No Interview – I Ministri: Fidarsi oggi è un’impresa impossibile, ma necessaria

Da pochi giorni è stato pubblicato “Fidatevi” il nuovo album dei Ministri, un album dal sapore internazionale, che sposta i suoni della band verso la musica britannica. Abbiamo incontrato Davide “Divi” Autelitano, frontman del gruppo, per conoscere meglio il percorso che li ha portati verso questo album.

Intervista a cura di Egle Taccia

 

Fidarsi oggi è un’impresa impossibile?

Sì, è un’impresa impossibile, ma necessaria, nel senso che la fiducia, come puoi immaginare, è un rapporto che si costruisce inevitabilmente con un’altra persona, è una sorta di patto non scritto che non ha una vera regola, ma nel momento in cui, però, questo patto non scritto si rompe subentra un’altra parola che è il tradire. Noi siamo una generazione che per certi aspetti è stata tradita da delle speranze, delle aspettative di un benessere da cui siamo partiti tutti, spinti da una generazione di padri che, invece, ci ha davvero propinato un senso di benessere. In realtà poi tutte queste prospettive di benessere oggi noi le dobbiamo letteralmente ridimensionare, perché il futuro che abbiamo davanti non è, in realtà, quel benessere che loro avevano in mente. Detto questo, poi, il disco è incentrato anche su una fiducia dal punto di vista esistenziale, cioè nei rapporti singoli tra uomini, tra uomini e donne, che va dal sentimento fino all’amicizia, arrivando alla fede, alla spiritualità. È davvero folle, come qualcuno ha detto, parlare di fiducia coi tempi che corrono, però per noi invece è un punto di partenza per ricostruire davvero qualcosa. Non è distruggere, ma affrontare un tema per ricostruire.

Avete scelto di aprire la tracklist con un brano dal sound diverso dal resto del disco, “Tra le vite degli altri”. Volevate una partenza destabilizzante?

In realtà può darsi. Come ben sai noi Ministri apparteniamo al contenitore rock e, la cosa che dispiace oggi, è pensare che il contenitore rock sia diventato un contenitore di nicchia. Non è un genere che ha, al pari di altri generi, una sua presenza ingombrante sulla scena come dovrebbe essere, in realtà è una sfumatura di tante altre forme. Forse si può dire che questo è un pezzo pop/rock? Boh, sì. In realtà se lo paragoni a tanti filoni stranieri alla Editors, o comunque a un rock un po’ più inglese, con un respiro più ampio anche alla Killers, è assolutamente analogo a quel tipo di sonorità. Non è di certo niente di sperimentale per noi, è un percorso che abbiamo già affrontato in passato. Ci importava di più sviluppare al meglio la canzone, perché questo disco aveva un songwriting che ha suggerito tanto gli arrangiamenti. Abbiamo sempre evitato di portare una canzone, che avesse delle peculiarità di un certo tipo, a tutti i costi verso il lido rock. Abbiamo scelto di non farlo. Se ci sono delle canzoni che, giustamente, nascono per essere delle ballate, che chiamano un certo tipo di arrangiamento, è inutile deformare la canzone per trasformarla in qualcosa che non avrebbe senso. C’è stato grande rispetto del songwriting questa volta, c’è stata meno ansia di dover fare il disco rock a tutti i costi.

Come avete organizzato il lavoro su questo album?

Per fare un disco ci sono sicuramente dei momenti cruciali che determinano poi la conclusione del lavoro, però, in realtà, come si arriva a questi nodi cruciali è sempre piuttosto casuale, a volte anche caotico. Questa volta, in realtà, dopo lo scorso tour, abbiamo preferito prenderci del tempo, perché non c’eravamo mai fermati. Lavorare a un disco, per noi che siamo una band, è un lavoro lento e lungo. Oggi i dischi si fanno più velocemente, perché nessuno li fa più come li facciamo noi, cioè suonandoli, provandoli, arrangiandoli e registrandoli. Oggi si fa tutto a casa con sequenze che partono, mentre per noi le batterie, invece, vanno suonate, vanno imparate e vanno anche articolate col resto. Si parte sempre da un buon songwriting. Volevamo prenderci più tempo, ma poi è subentrata la noia e ci siamo accorti che l’unico modo per ucciderla era quello di mettersi in sala prove a suonare, perché alla fine c’è gente che il tempo libero lo usa per avere un hobby, che magari è la musica, ma per noi tutto questo coincide col nostro mestiere. Il nostro tempo libero finisce col mettersi a suonare e si ricomincia a lavorare. Abbiamo scritto le canzoni e abbiamo cominciato a provinarle, in realtà preregistrate a nostro gusto e a nostro piacimento, ed effettivamente abbiamo ottenuto un risultato che ci piaceva molto, anche perché avevamo già delle canzoni molto diverse dal solito, questo è vero, c’era una buona dose di novità, anche rispetto ai nostri canoni. Poi, una volta perfezionata tutta la fase di provinaggio, abbiamo contattato Taketo Gohara, che in realtà non era una figura sconosciuta a noi, l’avevamo già conosciuto ai tempi di “Tempi bui”, insomma, ci avevamo già lavorato assieme e quindi è stato un ritrovarsi a distanza di quasi dieci anni, e la cosa buffa è stata che nel frattempo noi abbiamo fatto il nostro percorso, ma anche lui il suo, perciò ci siamo ritrovati e riconfrontati con una consapevolezza diversa l’uno dell’altro e quello che ne è uscito è un lavoro che ha una sonorità nuova, ma neanche così troppo destabilizzante. Per me un disco rock in Italia dovrebbe suonare proprio come il nostro.

Che strumenti avete utilizzato? Ho letto anche di una celesta…

Questo è esattamente l’intervento di Taketo. Noi cerchiamo di coordinarci al meglio come strumenti di fondo, quelli che sappiamo suonare. A differenza del giro scorso, questa volta abbiamo anche immaginato una buona dose di overdub, ovvero di sovrarrangiamento. Mentre suonavamo le canzoni tra di noi, ci immaginavamo delle cose che sarebbero intervenute sui pezzi e infatti dopo le abbiamo anche inserite. Uno degli argomenti che ha sparigliato un po’ le carte è stato proprio Taketo, soprattutto per il lavoro che aveva fatto con Edda, i Negramaro, lo stesso Vinicio Capossela, che è stato davvero il capitolo forse più intrigante di Taketo nell’imparare qualcosa da un artista. Devo dire che Taketo ha una profonda immaginazione e conoscenza dei suoni, per cui quando sente un’atmosfera la sa sonorizzare molto bene, proprio perché lui ha lavorato molto con le colonne sonore. Ci sono dei passaggi, soprattutto negli svuotamenti tra un ritmo e l’altro, dove intervengono dei momenti da colonna sonora, che poi nel rock si tramutano in un senso quasi psichedelico, anche se non è percepibilissimo, però in realtà c’è una quota di psichedelia che interviene e quella è proprio opera di Taketo. La celesta è una scelta di Taketo, perché ha un suono ben definito, che poi lui sa muovere all’interno della trama della canzone. È stato davvero bravo in questo, secondo me.

Come intendete proporre il disco dal vivo? Avrà una veste più rock oppure avete pensato a qualcuno in più sul palco con voi?

Diciamo che ci hai beccato. In genere siamo noi tre e ci siamo sempre fatti aiutare da un elemento in più, che in questo caso sarà ancora Marco Ulcigrai del Triangolo, ma diciamo che, siccome si sentiva solo, gliene abbiamo aggiunto un altro di fianco. Questa volta saremo in cinque, proviamo davvero a metterci alla prova in un discorso più ampio. Il quinto elemento, chiamiamolo alla Luc Besson, sarà Antony Sasso di Antony Lazlo, e quindi saremo un bel gruppo di persone. L’obiettivo è certamente quello di fare un concerto rock, questo per me è un disco rock. È ovvio che, avere un elemento in più nella band, presuppone il fatto che si possano veramente svolgere le canzoni fino in fondo. Per noi, la cosa che è sempre stata un po’ difficile, è di avere una visione sempre molto ampia del sognwriting e dell’arrangiamento, che poi alla fine, rimanendo in trio, è difficile da eseguire dal vivo. C’è sempre stato un concetto di adattamento ad hoc degli arrangiamenti per l’occasione del live, ma questa volta, invece, possiamo davvero fare le cose esattamente come sono nel disco, perché abbiamo una persona che si occuperà di quei colori che noi fisicamente non potremmo realizzare, avendo dei ruoli diversi, perciò a mio avviso sarà un bel live strutturato, indipendentemente dall’essere rock o non rock, perché poi le canzoni sono quelle, ci sono quelle del disco e quelle vecchie.

Per la promozione di “Fidatevi” avete scelto una strategia molto particolare. Mettendo da parte i social, avete aperto un canale più intimo per comunicare con i vostri fan. Com’è nata l’idea?

L’idea è nata dal fatto che comunque, effettivamente, questi sono stati anni dove davvero ci sono state troppe voci che si sono accavallate. Freschi freschi di elezioni, ci rendiamo conto che tutte queste voci non prendono mai una forma identitaria, non c’è mai una persona che si assume realmente la responsabilità di quello che viene detto, perché i social network hanno un grande beneficio, quello di creare l’invisibilità della persona che dice la cosa, quindi non gli conferisce neanche la responsabilità di farlo. È bastato vedere gli esiti dell’ultimo giro elettorale, dove l’ha fatta da padrone il reazionarismo e il razzismo più profondo davanti all’ecatombe umana di migranti. Quello che è emerso da queste elezioni, alla fine, è un fenomeno razzista, però va bene, ci arrendiamo. Al di là di questo, per noi è cominciata a diventare un po’ problematica la questione dei social network; la concepiamo un’utilità, però è chiaro che se una cosa viene utilizzata in modo sbagliato allora si precipita. Il social network doveva essere qualcosa che mettesse in contatto le persone e non qualcosa che facesse sentire le persone in pericolo di ricevere offese in maniera così costante e così gratuita. Quello che abbiamo voluto fare, dato che noi facciamo i musicisti e vogliamo sottrarci da questo fuoco incrociato, è stato recuperare il senso più diretto di comunicazione. È ovvio che bisogna esistere sui social network e lì esisteremo, però l’aspetto più di contenuto vorremmo regalarlo a delle persone che ci danno qualcosa in cambio, che è appunto quella fiducia di cui parliamo spesso ultimamente, chiedendogli la loro e-mail come per dire: “stringiamo questo patto, noi vi daremo dei contenuti, voi non diffondeteli, teniamoli tra di noi, al massimo fate venire qualcun altro in questa newsletter e ci godremo una cosa nuova e diversa”. La rete è diventata come se fosse un enorme stagno dove tu butti delle cose dentro e poi le bestie vanno ad abbeverarsi. Diciamo che si può evitare di avere uno stagno dove buttare le cose e ci si può nutrire l’uno con l’altro direttamente, e noi vorremmo recuperare questo flusso.

“L’Italia è un disco che non riesco a trovare, forse i migliori hanno altro da fare”. Cosa volete dirci con questa frase?

Diciamo che è una frase per noi molto emblematica, poi ognuno la può leggere come per intendere che quello che c’è intorno fa schifo. È una sottile critica, “i dischi senza faccia li mettiamo in cantina” diciamo anche, ovvero tutti quei dischi coi faccioni degli artisti in copertina, che sono tutti uguali. Esiste una grande omologazione in questo momento. Effettivamente l’Italia, ormai, sta diventando un disco unico, sta diventando davvero una stessa cosa. In questa fase degli ultimi anni, ho visto il bisogno di dover creare un po’ a tutti i costi un nuovo pop, una nuova tendenza. In realtà la musica non esiste, ma si parla tantissimo di musica sui social network. Non è un vero disco quello che stiamo ascoltando, non è una vera musica quella che stiamo sentendo, è semplicemente un fenomeno che hanno deciso che sta funzionando e tutti quanti gli vanno dietro. Per noi che siamo cresciuti con la musica in quanto tale, effettivamente è spiazzante e disarmante questa situazione, perché quello che abbiamo di fronte è comunque un discorso dove la musica non è più un formante culturale per una generazione, anzi, sta diventando esattamente l’opposto, perché le nuove generazioni, parlo dei dodicenni, hanno come miti da inseguire dei personaggi della scena musicale che non so se effettivamente si rendono conto di quello che stanno comunicando e di quello che stanno dicendo. Senza essere tedioso, non voglio far retorica dicendo che stanno comunicando delle cose sbagliate a una generazione di bambini, perché alla fine anche la mia generazione aveva bisogno di essere urtata. Ma il problema è che sembra non ci sia più quel concepire come una libertà il poter dire le cose. La nostra generazione è cresciuta dovendo sgomitare per poter dire liberamente quello che pensava, adesso quello che vedo è che questo lo si dà per scontato e c’è la tendenza all’eccesso, ovvero, quello che viene detto e lanciato alle nuove generazioni sono dei messaggi davvero forti e non ci si prende neanche la responsabilità di quello che si sta dicendo. Si sta formando davvero, oramai, un unisono di voci che urlano, di fatto, delle bestialità e poi non ci si può lamentare se il Paese va dove va, perché è facile lamentarsi, però la lamentela c’è perché c’è dolore e il dolore esiste perché vuol dire che c’è malattia, e la malattia c’è perché c’è qualcuno che te l’ha contagiata. Il virus da qualche parte c’è e questo per me è il virus.

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Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!