, non lo è.

Hai scelto di riportare i brani alla propria essenza. Quanto è importante tornare all’essenziale nella musica, abbandonando le sovrastrutture?

È importante per me come artista. Mi ritengo rock anche se ho fatto dieci anni di elettronica, non ho mai avuto un atteggiamento troppo ruffiano. Sono stato sempre un po’ antipatico/simpatico. Sono così di carattere. Non ho quell’attitudine pop, quella più ruffiana non mi appartiene. Ora, dopo aver fatto un po’ di elettronica per un po’ di anni, mi sono reso conto che per me è stata una parentesi e la musica che c’è in giro, quasi tutta, mi fa un po’ ridere, perché sembra che il suono del sintetizzatore sia il suono più fresco del mondo, ma alla fine anche quello lì mi stufa. Secondo me l’elettronica non è un genere ribelle, è un genere un po’ per compiacersi, per avere un suono che sembra il futuro. Da artista ora ho bisogno, invece, di arrivare al punto e per me arrivare al punto vuol dire usare il suono della chitarra, che rappresenta la storia del rock. Poi è chiaro, mi dirai che negli anni ’70 c’erano i Kraftwerk che facevano l’elettronica, sì, ma per me l’elettronica è un genere storicamente un po’ irrilevante, non è così importante. L’ho usato per dieci anni anche in modo appassionato, perché non sono uno che fa le cose in modo distaccato, tanto che il mio disco del 2008, “Contatti”, era solo elettronica, non c’era neanche una chitarra, quando io faccio le cose le faccio fino in fondo, però mi rendo conto che l’elettronica è una sovrastruttura, come hai detto tu, perchè mi serviva solo per fare il figo, io l’elettronica la usavo un po’ per fare il figo, per tirarmela, ma per me non ha niente di onesto e reale come una chitarra. Poi sai, sono nato così, con la chitarra acustica, ho sempre amato quell’atteggiamento lì. È un mio bisogno da essere umano quello di ritrovare a quarant’anni quella carica che avevo a vent’anni, che forse l’elettronica mi aveva anche tirato via, visto che mi aveva stufato dopo un po’. Non rinnego i miei dieci anni con la musica elettronica, dato che ho fatto delle canzoni che sono rimaste, come “Nel giro giusto” e “Me la godo”, non rinnego niente, parlo solamente di vestito e di arrangiamento della canzone, mi rendo conto che viviamo anche un’epoca, per fare il discorsone filosofico e sociale, dove le sovrastrutture sono eccessive, sono anche troppe. Anche io a volte mi perdo in sciocchezze, mi riferisco alle app di Itunes o ai social, o anche nelle relazioni. Non voglio farmi confondere dalla tecnologia, chiedo a me stesso e ai miei fan di guardare alle cose vere e oneste della vita e la musica rock, per come la vedo io, è quella più diretta possibile, perché tu senti un pugno di chitarre e senti la voce. Punto e basta. Non c’è il suonino, il synthino, come fanno in tutti i gruppi alla moda di adesso che mi fanno un po’ ridere, perché sembra che giochino. Però se vogliono giocare fatti loro.

Sai che quando è arrivato in redazione il comunicato del disco ho pensato che ti fossi orientato verso il rock proprio per mantenere il tuo atteggiamento di rottura? Anche se adesso ti definiscono come uno dei padri di questa scena…

Tu stai parlando con un pioniere (ride). Mi fa piacere che lo dici, io ci scherzo su. Hanno cominciato a dire questa cosa su di me e ci scherzo su. Non mi interessa essere un pioniere, però mi piace sempre portare freschezza nell’ambiente, è una cosa che mi viene naturale. Non è che non faccio più elettronica perché devo andare contro i Thegiornalisti, a me che me ne frega, non è quello il punto. Io ora mi rendo conto che l’elettronica e quel tipo di attitudine che io ho usato tanto, non un anno, ma dieci anni, tre dischi, per me è tanto, per me artista è arrivata a un punto finito, se gli altri vogliono continuare, continuino. Mi dispiace un po’, ad esempio, che cantautori come Dente, o quelli che usavano la chitarra, adesso vengano snobbati, però purtroppo la moda è questa. Prima c’è Dente, poi Le Luci della centrale elettrica, poi Brunori, poi Calcutta, poi Thegiornalisti, poi arriverà qualcun altro. La moda è questa, ti spazza via. Non bisogna seguire le mode, sono pericolose. Il mio modo di fare è un modo per tenermi vivo in primo luogo, un modo per poter parlare anche a te, ai giornalisti, alla gente, ai miei fan, in modo vivo, non da bacato mentale o fissato. Perché poi il mondo musicale è pieno di gente fissata, te l’assicuro, entrano nel trip e non ne escono più. L’ho fatto un po’ per questo e un po’ per una questione di onestà, poi ognuno la vede come crede.

Quali criteri hai usato per scegliere la tracklist?

Volevo mettere uno o due brani per ogni disco, in realtà. “Casalingo”, “Io mi rompo i coglioni”, che poi alla fine sono tutti i miei brani non dico più “famosi”, perché non sono mai stato un artista da classifica, le classifiche le ho toccate con “Nel giro giusto” e “C’è crisi” che sono arrivate molto in alto, gli altri testi un po’ di meno. Ho scelto pezzi che potessero raccontare Bugo in tutte le sue sfaccettature. In realtà noi abbiamo registrato 15 canzoni e io ne ho scelte nove, esclusa la cover di Vasco, le canzoni raccontano me, come vedo l’amore, ad esempio “Comunque io voglio te”, come vedo io il divertimento puro che è rappresentato da “Ggeell”, che è anche una canzone stupida se vuoi, ma è bello che sia così, oppure la canzone più gioiosa come “Me la godo”, che è un inno alla vita, o la canzone più disillusa che è “Io mi rompo i coglioni”. Ho messo dentro quello che rappresenta la mia vita fino ad ora, dall’amore alla gioia, all’emozione felice, alla frustrazione, c’è dentro tutto Bugo, come la voglia di riscatto di “Arrivano i nostri”. Viviamo un’epoca in cui non crediamo molto l’uno nell’altro, mi sembra che ci sia molta divisione tra la gente e che non ci sia un vero dialogo, abbiamo tutti un po’ paura. “Arrivano i nostri” è un tributo allo stare insieme. Ho scelto una o due canzoni da tutti i miei dischi per dare una visione generale del mio essere artista finora.

Qual è il brano che oggi ti rappresenta di più?

Non ne ho uno solo. “Arrivano i nostri” è una canzone importante, anche se non è mai stata un singolo, perché quello che dico è importante per me, è anche una delle più rock, se vuoi, dell’ultimo disco, anche se è elettronico, però non saprei dirti una canzone delle mie. “Me la godo” racconta molto di più il mondo contemporaneo, molto più di altre. Un po’ di settimane fa, quando ce l’avevano tutti con Mattarella, “Cosa ne pensi Sergio” era perfetta, infatti mi hanno scritto, ma quello è un caso. “Cosa ne pensi Sergio”, che è stato il primo singolo di quel disco, nel primo verso dice “va che confusione, nulla è cambiato torno in città, nulla è cambiato, chiamo l’avvocato”… Come per dire che io ero all’estero, torno in Italia, ma siamo messi ancora così male? Siamo messi male. Siamo in una situazione dove bisogna lottare ed in quel caso chiedevo aiuto a Sergio, che era un amico. Anche “Me la godo” è importante per me ora, perché le strofe raccontano delle situazioni negative o comunque di difficoltà, come “mentre il mondo va a rotoli e la gente vive di propoli”, come se tutte quelle cose naturali fossero la salvezza divina, però poi c’è questo ritornello che vuole essere invece un invito a reagire, è molto forte, è urlato diverse volte. Questi due sono molto importanti perché invitano alla reazione.

L’impressione che ho è che molta musica di oggi non inviti alla reazione. Vivono sulla fuffa, sul non pensare ai problemi. Parlano del vuoto, il vuoto pneumatico come direbbe Galimberti. Un vuoto fatto di cazzate totali, per cui non ci va bene neanche lottare per le nostre robe. Alla generazione dei trentenni criticherei il fatto di non voler lottare, sembra una roba da vecchio, ma in realtà sono più vicino io ai trentenni che ad altre persone, io li adoro i ragazzi, però mi sembra che raccontino il vuoto completo, non c’è nessuno che sia arrabbiato. Perché nessuno è arrabbiato? L’Italia sta andando bene? Viviamo un periodo di felicità? Viviamo un periodo in cui dovrebbe nascere un nuovo punk dai problemi che ci sono! I cantanti di moda invece vivono tutti sulla stronzata generalizzata, vanno sui giornali con le cagate. Io ho scritto una canzone che parla del gel, più stronzata di quella… io lo so cosa racconto, però non è che racconto solo quella roba lì. La mia musica parla di diversi temi della vita. Quello è un esempio del parlare di stronzate, anche io sono attratto dal vuoto, perché il vuoto non ci fa pensare, ci fa distrarre, per un momento non pensi a un cazzo, perciò scrivo la canzone “Ggeell”. Non può essere però tutta così. La musica di adesso è tutta così, il pop contemporaneo è tutto così, parla di cagate, di stronzate, non ce n’è uno arrabbiato, oppure quelli arrabbiati come i Ministri, che a me piacciono molto, li ho criticati perché hanno fatto un disco in cui sono troppo negativi, troppo scuri. Bisogna reagire, bisogna lanciare dei messaggi di ribellione, non dire che il mondo è scuro e brutto. Dobbiamo imparare a reagire. Dimmi un cantante giovane che reagisce al mondo, non c’è, pensiamo a quelli alla moda. Calcutta reagisce? I Thegiornalisti reagiscono? Tralasciamo quelli come la Pausini che vivono nel loro mondo… A me fanno tutti ridere, con questi baffi da pornodivi degli anni Settanta.

Generalmente le raccolte rappresentano un punto di passaggio nella carriera di un artista. È così anche per te?

Sì, certo. Per me è quasi come se fosse un disco nuovo, perché le canzoni sono tutte registrate. I best of non mi interessano, quelli li lascio fare alle case discografiche grosse, anche se lavoro con le major, i miei dischi li faccio in un certo modo. È un disco di passaggio sicuramente, perché il mio futuro è questa strada rock, punto a un nuovo pubblico, alle nuove generazioni e quindi è un po’ come se ripartissi da zero. Un passaggio dal vecchio al nuovo.

Domanda Nonsense: Beatles o Rolling Stones?

Non è nonsense questa, è sense super questa! Io sono un beatlesiano, oggi indosso una maglietta dei Beatles, sono un fanatico di John Lennon, che per me rappresenta uno che è stato talmente onesto con se stesso, anche col rischio di perdere i fan, però piuttosto che tradirsi faceva quello che voleva. Per me è un modello di artista che mi tiene vivo e quindi Beatles sicuramente.

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag, scrive per Qube Music e Lamusicarock e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!