No Interview – Demonology HiFi: Un’esperienza immersiva nel buio della notte

Abbiamo incontrato i Demonology HiFi, il duo formato da Max e Ninja dei Subsonica, che hanno dato il via a questo side project volto a riportare la sacralità del groove nei club. Non un semplice djset, ma un viaggio sonoro al centro della notte, un’esperienza immersiva, come amano definirla.

Egle Taccia li ha intervistati.

Mi raccontate come è nato il progetto?

Max: È nato a seguito di fortuite occasioni in forma di djset nelle quali io e Ninja ci siamo trovati a dividere la consolle e ci siamo divertiti molto, grazie a una passione comune per la drum and bass, dove per noi, suonando a quattro mani, il divertimento era quello di innestare su questo tessuto di replica pulsante di bassi profondi anche dei brani e dei riferimenti appartenenti ad epoche e stili diversi. Banalmente un pezzo rock degli anni ’70 veniva mixato e cutoffato, in modo che sotto rimanessero le frequenze basse, magari di una ritmica drum and bass o dubstep. Abbiamo capito subito che questo esperimento divertiva molto le persone che ballavano, quindi abbiamo reso questa esperienza sistematica, al punto da cominciare a sentire l’esigenza di avere anche delle tracce nostre soprattutto perché a volte c’erano dei beat che ci piacevano, ma ci piaceva meno quello che accadeva sopra in termini di melodie e di soluzioni armoniche, quindi abbiamo cominciato a scrivere delle cose nostre, tra l’altro sperimentando il gusto di costruire un brano testandolo sera dopo sera direttamente sul dancefloor, vedendo in tempo reale le cose che funzionavano, gli equilibri sonori, i mixaggi, le velocità dei pezzi, esperienza che sostanzialmente, per chi scrive canzoni, non è un meccanismo così tanto soggetto a feedback reiterati come invece può essere l’esperienza del dancefloor. Così facendo abbiamo capito che avevamo materiale sufficiente per fare un album e perciò abbiamo deciso di dargli un carattere, di dargli una veste narrativa e costruirgli un mondo sopra.

Vi definite predicatori del groove, che tipo di verbo volete diffondere?

Max: Il verbo del groove. Nel senso che il gioco è di rendere il live set una funzione  e anche una sorta di gioco simbolico. È divertente da un lato, mentre dall’altro nasconde la funzione e il  significato più profondo di ridare sacralità alla fruizione della musica, in un momento nel quale sembra che sia completamente svilita e che abbia perso quel fuoco sacro e quel tipo di rapporto tra gli ascoltatori, che noi conosciamo bene venendo da altre epoche, che si provava anche solo quando si scartava il vinile di un gruppo che attendevi da mesi oppure anche solo provando determinati sentimenti immersivi che si manifestavano, più di oggi, a determinati concerti, dove c’era qualcosa di molto più elevato della semplice fruizione delle canzoni. Nel dancefloor si ha questa possibilità, e riutilizzo il termine immersivo, ovvero di essere completamente coinvolti dalla musica in una dimensione partecipata con altre persone. Nel nostro caso c’è anche il movimento, la sacralità della danza, ci sono tutta una serie di elementi che entrano in gioco e, non ultimo, il fatto che la consolle sembra una sorta di altare sul quale abbiamo pensato di costruire un po’ il nostro immaginario in modo che la gioia e il divertimento del groove abbiano una loro potenzialità sacrale e siano anche in grado di mondare i peccati e le cose orribili che ci sono nel mondo.

Ninja: Diciamo che di base, oltre a tutto questo, c’era anche più semplicemente l’esigenza di evitare di connotare il progetto come Max e Ninja dei Subsonica, djset o non si capisce cosa, quindi abbiamo deciso di costruire questa sorta di avatar, di maschera in termini immaginifici, esattamente come i Daft Punk hanno il casco, per creare una sorta di finzione narrativa con le persone che possono interagire dal vivo durante i djset con il nostro progetto, dando una sorta di contenitore anche in termini provocatori e per darci una connotazione anche visiva.

Viviamo in un’epoca in cui l’elettronica ha un po’ appiattito la musica nelle radio, mentre il clubbing sta diventando sempre più selettivo e c’è un’evoluzione nel modo di ascoltare la musica nelle discoteche e nei club. A cosa pensate sia dovuto questo cambiamento?

Ninja: È una domanda complessa. Rispetto agli anni ’90 si è assistito ad una sorta di processo inverso. Allora la musica elettronica rappresentava la vera rivoluzione sonora e in quegli anni ha preso il posto dei linguaggi e dei territori più comunemente e tradizionalmente appartenenti al rock, quindi i djset diventavano live, mi ricordo i primi pezzi dei Chemical Brothers, dei Prodigy. Quello era un linguaggio a tutti gli effetti alternativo, i rave sostituivano i festival rock anche come numeri di partecipazione, mentre oggi la musica elettronica è stata e viene utilizzata da un territorio molto più mainstream e con un linguaggio più pop. Tecnicamente è un dato di fatto, in questo non vedo a priori una valutazione del tipo era meglio prima o è meglio adesso. Di fatto è così, la musica elettronica è entrata nel linguaggio più pop in conseguenza di quello che è successo in America, dove l’elettronica, come la conosciamo noi dagli anni ’90, è arrivata molto dopo ed è stata immediatamente contaminata con linguaggi del pop e dell’hip hop; da lì si sono creati in America fenomeni particolari tipo tutto il mondo di Skrillex, il mondo del foot crank, della trap, che sono stati molto stimolati da quelle contaminazioni. La fruizione della musica è diversa adesso, però questo non è legato ai linguaggi sonori, è ricollegato di più alla trasformazione che hanno avuto gli strumenti e le tecnologie, che hanno portato, di fatto, a una smaterializzazione della musica che adesso è veramente un prendi e ascolta. Si è perso un po’ il concetto di album.

Max: Nell’elettronica ci sono diverse diramazioni rispetto agli Stati Uniti, dove dal passaggio del tour dei Daft Punk in avanti si è creata questa EDM, in cui improvvisamente hanno categorizzato tutto quel tipo di musica con la cassa dritta e una certa sensorialità. Negli Stati Uniti però c’è una musica più identitaria che nasce dall’hip hop e si incrocia col linguaggio della dub e che continua nel footwork, per poi evolversi nella anche trap e per defluire in tutti quelli che sono i produttori di ultima generazione. Diciamo che la generalizzazione di musica elettronica è troppo ampia per mettersi a riflettere su cosa è stato prima e cosa è stato dopo. Ormai la tecnologia è talmente diffusa e ci si orienta verso vari livelli. A noi interessa molto la musica di appartenenza, quindi seguiamo soprattutto le evoluzioni del mondo black. Se pensiamo a come è nato l’hip hop, ovvero come musica che dava dignità a realtà dove esisteva solo la marginalizzazione, rappresentando i quartieri più marginali, più dimenticati, più in balia di loro stessi, pieni di criminalità, per certi versi il fatto di creare una dimensione di appartenenza era una risposta prima ancora di dignità e identitaria. In qualche modo poi la black ha aggiunto tutte quelle ostentazioni di ricchezza, ma ha mantenuto in sé questa radice.

Domanda Nonsense: Se il vostro album fosse un film, che trama ci racconterebbe?

Sarebbe “L’esorcista”.

Intervista a cura di Egle Taccia

Ecco il nuovo video dei Demonology HiFi. Il video, diretto da Luca Saini, è stato girato a Bali, in Indonesia, nei giorni “caldi” dell’allarme vulcano, durante il quale migliaia di famiglie sono state evacuate dalla zona circostante il Monte Agung, che per l’intera stagione estiva si è fatto sentire al ritmo di 200 scosse di terremoto al giorno.

L’atmosfera già particolarmente carica di energia dell’isola, in quei giorni si è fatta ancora più densa ed esplosiva.” racconta il regista “E’ in questo clima che ho conosciuto Tebo Aumbara – artista performer Sufi che da diversi anni reinterpreta la tradizione del teatro e della danza balinese, a modo suo e con un “senso d’urgenza punk” che mi è subito risuonato. La sua performance è stata ambientata in uno zoo abbandonato sulla costa nord ovest dell’Isola – e per non farci mancare niente, sul set, serpenti e lucertoloni super giganti ci hanno mantenuto belli presenti – qui e ora. Buona la prima. In questo vecchio zoo la danza circolare di Tebo, ha preso vita – spontanea, pulsante e creativa, senza troppe architetture. Magica e reale come quest’isola.

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!